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Prodi, Veltroni e le toppe dei professionisti del catastrofismo europeo

"Maledetto liberismo". La sinistra conosce un solo schema di gioco: il catastrofismo. E’ impressionante la coazione a ripetere il racconto malthusiano, in ogni situazione e congiuntura, come spiegazione dei fenomeni politici, elettorali e di tendenza. Prendiamo il cosiddetto populismo.

1 Luglio 2016 alle 06:18

Prodi, Veltroni e le toppe dei professionisti del catastrofismo europeo

Romano Prodi e Walter Veltroni (LaPresse)

Maledetto liberismo”. La sinistra conosce un solo schema di gioco: il catastrofismo. E’ impressionante la coazione a ripetere il racconto malthusiano, in ogni situazione e congiuntura, come spiegazione dei fenomeni politici, elettorali e di tendenza. Prendiamo il cosiddetto populismo. Per Prodi e Veltroni è il fenomeno mondiale, il tratto del mondo che tiene insieme da Trump a Le Pen. E che segnerebbe l’onda emergente (c’era aspettarselo) di una deriva autoritaria. La cui radice è il malthusianesimo: una spaventosa crisi sociale fatta di impoverimento e declassamento, di sradicamento delle classi medie, di crescenti diseguaglianze che mettono a dura prova l’efficacia dei meccanismi democratici. Una riedizione del 1929. Francamente? Una picture del mondo di oggi improbabile. Sono dieci anni dall’esplosione della “grande crisi” economica, la recessione esplosa nel 2006 con i subprime e il crollo della Lehman Brothers. Si può dire che questa crisi mondiale non rassomiglia davvero alla paventata “grande recessione” degli anni 30? In questi dieci anni l’economia internazionale è stata segnata, piuttosto, dal rincorrersi pulsante di cicli di contrazione e crescita, frenata dalla persistente debolezza della domanda interna, dagli squilibri commerciali, dalle tensioni monetarie e dall’accumulo del debito. Tuttaltro, però, che un devastante avvitamento recessivo. Ad esito catastrofico.

 

Nell’ansiologico andamento da stop and go dell’economia internazionale il decennio della grande crisi registra, oggi, anche luci: gli Stati Uniti sembrano riprendere il ruolo di locomotiva internazionale e si mettono alle spalle la recessione del 2006; la Cina pare determinata a spostare il driver della crescita verso I consumi interni con il boost che questo comporterà sul commercio internazionale; l’Europa, l’anello debole del decennio della crisi, è tornata a crescere pur lentamente; il calo del costo delle materie prime sembra essersi stabilizzato come un dato strutturale. Sono fattori che socialmente possono determinare (pensiamo agli Stati Uniti) un’inversione di quelle tendenze alla compressione dei redditi medio-bassi che hanno fatto parlare (Piketty) di una devastante e universale crescita delle diseguaglianze: un fenomeno, invece, fortemente localizzato nella realtà americana. La congiuntura sofferente del decennio non può oscurare alcune verità, dello stato del capitalismo nel mondo, che smentiscono le aspettative catastrofiste.

 



Massimo D'Alema


 

Si è rivelato effimero il terrore della finanziarizzazione e dell’economia di carta che mangia l’economia reale. La competitività gira ancora, fondamentalmente, intorno ai fattori reali. La produttività si conferma il vero driver della crescita e della competizione tra le aree dell’economia globale. E’ cresciuta un’economia dell’innovazione, una nuova industria, che sta cambiando contenuti e geografia del lavoro. L’economia di Internet, delle cose e non della carta, modifica fattori e condizioni del commercio internazionale e delle economie nazionali. In questa grande trasformazione, nel decennio della crisi, i tassi di povertà assoluta nel mondo sono crollati. Il passo di ingresso di interi continenti e di miliardi di uomini e donne nel club dello sviluppo è stato accelerato come mai. Tuttaltro che devastante la crisi sociale come pretende il pessimismo catastrofista di sinistra. E la deriva autoritaria? I processi politici non sono stati estranei a questo andamento a tinte diverse dell’economia. Il democracy index, un curioso strumento che per conto dell’Economist stila, ogni anno, lo stato di salute della democrazia nel mondo, una sorta di termometro della politica mondiale segnala uno stato febbrile e imperfezioni dei processi democratici e dello stato della libertà nel mondo. E, tuttavia, non un loro regresso assoluto e niente che assomigli ad una deriva autoritaria. Non solo. A differenza di ogni altro periodo storico della modernità la recessione economica non si accompagna ad una crescita in assoluto del numero dei conflitti, di guerre tra potenze, di tensioni commerciali risolte con lo scontro aperto.

