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Scene dalla new age a 5 stelle

A chi si rivolge Beppe Grillo quando invoca l’auto-psico-rivoluzione del “cambiamento che è in te”? Prototipi, stereotipi e nuovi “modelli” nell’universo grillino uscito da Imola. Catalogo arbitrario.

21 Ottobre 2015 alle 06:22

Scene dalla new age a 5 stelle

Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sul palco della manifestazione dello scorso weekend a Imola (foto LaPresse)

Passata la festa (raduno annuale dei Cinque stelle a Imola), arriva la grande domanda: a chi si rivolge il Grillo-profeta della psicorivoluzione? Perché nel calderone dell’autodromo, a tarda sera, sabato scorso, a un certo punto è diventato chiaro che la nuova frontiera del M5s è il viaggio mentale che, dice Grillo, ognuno deve fare dentro di sé per diventare egli stesso “movimento” (obiettivo finale: inabissamento del simbolo, del nome dell’ex comico e del M5s stesso, che diventerà inutile quando i cittadini autoprodurranno il cambiamento che è in loro). Fosse un film di Paul Thomas Anderson su un santone para-scientologo, si intitolerebbe magari “The master 2”, tanto il Grillo del “vaffa” ha lasciato il posto, a Imola, e non si sa fino a quando, a un Grillo life-coach-parroco-mago che prospetta al suo elettorato e popolo di fedeli un percorso quasi mistico verso il sogno e l’utopia. Un’utopia da decrescita felice (il reddito dovrà essere “non da lavoro”, gli spostamenti ridotti, il petrolio dimenticato, il chilometro zero la regola) con nessuna concessione al garantismo (l’abolizione della prescrizione del reato è il mantra e l’Onesto, come dice Gianroberto Casaleggio, la vera religione). E a quel punto la domanda “a chi si rivolge questo Grillo mistico?” sorgeva spontanea, a Imola, dove molti attivisti venuti di buon mattino per le “agorà” – i momenti di incontro open-air con gli eletti del M5s – sembravano retrodatati rispetto al Fondatore in versione new age: perché se è vero che lui non dice più “vaffa” e invoca l’autorivoluzione del “cambia te stesso” (prima o dopo il voto non importa), non tutti gli attivisti sono disposti ad abbandonare il modello “tutti a casa brutti partiti zombie”. Prima del discorso di Grillo, infatti, le agorà diffondevano nell’aria tutti i “no” da M5s vecchio stile, quello che tendeva a disegnarsi come unica ciambella di salvataggio in un mondo partitico “marcio”, con toni anche urlati (argomento: Sanità, scuola, emigrazione dei cervelli). Allo stand Emilia-Romagna c’era chi, tra i militanti, aveva preso molto sul serio il gioco “eversivo per ridere”: una piramide di barattoli con foto di Matteo Renzi, Mario Monti, Maurizio Lupi e altri nemici dei partiti tradizionali da buttare giù con una palla morbida. Magari poterlo fare davvero, diceva scherzando un attivista sessantenne, subito redarguito da un movimentista più giovane e stranamente attento a una correttezza politica insolita per il M5s. E in effetti oggi, quando il Grillo life-coach dice “cambiate voi stessi”, ha di fronte una platea più che mai eterogenea di cosiddetti grillini. Abbiamo provato a stilarne un piccolo, arbitrario catalogo.

 

Il Cinque stelle della nouvelle vague. Non urla, non strepita, parla con i giornalisti, è gentile, collaborativo, addirittura porta sua sponte ai cronisti delle tv il volantino con le cose fatte sul piano locale e il manifesto del film autoprodotto. Sulle prime, potrebbe sembrare un non-cinquestelle, ma alla seconda domanda si capisce che non è un dissidente. Anzi, segue la linea “Casaleggio Associati” senza se e senza ma. Modello istituzionale: Roberto Fico, che non è un Cinque stelle “nouvelle vague” per ragioni di permanenza nel movimento, ma che nei modi l’ha anticipata. Fico, infatti, membro del direttorio e presidente della commissione di Vigilanza Rai, è quello a cui si rivolgevano i direttori di tiggì e i conduttori di talk-show quando erano in cerca di pacatezza. A Imola gli è toccato in sorte il compito di domare i bizzosi attivisti dei meet-up in polemica per questioni di simboli e liste (in compagnia del più esuberante Alessandro Di Battista).

