Bank of Cuccia

Stefano Cingolani

Nel ’97 il patron di Mediobanca ha proposto di nazionalizzare la Banca d’Italia. Non aveva tutti i torti. Ecco per quali motivi

Il 10 febbraio 1997 l’Istituto Ugo La Malfa pubblica uno studio dotto e dettagliato, dal titolo ambizioso: “L’inserimento delle banche italiane nel sistema europeo”. E’ il periodo in cui si discute sulle condizioni per aderire alla moneta unica, ma è anche il momento in cui, nel governo guidato da Romano Prodi, il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi (ex governatore della Banca d’Italia) e il direttore generale Mario Draghi avviano un vasto progetto: privatizzare il sistema creditizio, per lo più controllato direttamente o indirettamente dallo stato. Il rapporto è anonimo, ma in seguito si verrà a sapere che era stato redatto direttamente da Enrico Cuccia (i cultori del genere ne riconosceranno lo stile limpido e meticoloso così come il linguaggio chiaro senza anglicismi e un po’ retro). Il patron di Mediobanca mette in luce i limiti dell’intera operazione e lancia una proposta di rottura: nazionalizzare la Banca d’Italia, la cui proprietà è suddivisa tra le principali banche, con il rischio di un continuo potenziale conflitto tra controllati e controllore. Esistono paratie legali e comportamentali per garantire l’autonomia sia dal potere politico che nomina il governatore, sia dagli azionisti (i quali non dovrebbero aver voce in capitolo sulla scelta). Tuttavia dipende dalla protervia della politica, dalla correttezza dei banchieri e dalla figura del governatore. Umano, troppo umano.

  

Fin dagli anni Trenta, con l’arrivo anche in Italia della grande crisi, il legame incestuoso tra banca e industria viene sostituito da un ménage à trois tra banche, governo, Banca d’Italia. Le nomine dei vertici, le strategie di investimento, la collocazione del risparmio raccolto attraverso depositi e titoli (una quota spesso preponderante viene usata per finanziare il debito pubblico e alimentare le spese assistenziali), le scelte gestionali persino, acquistano una rilevanza politica. Il banchiere centrale fa da arbitro, garante, ispiratore, ma anche da intermediario, talvolta da cuscinetto o punching ball tra partiti sempre più rampanti, interessi delle singole banche e l’economia italiana nel suo complesso. La carica a vita doveva essere garanzia d’indipendenza, ma ogni governatore ha svolto il proprio compito con modi ed esiti diversi. Vincenzo Azzolini, il primo a fregiarsi di quel titolo, salutava in camicia nera il busto del Duce, però rispondeva soprattutto ad Alberto Beneduce il plenipotenziario economico di Mussolini, il trait d’union tra la massoneria americana e quella italiana durante il ventennio, come dirà il suo mentore Francesco Saverio Nitti.

 

La carica a vita doveva essere garanzia d'indipendenza, ma ogni governatore ha svolto il proprio compito con modi ed esiti diversi