 

Certo è cresciuta la portata e l’intensità cruenta del terrorismo. Ma, anche, la sua localizzazione di origine e la sua spiegazione irriducibile al solo fattore sociale o ai meccanismi economici del sottosviluppo. Siamo davvero autorizzati a parlare di “terza guerra mondiale” di una devastante questione sociale in atto? E’ un’accorata ma, a dir poco, esagerata valutazione dello stato del mondo. Che è diventata, però, un topos intellettuale, specie a sinistra. L’errore delle letture di sinistra resta quello classico: l’attributo epocale assegnato al termine crisi. La cultura di sinistra non riesce a liberarsi della trattazione iperbolica della crisi, della sua sopravvalutazione a dinamica involutiva che tende al crollo. E’ almeno un secolo che il capitalismo si è messo alle spalle questo concetto di crisi. La globalizzazione non ha fatto altro che rinforzare gli ammortizzatori che depurano le crisi da dinamiche, veramente, catastrofiche. La narrazione di sinistra non riesce ad introiettare la novità del capitalismo contemporaneo: l’impossibilità di guardare alle crisi separate dai processi di innovazione e trasformazione che ne attutiscono gli effetti. Come si fa a non capire che oggi la realtà di Internet, la globalizzazione, la velocità delle relazioni e della mobilità dei fattori, l’enorme dilatazione dei mercati rappresentano una nuova geografia e una nuova geometria del mondo che rende il ciclo economico meno vulnerabile agli esiti catastrofici delle crisi?

 



Romano Prodi e Walter Veltroni (foto LaPresse)


 

Per gli intellettuali di sinistra non è così. La crisi resta incollata alla descrizione degli anni 30: è sempre solo involutiva e premonizione di un collasso. E così anche lo schema della questione sociale, prodotto della crisi: resta, nostalgicamente, fermo a quello del primo novecento, con impoverimento, spossessamento e l’immancabile esito della deriva autoritaria. “Se non emerge un Keynes, si accalora Veltroni in una sua intervista, precipiteremo nel fascismo”. Ma un Keynes, nell’economia di oggi, non saprebbe nemmeno dove mettere le mani. Lo schema disperato di analisi dà luogo, ovviamente, ad uno schema disperato di gioco. Non è più tempo, a sinistra, di ottimistiche culture riformiste. Il tempo è cupo. Catastrofismo sociale e ansia democratica servono a far dire, agli intellettuali di sinistra, che è tempo di cambiare racconto. E di scendere nell’inferno del pessimismo. E allora: se il populismo è la spia di una devastante emergenza sociale della crisi perchè demonizzarlo? Piuttosto va compreso. Passo propedeutico per arrivare all’azzardo: allearsi. O, perlomeno, schierarsi dalla stessa parte: condividere il nemico. E chi è il nemico? E fu così che persino Prodi e Veltroni rispolverano, a questo fine, un vecchio conoscente della sinistra intellettuale e del comunismo di sinistra, una figura retorica presa a prestito dalla polverosa sociologia critica della modernizzazione: il divorzio tra “masse ed elites”. Dove, è ovvio, elite sta per potere. La disaffezione verso l’Europa politica, l’insofferenza dell’integrazione monetaria, le pusioni nazionaliste, il declassamento delle classi medie, l’oppressività fiscale, la paura dell’immigrazione vengono affastellate in unico schema: masse contro potere. Ecco il nemico: le elites tecnocratiche, politiche, finanziarie, bancarie, il potere europeo. Al fondo? La politica.

