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L’innaturale Renzi

Adesso si porta la crisi del renzismo e di Renzi. Comprensibile. I ballottaggi per lui non sono stati proprio una manna biblica. L’Italia è ricca di cinismo e strafottenza. Come ha twittato Gaetano Rossini: amano chi promette il cambiamento, non perdonano a chi lo fa.

20 Giugno 2016 alle 18:47

L’innaturale Renzi

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Adesso si porta la crisi del renzismo e di Renzi. Comprensibile. I ballottaggi per lui non sono stati proprio una manna biblica. L’Italia è ricca di cinismo e strafottenza. Come ha twittato Gaetano Rossini: amano chi promette il cambiamento, non perdonano a chi lo fa. Tuttavia è lecito domandarsi: ma che tipo di logica è quella del renzismo oggi in crisi e che spazio e significato ha in Italia e in Europa? Per venire subito alla sostanza, alla difficoltà, alla crisi. E’ inutile star lì a discettare sul tripolarismo e sulla nascita del populismo trasversale, sulla rottura del patto del Nazareno che era stato fondativo della natura e del ritmo di cambiamento impresso da Renzi al governo con le due riforme istituzionali (elettorale, costituzionale), sulla ripresa lenta e sul logoramento veloce del messaggio rottamatorio e generazionale, sull’esistenza di un pool di giovani amici del capo a Palazzo Chigi senza apprezzabili riscontri di classe dirigente visibile e attiva nelle città e nelle regioni. Tutto questo conta. Ma non è il dunque della faccenda.

 

Più conveniente osservare che il progetto di Renzi è fondamentalmente innaturale, controcorrente. Ha preso in mano un partito ibrido, ma che è pur sempre l’unico e l’ultimo partito di centrosinistra in Italia, e partito di governo a vocazione maggioritaria, e lo ha sfrondato della sua vecchia retorica solidarista, classista, egualitaria, benecomunista. L’Ulivo cantava Bella ciao e canzonette progressiste, il renzismo non ha un suo “canto generale”. E’ un rap, talvolta un po’ affannoso. La famosa disintermediazione renziana ha voluto dire, e non è una supercazzola né cosa facile, rompere i ponti con i sindacati, le confindustrie, la burocrazia o alta amministrazione, i baroni del bancocentrismo, la magistratura militante sfidata e provocata con astuzia nel suo cuore, la rete dei poteri locali e localistici. Il governo si è volontariamente isolato dall’Italia com’è e come è stata per molti decenni, e si è inventato il paese della modernizzazione e della globalizzazione invocata e accettata, contando sulla variabile ancora debole della ripresa economica e sull’abilità tattica nell’accompagnarla e sfruttarla con la famosa strategia delle riforme di mercato di origine Bce o Marchionne. In questa nuova forma, rottamatrice e di rinnovamento generazionale, il governo Renzi e il suo premier sono eredi dei tentativi di cambiamento abortiti nelle stagioni di Craxi (referendum sulla scala mobile, grande riforma) e Berlusconi (articolo 18 dello statuto dei lavoratori, tasse giù, stimolo ai consumi).

 

Renzi offre attivismo riformista, errori a parte, a un paese impigliato nel reticolo dei suoi conservatorismi e dei suoi moralismi che gridano onestà-tà-tà, e che saldano i diversi interessi lesi dalle politiche di mercato aperto che, con molta prudenza, con molte riserve, il governo sostanzialmente abbraccia e fa sue. Ha contro di sé un sacco di gente, a parte la solita marmaglia sottoculturale, ideologica, che ha rovesciato, come ha notato Francesco Verderami, l’antiberlusconismo nell’antirenzismo, ora anche con il contributo diretto di quel che resta del centrodestra e delle retoriche grilline, perché ha bisogno del nemico assoluto che unifica. I media sono come sempre il collante della reazione al fenomeno nuovo, il tratto distintivo e baldante della finta autonomia dal potere (a parte, naturalmente, gli eccessi di zelo di qualche servitore, e le ambiguità opportunistiche di qualche gruppo editoriale).

 

Il tutto è innaturale, anche nel contesto europeo. In Francia il piccolo-mitterrandiano Hollande ci ha provato, passando dall’ortodossia al governo virtualmente liberale Valls-Macron, ma non si schioda dal 13 per cento di approvazione nei sondaggi ed è investito dalla resistenza sociale e dai casseur. In Inghilterra il Labour ha rinunciato a disegni di governo e riforma, e recita le sue filastrocche leftist con Corbyn. In Spagna il Psoe gareggia con Podemos e rischia perfino di finire sotto nelle elezioni politiche generali, e anche lì il vecchio bipolarismo è un ricordo. In Germania la socialdemocrazia si ripara sotto le vaste ali di Frau Merkel, finché dura, con risultati di autocancellazione strategica. In Grecia è da tempo che la sinistra ha cambiato cavallo, e Siryza governa il disastro con maggiore o minore pragmatismo, sotto la ferula del Fondo monetario e della Commissione di Bruxelles. Solo in Italia è ancora aperto, e vedremo come andrà con il referendum istituzionale, l’orizzonte di un partito di centrosinistra alla guida del governo con una cultura di riferimento e una strategia di riforme aperte alla globalizzazione. Innaturale e perciò interessante, appunto.

 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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