Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Se non vi piace il capitalismo, fottetevi

Giuliano Ferrara
Il problema di Renzi non è la rabbia sociale (fuffa) ma è lo scontro poderoso tra chi è favorevole al capitalismo contemporaneo e chi insegue welfarismo, peronismo e altre teologie del popolo. Lettera ai nuovi marxisti immaginari.

Ezio Mauro (Rep.) dice: se rottami la memoria ideologica e i simboli della sinistra storica, una certa continuità di esperienza e competenze, poi ti ritrovi senza bandiere, ti si spegne addosso il tuo mondo, e la frittata è fatta. Adriano Sofri (Foglio) dice: Renzi non è l’erede di Berlusconi, quella è una cazzata, ma il giovanilismo stupratore (in senso machiavellico, la Fortuna donna da battere) non porta da nessuna parte, meglio Corbyn e Sanders, provaci Matteo, di’ una cosa di sinistra. Robecchi (Fatto) dice: Renzi è uguale a Berlusconi, ma proprio identico, e per questo mi sta e ci sta sulle palle, è un’accozzaglia di “carini” che fanno cose “carine” come pranzare con quel cazzone di superchef o danzare su quella stronza passerella gialla del lago d’Iseo, e dunque pollice verso. Prodi (Rep.) dice: l’ascensore sociale è fermo, si soffoca, la gente ha paura dello smantellamento a pezzi del vecchio welfare, la questione è mondiale, dovunque (Trump, Le Pen) avanzano i nostri efficaci del populismo, che è la risposta alla crescita delle diseguaglianze. D’Alema (Corr.) non conta: dice che vota no al referendum perché la riforma di Berlusconi, contro la quale aveva votato no, era migliore, è un uomo dispettoso e vanesio, no idee, no carattere.

 

Secondo me, posso sbagliare, tutta questa rabbia sociale per lo smantellamento del welfare e delle ingiustizie non c’è, c’è disagio, dalla recessione si esce a pezzettini dovunque, non si capisce bene da che parte verrà imburrato il pane nei prossimi anni, le tecnologie e i mercati aperti non promettono welfare diffuso ancora e posti di lavoro ma di rifare il mondo moderno scommettendo su emulazione, concorrenza, riforme e nuove classificazioni della ricchezza ed equilibri meno convenzionali, riduzione (in corso) della povertà, libertà sociali e civili, individualismo, consumi, giochi finanziari da sballo.

 

Niente di straordinario, certo, non una nuova utopia, ma la negazione di quella vecchia, livellatrice, egualitaria, debilitante, questo sì. Il problema a me sembra quello: il governo di sinistra in Italia è favorevole al capitalismo contemporaneo, il capitalismo contemporaneo è impopolare in circuiti allargati di classi e sottoclassi che non vogliono o non possono cambiare con il suo ritmo e i suoi modi, non importa se da sinistra o da destra l’opposizione cresce (e gli elettorati in rivolta si mescolano con conseguenze micidiali, ora vedremo la Brexit, forse l’abbiamo scampata ma chissà). Insomma, non ci vuole una visione ideologica, non una bandiera, non un Keynes come lo invoca Prodi, semmai un superDraghi che ha preso dal suo maestro Federico Caffè ma poi ha deciso per la finanza capitalistica che cura la finanza di mercato, le cose non si risolvono con l’incremento forzato degli investimenti pubblici, auspicabile ma non determinante. Il problema più o meno lo si conosce: chi lavora, che tipo di lavori, chi trova nuove soluzioni tecniche per la creazione di ricchezza. Se Renzi non va bene perché è troppo fiorentino il suo entourage e troppo carina la sua agenda, capisco, non ci si può far niente, ma forse il problema è strutturale, cari figlioli miei, marxisti immaginari. Anche Prodi non andava bene tranne che alla Ferilli, anche Berlusconi un disastro di governo, Monti non andava bene, Bersani né bene né male, Enrico Letta garantiva immobilismo ma anche lui alla fine sarebbe stato travolto, altro che star sereno.

 


Romano Prodi e Massimo D'Alema (foto LaPresse)


 

Onestà-tà-tà o tataismo: questa non è la premessa necessaria di una nuova politica, come dicono all’unisono dopo la vittoria di una sindaca che fa firmare un contratto con la Casaleggio agli assessori, s’affitta pare un Lo Cicero un po’ svaccato come testimonial per lo sport e le Olimpiadi prima negate, e di un’altra che non sa cosa sia la dinamica autonoma del mercato finanziario e licenzia un banchiere appena insediato, una bogia trop a Torino. Il tataismo è una filastrocca ripetitiva e mendace, una mascheratura ideologica dietro alla quale si nascondono le facce della borghesia improduttiva e assenteista e della magistratura da catena di montaggio e attivista, l’anticasta e l’antiMafiacapitale, con il pigro ma sistematico conforto dei media massificanti. Quelle sono ideologie staccate dai fatti, non risanatrici ma equivocatrici. Se non vi piace il capitalismo, se la pensate come Papa Francesco, fottetevi. Avrete forme diverse di welfarismo, peronismo latinoamericano, e altre teologie del popolo. Ma ricordatevi prima di chiudere i mercati e farci tornare al baratto, che sennò quelli vi corcano.

 

 

P.s. Questo articoletto è di rara ipersemplificazione, con una punta di volgarità, quel che ci vuole, credo, in tanto pensiero sofisticato bloomsburyesco.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.