 

Il populismo segnala, per la sinistra intellettuale, il divorzio in atto tra le masse e questo potere. In questo è l’antipolitica. L’assillo dei predicatori è sganciare, prima che sia troppo tardi, la sinistra dalle elites: distanziarla, staccarla, separarla. Solo così la sinistra, oggi in crisi devastante, ritroverebbe senso. E come? La coppia conflittuale di “masse e potere”, nelle interviste recenti di politici di sinistra non banali come Veltroni e Prodi, è utilizzata per rispolverare linguaggi, fonemi, figure retoriche e terminologie ingraiane. Non fu lui, in fondo, a titolare il suo comunismo di sinistra come rotante intorno a quell’asse, masse e potere? Leggete l’ultima intervista di Veltroni a Repubblica. Trasuda di termini come alterità, progetto di nuove società, pretesa di allusioni a mondi diversi, evocazione di punti di vista critici sul presente, diversità e via cascando. Ciarlatanismi terminologici per lo più. Che servono a riciclare l’eterna banalità teologica per cui la sinistra dovrebbe essere “altro” dal presente attuale: un minimondo allusivo che disegna e suggerisce suggestioni. Più che soluzioni. Più che dalle elites questi moods intellettuali dinritorno segnerebbero il divorzio definitivo dal riformismo. E da ogni velleità di funzione e cultura di governo della sinistra. Sancendo l’esito della sinistra inutile.

 

Ma poi: è il divorzio tra masse e potere il tratto effettivo dell’Europa politica di oggi? Siamo cauti! Nel 2015/16 si è votato in una decina di paesi europei. L’euroscetticismo è uscito, indubbiamente, rafforzato. Ma in nessuno di questi paesi ha vinto un partito populista, in senso proprio. Inutile dire che in nessuno (tranne il caso greco e qualche paese dell’est) ha vinto un partito rapportabile alla sinistra. Quasi ovunque il primato elettorale è andato alle formazioni moderate, centriste e popolari. Con l’eccezione significativa di Renzi alle europee. Voto antiausterity? Nemmeno. Con l’eccezione (parziale) dell’Irlanda i paesi sottoposti alle politiche rigoriste, Italia, Portogallo e Spagna sono quelli che hanno premiato I governi che le hanno adottate piuttosto che il contrario. Infine, le vere disfatte politiche ed elettorali riguardano le ambizioni di quella sinistra radicale che con Corbyn, Iglesias, Tsipras per prima ha tentato la strada sciagurata del matrimonio tra sinistra e populismo. Ma perchè è accaduto che in Inghilterra, Germania, Francia (regionali), Spagna, Portogallo, Olanda abbiano vinto i partiti moderati, centristi, popolari o di centro-destra? Di questo non c’è traccia nelle sofisticate analisi dell’intellettualità di sinistra. E’ ovvio il perchè: fa a cazzotti con lo schema catastrofista. E con la vulgata del divorzio tra masse ed elites’. La sinistra è turbata ed affascinata dalla novità populista. E se ne ubriaca. Ma non percepisce l’opposto che si contrappone ad essa. E che risulta, a sorpresa, persino maggioritaria: la reazione moderata al populismo.

 

Questo strabismo della sinistra che guarda a sinistra e non al centro la sta uccidendo. La parte maggioritaria degli elettorati europei non è affatto attratta dal populismo e vota in modo difforme dall’antipolitica. Ha paura di essa, non reputa costruttive le sue ricette proto-keynesiane, non gli riconosce competenza di governo. E teme il populismo come espressione di caos. E’ un voto autenticamente moderato. Che, a differenza degli anni 30, non reagisce alla crisi e al disagio scivolando verso la reazione o la rivoluzione. Ma premia il liberalismo di governo. Preferisce, con maturità, la competenza di governo e il carattere di forza tranquilla dei moderati all’incertezza populista. I socialisti dovrebbero, sulla carta, rappresentare il centrosinistra, il volto sociale e compassionevole del moderatismo politico europeo. Nel quadro di un’alleanza repubblicana sui valori con popolari e centristi, potrebbero aspirare a rappresentare quella parte delle elites politiche europee più attenta alle riforme e alle innovazioni che devono accompagnare il disegno del rilancio europeo. Ma non riescono ad essere nè carne (forza attrattiva di governo) e nè pesce (forza di opposizione). Finendo per illanguidire.

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