 

Grillino del nord. Fattispecie passata inosservata a Roma un anno fa (edizione precedente della Festa a Cinque stelle, al Circo Massimo), il grillino del nord era invece fattispecie prevalente a Imola. A un primo sguardo, si presenta con famiglia (uno o due figli piccoli, a volte poco più che neonati), spesso con zaino e giacca di pile, spesso con un cane, spesso in tuta. A prima vista, potrebbe sembrare, dai discorsi (partite Iva, tasse) un ex elettore della Lega. Invece spesso ha votato a sinistra, nella regione rossa per antonomasia (Emilia). E’ informato su ciò che discende dal blog dell’ex comico, non legge giornali “da chiudere” e non vuole contribuire a ingrossare, dice, la fantomatica “isola di plastica in mezzo all’oceano” (rifiuti trasportati dalle correnti), motivo per cui condivide in pieno lo stretto regime anti-bottiglietta delle kermesse cinque stelle, dove si beve gratis, ma solo a patto di portarsi da casa il bicchiere o di comprare per 4 euro la borraccia venduta allo stand del merchandising. E’ molto convinto, l’avventore grillino del nord, che l’ora X stia per scattare (dove ora X sta per: fine del mondo politico – ma non solo – per come l’abbiamo conosciuto oggi e nascita del mondo nuovo, con i Cinque stelle al potere, i “cittadini” contenti e l’autarchia energetica realizzata).

 

Cinque stelle mimetico. Il Cinque stelle mimetico non è presente in grandi numeri ai rassemblement grilleschi, e per lo più potrebbe confondersi, per accento e aspetto, vista anche la zona di provenienza padana, con un fan rockettaro autoctono di Vasco Rossi, avendo anche l’aria stropicciata del reduce di molte stagioni. A Imola i Cinque stelle mimetici si aggiravano con bandana (o cappello a larga tesa), maglia scura sbrindellata e stivali simil-camperos tra il baretto “Trasporti” e lo stand regionale emiliano. Da soli o, al massimo, con altro amico attivista dall’aria altrettanto post-rockettara. Di provenienza politica extra-Pci (estrema sinistra o non-voto), potevano essere avvistati la mattina accanto all’area “agorà” in totale silenzio, a lato palco, a fissare con curiosità il mini-comizio della senatrice Enza Blundo. Versione femminile del Cinque stelle mimetico, la signora di mezza età in jeans, maglia stretta, scarpa da ginnastica e capelli sciolti, intenta a fare selfie con il gruppo di amiche in trasferta. La signora in questione potrebbe confondersi, per modi e aspetto, con la tipica professoressa ex Pci-Pds in visita alla città d’arte. Le tradisce la musica. Alla prima nota del cantante satirico di M5s Andrea Tosatto, anche psicologo e anche residente a Dubai (è quello che canta “lo facciamo solo noi”, sigla a Cinque stelle), la signora comincia a ballare scatenata, e non si ferma più.

 

Cinque stelle da palco old fashion. E’ il prototipo del Cinque stelle da Tsunami tour 2013, genere Alessandro Di Battista, per un verso, e genere Paola Taverna, dall’altro. Può rientrare nella categoria anche Barbara Lezzi, la senatrice più amata dalla base come volto da dibattito, a Imola nel ruolo del “ponte” con l’elettorato del nord  sull’argomento tasse ed evasione. Il Cinque stelle da palco old fashion sembra domato, persino più pacato, rispetto alle intemerate del 2013, quando, nei primi tempi dopo l’ingresso in Parlamento, compariva come nome ricorrente nelle cronache per salite sui tetti della Camera e liti con deputati del Pd. Però poi la sua vera natura emerge, e stride con i modi da santone-gigione del Grillo motivatore di coscienze. Ecco che, quando meno te l’aspetti, Di Battista si affaccia come una Lady Gaga dal balconcino delle dirette televisive, e saluta la folla (in giacca e cravatta, però, e non più in maglietta come un tempo). Oppure balza sul tavolo dell’area meet-up, per ribadire con aria ispirato-categorica quanto detto agli attivisti riottosi dal più diplomatico Roberto Fico: le regole sono regole, su liste e simboli non potete fare come vi pare, lavorate e lavoriamo , risolveremo. Visto da lontano, proteso in avanti col microfono sulla folla di militanti e di curiosi, il “Dibba” poteva essere confuso con un esponente di una boy-band al concerto clou della stagione. Invece è l’uomo che la base vorrebbe candidare nientemeno che a sindaco di Roma, se le regole non lo impedissero. (Intanto Paola Taverna, senatrice romana verace, stornellista e volto tv da combattimento, parla di vaccini – non li vuole obbligatori per chi va a scuola – con immutato lessico popolar-polemico).

