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Una bestemmia su Rai Uno immortala la fuffa della democrazia sognata da Zagrebelsky e Casaleggio

Il criterio con cui i palinsesti televisivi tendono ad autotrasformarsi in una buca delle lettere della gggente non è così diverso dal criterio seguito dalla politica per rendere più attrattivi i propri contenitori.

3 Gennaio 2016 alle 09:00

Una bestemmia su Rai Uno immortala la fuffa della democrazia sognata da Zagrebelsky e Casaleggio
Non ci poteva essere infortunio migliore di una bestemmia inviata con un sms da un telespettatore finita in sovrimpressione la notte di Capodanno sulla prima rete italiana per avere una raffigurazione plastica di un fenomeno insieme politico e culturale che è stato uno dei protagonisti del 2015 e che continuerà a esserlo anche nell’anno che si è appena aperto: il taumaturgico potere della gggente. Il criterio con cui i palinsesti televisivi tendono ad autotrasformarsi in una buca delle lettere della gggente non è così diverso dal criterio seguito dalla politica per rendere più attrattivi i propri contenitori. Il senso, ovvio, è quello di voler far sentire “protagonisti” da un lato “il pubblico” e dall’altro “il popolo” fino ad arrivare all’utopia massima dell’uno vale uno, del siamo tutti uguali, del non c’è differenza tra me e te, tra chi segue e chi guida una trasmissione, tra chi segue e chi guida un partito, tra chi è follower e chi invece è in qualche modo leader. Il feticcio della democrazia diretta, per spostarci dal palinsesto televisivo e approdare a quello della politica, è uno dei grandi cavalli di battaglia dei partiti che si muovono con il passo da movimenti anti sistema e da mesi continuiamo ad ascoltare il seguente ritornello da tutti i teorici del governo della gggente: i “rappresentanti” non sono più in grado di rappresentare nessuno, non hanno la moralità necessaria per farlo, e il futuro della politica, e non solo di questa, non può che essere quello di trasformare le democrazie parlamentari in dittature del popolo. Dove è necessario dare ai rappresentati il potere (e ovviamente l’illusione) di contare quanto, se non di più, gli stessi rappresentanti. In estrema sintesi, il messaggio è più o meno questo: far scegliere alla gente quello che noi politici non possiamo prenderci la briga di scegliere.
 
Nel corso del 2015, per le stesse ragioni segnalate anni fa da Norberto Bobbio (“Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”), il simulacro della democrazia diretta è stato messo a dura prova da due fatti importanti che hanno avuto l’effetto di mostrare in trasparenza, in sovrimpressione, come la democrazia diretta, interpretata in maniera totalitaria, sia una sostanziale forma di dittatura anti democratica in cui i “rappresentanti” spacciano come dei pusher l’idea che sia doveroso che il paese sia guidato dal popolo: io comando come te e comunque non comandi tu. Minchiate. A metà 2015, il disastro del referendum greco (con Tsipras che dopo aver illuso la Grecia di poter stracciare a colpi di populismo referendario i vincoli europei) ha costretto il capo di Syriza ad affrontare un grande bagno di realtà e a rottamare, in un certo senso, la sua idea di democrazia diretta: chi rappresenta qualcuno, in una democrazia parlamentare, alla fine deve assumersi la responsabilità di fare delle scelte che possono anche non piacere al proprio popolo.
 
Nello stesso anno, per stare invece all’Italia, una progressiva anche se inconfessabile consapevolezza della fine del mito della democrazia diretta ha assalito, epurazione dopo epurazione, anche un partito che ha nel suo Dna il mito del governo della gggente: il movimento 5 stelle. Ci fu un tempo in cui i Gianroberto Casaleggio sostenevano che “la democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società e che la democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato”. C’è un tempo oggi, invece, in cui i Gianroberto Casaleggio devono riconoscere che non sempre la rete si può consultare e che, al contrario, di solito la rete conviene consultarla solo quando “i cittadini” devono semplicemente ratificare le scelte dei loro “portavoce”. Il movimento 5 stelle deve scegliere il candidato sindaco di una città importante (Milano) ma non si fida del risultato che potrebbe essere partorito dalla democrazia digitale? Niente rete, meglio i gazebo. Il movimento 5 stelle deve scegliere se stringere un accordo con il Pd per la Consulta ma sa che una scelta (saggia) non sarebbe mai accettata dalla gggente? Niente rete, meglio far finta di nulla. Il movimento 5 stelle decide di togliere il nome di Grillo dal simbolo del partito per avvicinare ancora di più i rappresentati ai rappresentanti? Alla grande, se non fosse però che nel momento delle decisioni toste, come successo qualche settimana fa quando il M5s ha licenziato tre consiglieri comunali dissidenti di Livorno, il brand “staff di Beppe Grillo” torna, eccome se torna (“Le scriviamo in nome e per conto di Beppe Grillo…”).
 
[**Video_box_2**]Gli esempi da fare su questo filone potrebbero essere quasi infiniti, e anche più clamorosi, ma la lezione utile per l’anno che si apre rispetto al tema del governo della gggente è che, giorno dopo giorno, risulta sempre più chiaro che i teorici della democrazia diretta spacciano per democrazia l’isteria collettiva, la perdita di contatto con la realtà e la demagogia di quarta categoria. E chi cura i palinsesti della politica, e forse anche chi cura i palinsesti televisivi, prima o poi si renderà conto che l’idea di voler dare tutto il potere al popolo, quella grande democrazia digitale sognata dai Rodotà, i Casaleggios e gli Zagrebelsky è un feticcio ridicolo che alla lunga non può che fare lo stesso effetto grottesco di una bestemmia inviata con un sms da un telespettatore finita in sovrimpressione la notte di capodanno sulla prima rete italiana. E chissà che, almeno in Italia, non sia il momento giusto per cambiare canale.

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