Ma vediamo i punti principali del documento Cuccia che appare ancora di grande attualità: 1) Le privatizzazioni vanno fatte davvero, investendo capitali propri a lungo termine. “Supponendo di procedere alla formazione di gruppi imprenditoriali che controllino il 20-25 per cento del capitale – scriveva Cuccia – occorrerebbe reperire investitori a carattere permanente disponibili a impiegare un importo cospicuo”. 2) Per un serio programma di privatizzazione, i capitali “occorre che siano forniti da imprenditori bancari” che non usino le banche “quali strumenti ancillari della loro espansione”. 3) Parte rilevante del sistema è rappresentato dalle Casse di risparmio che “corrispondono dividendi in massima parte alle Fondazioni le quali destinano una parte degli utili a scopi benefici e culturali – cioè scopi che in parte possono essere utilizzati anche per rafforzare il prestigio dei dirigenti delle stesse casse presso i loro padrini politici – e non debbono sottoporre alle assemblee i risultati del proprio operato, Né hanno amministratori che svolgano il loro compito sapendo che partecipano alla gestione di un affare in cui hanno investito i loro soldi”. 4) La maggior parte degli istituti di credito da privatizzare “fa capo a Fondazioni sottoposte all’influenza determinante di strutture politiche regionali e locali, con interessi e orientamenti che possono mirare a introdurre nelle trattative condizionamenti in contrasto con le esigenze delle operazioni di privatizzazione. Queste operazioni non possono che essere condotte dal Tesoro quale unica contropartita delle Fondazioni”. L’importo va utilizzato per l’ammortamento di un corrispondente ammontare di debito pubblico. 5) La privatizzazione delle banche “non può prescindere da un ricollocamento presso il Tesoro delle quote costituenti il capitale della Banca d’Italia”. L’acquisizione dovrà avvenire in un’unica soluzione coperta con il collocamento di un pari importo di titoli di stato. Nella visione di Cuccia, più si fa strada il mercato, più la Banca centrale deve distaccarsi dal legame proprietario con le stesse banche, creando così una chiara distinzione: agli istituti di credito spetta operare secondo una logica economica, con una rottura rispetto al passato dominato dalla politica, alla Banca d’Italia il ruolo di controllo e indirizzo generale dall’esterno.

 

Il 28 dicembre 2005 al termine di un anno dominato da confuse, velleitarie e (secondo la magistratura) truffaldine scalate alla Antonveneta e alla Bnl da parte dei “furbetti del quartierino” e della Unipol, Giulio Tremonti, tornato ministro dell’Economia, varò una riforma che limitava il mandato del governatore a sei anni, rinnovabile una sola volta. Allora si discusse se nazionalizzare la Banca centrale (pur non citando Cuccia), ma passò solo un limite alle quote bancarie (non più del 3 per cento). A dodici anni di distanza, il capitale è ancora diviso tra Intesa Sanpaolo, primo azionista con il 50 per cento, Unicredit con il 43, la Cassa di Risparmio di Bologna con il 18, le Assicurazioni Generali con il 14, la Cassa di risparmio di Genova con il 12 e giù giù altri 114 soci. L’elenco dei soci è rimasto segreto (pardon, riservato) fino al 2004 quando per la prima volta l’ufficio studi di Mediobanca diretto da Fulvio Coltorti lo ha reso noto, dopo una indagine certosina condotta analizzando i bilanci di ciascun istituto di credito.

 

Riemerge la circostanza che molti ex funzionari di Bankitalia sono stati assunti da Gianni Zonin per coprirsi le spalle

L’autonomia sia dalle banche sia dal potere politico è ancor più essenziale ora che la Banca d’Italia fa parte del sistema europeo delle banche centrali, anche se non ne è la filiale o la “sezione italiana” (la Bce non è un partito e nemmeno l’Internazionale comunista) visto che mantiene ampie prerogative nazionali. Il ménage a trois è un vizio diffuso ovunque, sia chiaro, ma in Italia è diventato la fonte di grandi guai e la matrice dello psicodramma politico che accompagna ogni scelta del governatore, con la eccezione di Luigi Einaudi. L’arrivo dall’esterno di Donato Menichella, l’uomo che ha ridato fiducia alla lira, venne preso come un commissariamento (veniva dall’Iri, aveva lavorato con Beneduce). Lo stesso può dirsi di Guido Carli nonostante la finzione di parcheggiarlo per sei mesi alla direzione generale: era stato ministro per il Commercio con l’estero e uomo di fiducia di Alcide De Gasperi nelle missioni internazionali che avevano sdoganato l’Italia sconfitta e postfascista. Paolo Baffi, numero due di Carli anche se tanto diversi per origine, formazione, carattere e dottrina, la spuntò nel 1975 su Ferdinando Ventriglia, amministratore delegato del Banco di Roma, già direttore generale del Tesoro, sostenuto dall’establishment democristiano e, secondo molte ricostruzioni, anche da Carli (sicuro della nomina, Ventriglia aveva festeggiato in anticipo con una cena tra amici). Baffi venne silurato nel 1979 da un colpo di mano giudiziario a matrice democristiana, cavalcando il crac del gruppo Sir di Nino Rovelli, lautamente finanziato dalla banca Imi nel cui comitato esecutivo sedeva anche il governatore. Lo stesso Carli era stato criticato per l’ondivago comportamento verso Michele Sindona. “Non c’erano leggi, non c’era la Consob”, si giustificherà dopo aver bloccato l’aumento di capitale della Banca privata italiana che avrebbe salvato il geniale finanziere asservito alla mafia, accusando “l’indifferenza del Parlamento” e un capitalismo smidollato.