 

Cinque stelle in transizione verso la mutazione governativa-vorrei ma non posso. Uno per tutti, Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e uomo più strattonato per i selfie dagli attivisti a Imola. Parlando dei possibili candidati premier, per non dire dei possibili candidati a sindaco di Napoli, Grillo ha detto che i bravi sono tanti (cioè: non è bravo solo Di Maio). Ma sia lui sia Di Maio sanno che la “base” per lo più non concorda: perché non giocarcelo?, se funziona, era uno dei pensieri dominanti tra gli stand. Il problema è sempre lo stesso: le regole. Se uno è già parlamentare, non si può. E questo del “vorrei ma non posso” è tema che serpeggia e serpeggerà tra internet, meet-up e raduni nazionali (come a Imola, appunto).

 

Cinque stelle malpancista. Il Cinque stelle malpancista – prototipo numero uno, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti – è uno che ha in mente un M5s ideale in cui ci si comporta come se non si fosse nel M5s.  Avrebbe voluto, a Imola, Pizzarotti, che la riunione dei sindaci non fosse stata convocata a un orario antelucano non molto conciliabile con gli arrivi in stazione. Per il resto, il sindaco sembra sempre sull’orlo di esplodere, di fare riflessioni, di esprimere critiche anche feroci. Però il più delle volte ci ripensa, si ferma, pazienta, cambia discorso, vira sulla frase di rito “a Parma stiamo lavorando benissimo e i risultati parlano per noi” e, se non lo invitano sul palco, se lo fa andare bene (a parole). “Sto qui tra la gente”, ha detto a Imola, ma il volto tradiva pur sempre un certo tormento.

 

Cinque stelle testa di cuoio. Uno per tutti, Max Bugani detto Max, consigliere comunale a Bologna, candidato sindaco di Bologna in pectore e presentatore ufficiale della due giorni di Imola. Non è della nouvelle vague, e anzi non è mai stato ortodosso come oggi (un tempo era noto per la contrapposizione sotterranea e non sotterranea con gli ex Cinque stelle poi epurati Federica Salsi e Giovanni Favia, colpevoli del reato di talk-show e insubordinazione mediatica – reato che forse sarebbe mezzo-prescritto, oggi, ma si sa che Gianroberto Casaleggio vuole eliminare qualsiasi forma di prescrizione). Sul palco, in giacca-piumino, Bugani toccava il grado zero della conduzione-eventi al momento di presentare l’intervento della senatrice Barbara Lezzi: “E’ in dolce atteeesaaaa, e suo figlio si chiamerà Attilaaaaaa!”.

 

Cinque stelle pariolino (estero su estero).
E’ il caso di Andrea Tosatto, cantante psico-filosofo residente a Dubai. Sue le rivisitazioni in chiave satirica di canzoni, canzonette e inni. Veste con cardigan e camicia, stile piazza Euclide primi anni Novanta. I suoi testi vengono intonati a squarciagola da gruppi di avventori (vedi categoria Cinque stelle mimetiche). Ritornello tipico, quello da “Lo facciamo solo noi”, sigla di Imola: “Lo facciamo solo noi / di difendere l’ambiente / di arrestare il prepotente). Nelle altre strofe compaiono tutte le parole chiave del credo Cinque stelle: “rimborsi”, “casta”, “governiamo noi”. Nel repertorio spopola anche la versione “Marino / Marino / Marino” della più nota  “Marina / Marina / Marina” (“o mio bel dottore / ora puoi parlare… / li devi sputtanare /no no no no no) e la gettonata versione antimilitarista de “La mia banda suona il rock” : “Io in guerra non ci andrò” – corollario: “Se la finanza crolla / lasciatela crollare).

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