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Referendum, perché è meglio personalizzare invece che insistere sul "cambiamento"

L’insistenza di Renzi sull’effetto positivo delle trasformazioni e la visione progressista della storia. Una narrativa facile che continua a esercitare il suo fascino sulle élite beneducate d’occidente.

28 Settembre 2016 alle 10:44

Referendum, perché è meglio personalizzare invece che insistere sul "cambiamento"

Matteo Renzi (foto LaPresse)

La nuova metafora renziana per spingere il Sì al referendum è il “cambiare”. Chi vuole cambiare vota sì e chi non vuole cambiare vota no. Spinto dalle critiche interne e forse dai sondaggi, e posto che qualche immagine comunicativa bisogna darla per far votare su un tema complicato e distante, Renzi ha abbandonato la personalizzazione del quesito referendario – l’idea di votare sì o no a seconda di ciò che si pensa su di lui come premier – per spostare la comunicazione sull’antico cavallo di battaglia della sinistra progressista: il cambiamento. Cambiare è sempre un bene, dice quest’impostazione filosofica e comunicativa, spesso recepita da tutti coloro che ne sono culturalmente succubi, o politicamente alleati, nella formula leggermente diversa del “cambiare (in una certa direzione) è inevitabile”. Non so quanto la mossa renziana sia riuscita in termini di voti, ma in ogni caso trovavo la personalizzazione più efficace da un punto di vista comunicativo e più confortante da un punto di vista filosofico.

 

Quanto all’efficacia, quando si vota, si vota sempre “contro” qualcuno ed era più emotivamente coinvolgente dire “me piuttosto che Grillo o Salvini” o “non c’è alternativa a Renzi” che dire il vago “quelli che vogliono il cambiamento”. Certo, il premier avrebbe rischiato molto e con poche possibilità di successo, ma  il referendum avrebbe avuto più attenzione e avremmo visto un’effettiva diversità nella leadership.

 

Quanto all’aspetto filosofico, la metafora del cambiamento presenta molti problemi. Innanzi tutto, il cambiamento non coincide sempre con un bene o con ciò che viene valutato come bene. Dall’allenatore della squadra di calcio alle modificazioni genetiche del cibo o all’eutanasia sui bambini, il cambiamento è un termine equivoco che si riferisce a fatti il cui valore è quantomeno discutibile. Ai loro tempi, bolscevismo e fascismo erano il nuovo che avanzava.

 

In secondo luogo, il cambiamento è difficile da determinare: erano per il cambiamento quelli che hanno votato per la Brexit? O erano per il cambiamento quelli che volevano l’Inghilterra in Europa? Cambiamento è un termine relativo e dunque dipende dal fatto o dal valore correlato.

 

Infine, ed è questo il punto culturalmente più interessante, l’ineluttabilità del cambiamento e il suo valore necessariamente positivo sono molto dubbi. E’ un’antica mania degli intellettuali quella di considerare il cambiamento come ineluttabile. E’ una mania che deriva dal tentativo nobile di elevarsi al di sopra della storia e di capirne sinteticamente il percorso e le linee di tendenza. Solo che questo giusto tentativo di comprensione a partire dall’idealismo e dall’evoluzionismo ottocenteschi è diventato una vera e propria meta-ideologia che ha dato forma a tante ideologie dai risvolti politici alle volte opposti. L’idea che ci sia un processo inarrestabile e una linea continua che lega tutti gli eventi e che li porta tutti nella stessa direzione è diventata essenziale nella maggior parte delle filosofie e delle dottrine politiche. Il cosiddetto “progresso” significa lo svilupparsi di questa linea e chi si pone in favore di esso – per usare le infelici parole di Obama a proposito di Putin e della Crimea – è “dalla parte giusta della storia”.

 

In realtà, come si è visto nelle scomposte reazioni alla Brexit, non tutti i cambiamenti vanno poi bene e “la parte giusta della storia”, cioè la linea di tendenza necessariamente vincente, coincide con quella decisa da alcuni, che siano intellettuali o gruppi finanziari, manager o politici. Quando il cambiamento va in una direzione diversa, incomincia l’idea e l’accusa del “reazionario”, cioè di chi vuole un cambiamento che in realtà (la realtà di chi aveva deciso diversamente) non è un cambiamento. E’ un curioso arzigogolare del pensiero che viene completato, per coloro che storcono il naso non del tutto convinti, con l’accentuazione della narrativa dell’inevitabilità a scapito di quella sulla bontà del cambiamento: “Ormai i tempi sono cambiati e vanno in questa direzione”. E’ una narrativa facile perché giustifica da un lato la mancanza personale di giudizio e di azione e, dall’altro, sposta il problema su vaghi e ignoti meccanismi sociologici, economici o politici. Nonostante le ripetute smentite della storia – che ha negato l’inevitabilità dei giudizi di razza come del materialismo dialettico, del costante declino delle generazioni come dell’infinito potere della scienza – è una narrativa che continua a esercitare il suo fascino sulle élite beneducate d’occidente.

 

Invece, la storia – che certo è anche fatta di meccanismi – ha mostrato di dipendere sempre anche da uomini e donne liberi, che si assumono la responsabilità di ciò che decidono e di ciò che fanno. Da qui deriva il valore dell’impegno politico, del voto, del tentativo di giudizio dei media. Da questo punto di vista, la personalizzazione del quesito referendario almeno metteva al centro il proponente. Forse i sondaggi hanno indicato al premier questa strada, e magari hanno statisticamente ragione, di certo però poggiano su una concezione dell’uomo non incoraggiante e – tanto per restare in tema – nient’affatto nuova.

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