 

La politica si è messa sempre di traverso. Nel 1993 viene bocciato Lamberto Dini quando Carlo Azeglio Ciampi, che non lo amava, lascia per diventare ministro. Dopo fuochi e fiamme su presunte manovre massoniche evocate da Famiglia cristiana, prevale il cattolicissimo Antonio Fazio. Nel 2005 Tommaso Padoa Schioppa è bypassato da Mario Draghi dopo un braccio di ferro su Giuliano Amato. Sei anni fa, il duello tra Vittorio Grilli, sostenuto da Tremonti, e Fabrizio Saccomanni, non amato da Silvio Berlusconi, lascia il campo a Ignazio Visco.

 

Governi, governatori, grandi banchieri. Non si può dimenticare lo stretto legame tra Carli e Cuccia. O la epica battaglia ingaggiata da Beniamino Andreatta (il ministro del Tesoro democristiano che liquidò il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, già cassaforte della curia milanese) per contrastare il potere di Mediobanca lanciando nell’agone Giovanni Bazoli. “Se Cuccia ha due palle noi cattolici dobbiamo dimostrare di averne tre”, avrebbe detto a Giancarlo Galli, acuto analista della finanza, in particolare di quella “bianca”. Un conflitto che aveva già spinto Giulio Andreotti nel 1972 a sostituire Raffaele Mattioli, “un anticlericale in servizio permanente effettivo”, gran visir della Commerciale, con il democristiano Gaetano Stammati fido direttore generale del Tesoro il cui nome finì nelle liste della P2. E’ stato oggetto di scandalo (e di scontro politico) il sostegno di Antonio Fazio a Gianpiero Fiorani nella scalata all’Antonveneta. Proprio Fazio, ultimo governatore a vita, viene considerato anche l’ultimo dirigista. Ha guidato a lungo il processo di consolidamento conducendo per mano le banche all’altare, combinando, sciogliendo o vietando matrimoni, come quello tra la Comit e il Banco di Roma nel 1998 che avrebbe favorito il vecchio Cuccia.

 

Più si fa strada il mercato, più la Banca centrale deve distaccarsi dal legame proprietario con le banche, creando una chiara distinzione

L’arrivo di Mario Draghi doveva segnare una discontinuità strategica. Meno colbertismo, più mercato, meno politica, le banche italiane dovevano crescere su basi schiettamente economiche. E tuttavia, i vecchi schemi rientrano dalla finestra anche nelle grandi fusioni del suo governatorato. “A me sembrano solo aggregazioni di potere”, dirà Francesco Cossiga offrendo la sua tipica lettura in chiave di balance of powers. Romano Prodi a Palazzo Chigi plaude alle nozze tra Intesa e Sanpaolo di Torino guidate da Bazoli, amico e sodale sotto l’egida di Andreatta. Rispondono Alessandro Profumo e Cesare Geronzi con Unicredit-Capitalia gradita da un mondo trasversale che va da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi. Ma può restare fuori il Monte dei Paschi di Siena, banca legata al milieu senese laico ed ex comunista? Certo che no, così il presidente Giuseppe Mussari s’avventa sull’Antonveneta incautamente comprata dal Banco Santander per 6,64 miliardi di euro e rivenduta per 9 miliardi al Montepaschi che non ne aveva i mezzi né in cassa né in capitale. La Vigilanza ha vigilato, ha spulciato i bilanci, ha messo in guardia, ma non è stata ascoltata. In fondo, la vera radice di tutti i guai successivi affonda proprio in quella sciagurata acquisizione dell’autunno 2007, quando già la grande tempesta finanziaria aveva scagliato fulmini e saette. Non è ancora chiaro che cosa abbia spinto Draghi a laisser faire, laisser passer. Mps, ormai controllata dallo stato, è tornata in Borsa a 4,55 euro per azione; il Tesoro ha speso 6,49 euro a pezzo, per ricapitalizzare la banca con 5,4 miliardi di euro. Finora non è un buon affare. Ciò vale anche per la risoluzione delle quattro banchette del Centro Italia e per il salvataggio delle due venete.

 

Facciamo un passo indietro al Natale 2013. La vigilanza di Bankitalia ha appeno condotto l’ultima ispezione in Veneto Banca, ma l’amministratore delegato Vincenzo Consoli, padre padrone dell’istituto, cerca di minimizzare. Il presidente Flavio Trinca racconta di un andirivieni con palazzo Koch e fitti colloqui in Banca d’Italia, durante i quali “veniva sollecitato anche un rapido contatto con la Banca Popolare di Vicenza per esaminare un’operazione d’integrazione”. In un incontro del 27 dicembre, “il cavalier Zonin premetteva da subito che l’operazione gli era stata fortemente caldeggiata dal governatore della Banca d’Italia con il quale si era a lungo intrattenuto al telefono”. Nessuna telefonata, nessuna soluzione imposta dall’alto, smentisce la Banca d’Italia. Di integrazione si era parlato anche tra la Bpv e la Banca dell’Etruria. “Una banca di Arezzo doveva finire a Vicenza”, ha accusato Matteo Renzi. Ma il fatto è che per salvare la mucca alle cui mammelle s’abbevera buona parte del nord-est, di strade ne sono state esplorate davvero molte, compreso un aumento di capitale garantito dalla Unicredit che fallisce miseramente e poi la nascita del fondo Atlante per puntellare sia la Bpv sia, anzi soprattutto, la banca milanese, l’unica italiana classificata dalla Bce come sistemica.

 

Alla commissione parlamentare d’inchiesta, durante l’audizione del procuratore vicentino Antonio Cappelleri, è riemersa la circostanza che molti ex funzionari della Banca d’Italia sono stati assunti da Gianni Zonin per coprirsi le spalle, tra questi Gianandrea Falchi, già capo della segreteria particolare quando Draghi era governatore. Alla fine, per salvare la Popolare di Vicenza e la Veneto Banca, il Tesoro si è accollato 5,2 miliardi subito più una garanzia di 12 miliardi. Alla Intesa Sanpaolo che si è presa le attività buone, ha girato due bonifici per 4,8 miliardi. Luca Zaia, governatore del Veneto, dopo aver a lungo spinto per un salvataggio pubblico, se ne è uscito dicendo che poteva prenderle la regione per due euro, ovviamente ripulite con i soldi non dei veneti, che pure ne hanno tratto profitto negli anni di vacche grasse, ma di tutti gli italiani.

 

La commissione avrà il modo, i mezzi, il tempo e la capacità per fare davvero chiarezza? Certo, se la legislatura fosse all’inizio e se la politica italiana non si rivelasse un mercato delle vacche, l’indagine parlamentare potrebbe diventare l’occasione non per sorvegliare e punire, ma per discutere sull’assetto migliore della Banca centrale, finora riformata a metà. Sembra un paradosso, ma molti critici di Ignazio Visco vorrebbero che a Palazzo Koch tornasse il gran burattinaio. C’è chi dice “fatto il governatore bisognerà rifare la Banca d’Italia”. L’istituzione è sana e salda, ma per il bene di tutti è meglio che tenga a dovuta distanza banche e banchieri.