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A Imola tra i grillini c'è voglia di normalità (e di governo), aspettando la "sorpresa"

C’è la kermesse nazionale dei Cinque Stelle a Imola e sul treno da Roma, di buon mattino, gli indizi ci sono tutti: la coppia di militanti con bimbo piccolo, dotata di zaino, pile e provviste per la serata all’autodromo, abita un po’ a Roma un po’ a Palermo – pendolari momentanei – e lei a Roma i Cinque Stelle li conosce da vicino, dice.

17 Ottobre 2015 alle 20:03

A Imola tra i grillini c'è voglia di normalità (e di governo), aspettando la "sorpresa"

foto LaPresse

Imola. C’è la kermesse nazionale dei Cinque Stelle a Imola e sul treno da Roma, di buon mattino, gli indizi ci sono tutti: la coppia di militanti con bimbo piccolo, dotata di zaino, pile e provviste per la serata all’autodromo, abita un po’ a Roma un po’ a Palermo – pendolari momentanei – e lei a Roma i Cinque Stelle li conosce da vicino, dice.  Lui, in compenso, legge “Collusi” di Nino Di Matteo, e lo consiglia a tutti i vicini, lasciando cadere nel discorso le parole magiche che risuoneranno tra gli stand qualche ora più tardi: onestà, trasparenza, ladri, mafia (manca la parola magica più usata dai Cinque Stelle a Roma negli ultimi giorni: “scontrini”). Nel secondo treno, quello da Bologna a Imola, un militante giovane che viene da Reggio Emilia è disposto a dividere il taxi per l’autodromo con l’attivista sessantenne di Napoli che ha appuntamento in hotel con quattro amiche. Entrambi invitano i compagni di viaggio a partecipare alla gara podistica (di auto-finanziamento o di divertimento?) del giorno successivo, “gara dei tre monti”, pare si chiami, e qualcuno dice che “anche Beppe parteciperà”. Si cercano conferme, ma nessuno riesce a sciogliere il mistero del Grillo podista. Anche perché il vero mistero della giornata è un altro, anche detto “la sorpresa”. Che cosa diranno Grillo e  Casaleggio dal palco, alle 20 e 40?, si chiedono a ora di pranzo gli avventori del punto ristoro chiamato semplicemente “Acqua” e del baretto della birra chiamato per contrappasso “Trasporti” (c’è anche il manifesto di ragionevole avviso: “Se guido non bevo”). L’albergo dei militanti, il tre stelle sulla strada, un po’ sopraelevato, ha qualcosa che ricorda l’Overlook Hotel di “Shining”, invece dentro si ride e si prendono caffè e si comprano piadine. Fortunati coloro che le prendono fuori dall’autodromo, le piadine, infatti: dentro, dopo un’ora di fila, costano 5 euro l’una, ma per il buon motivo dell’autofinanziamento, spiegano. E se vuoi bere, non puoi certo contribuire a inquinare il pianeta,  dunque devi prima comprare la borraccia allo stand del merchandising e soltanto dopo potrai riempirla (gratis) dall’erogatore (“a saperlo portavamo la bottiglia vuota da casa”, dice un’attivista da Ravenna).

 

La sorpresa, si attende tutto il giorno la sorpresa, ma si capisce a un certo punto che la sorpresa, per oggi, non potrà essere un’intemerata del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, abbastanza contrariato per il disguido (tecnico o politico non si sa) che ha fatto saltare la riunione dei sindaci prevista per la mattina. Che la sorpresa sia un nome per le amministrative?, dubitano i cronisti. Ma anche questa speranza evapora man mano che cala la sera. Ci si concentra allora, per esclusione, sul problema “regole per le candidature”: che si tratti di quello? Non v’è certezza, accanto al banchetto in cui si vendono magliet con scritta “Keep calm and M5s al governo”, perché il tema della manifestazione è quello: Cinque Stelle al governo. Un “wishful thinking” che, nell’ultimo periodo, a Roma, nel M5s, è parso più che sfiorabile, visti anche i guai altrui. Ma ogni volta che si spera, tra i Cinque Stelle, a Roma, salta fuori il suddetto, eterno problema delle regole: che fare? Aggirarle e candidare Alessandro Di Battista, il front man che a Imola saluta la folla dal balconcino delle dirette tv e poi si mette a rispondere agli attivisti anche un po’ inferociti dei meet-up con il collega Roberto Fico? Oppure candidare un nome low profile di un pur stimato consigliere comunale (Virginia Raggi, dicono gli attivisti romani) onde evitare il bagno di realtà e di scocciature e di rischi connessi al governo stesso? Chi governa già, tipo il sindaco Pizzarotti, ne sa qualcosa, ma non è questa la sua giornata (forse domani, ripetono gli intenditori di cose parmensi). Oggi parlano soprattutto i parlamentari nelle agorà, le assemblee con i cittadini all’aria aperta, quest’anno con piccolo palco sopraelevato per l’oratore (cosa che amplifica a intermittenza l’effetto speaker’s corner). I militanti salutano il deputato Stefano Vignaroli e la senatrice Enza Blundo, ma poi, come guidati da una calamita, corrono a cercare Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Eccoli sotto la capannina “Camera e Senato” che rispondono a domande poco udibili (troppe persone con aste da selfie si protendono in avanti). Sono in giacca, pronti per le interviste televisive, e questo è un segno dei tempi al pari dell’altro fatto: stavolta gli attivisti cercano direttamente i cronisti e mostrano volantini con “le cose fatte” e addirittura film prodotti artigianalmente (uno viene presentato al gazebo “Cinque Stelle Veneto”: si chiama “Bandiza-storie venete di confine”, con manifesto crepuscolare rosso e nero ).

 

Nel frattempo i rumori del sound-check (musica country) e gli effluvi di panini e carne arrostita, hanno trasformato l’autodromo in una succursale di una festa country (Imola, sì, ma anche America profonda). Ed è a quel punto che appare evidente la novità antropologica di questa edizione della festa a Cinque Stelle: la prevalenza del grillino del Nord. Perché un anno fa, a Roma, al Circo Massimo, i Cinque Stelle nordici si erano confusi, mimetizzati tra siciliani e napoletani in forze e romani curiosi. Ma a Imola sono lì, i nordici, chi in tuta chi in jeans e quasi tutti con famiglia, con le bandiere e le aspettative: “Noi qui abbiamo lavorato, chieda a Bugani”, dicono (Bugani cioè Max, il consigliere a Bologna e testa di cuoio di Grillo e Casaleggio in Emilia-Romagna  – è lui a fare i saluti dal palco, è lui che, si dice nel pomeriggio, potrebbe essere candidato a sindaco di Bologna, padrone di casa di M5s nella regione totalmente rossa che fu).

 

Dalle agorà, intanto, giunge una voce più forte delle altre – “no alla decapitazione culturale del paeeeese!”, ma l’attenzione della folla non ancora al suo apice (si dirà: sono ventimila, sono diecimila, sono cinquantamila – vai a sapere) è tutta per Roberto Fico e Alessandro Di Battista che, in piedi su un tavolo, tentano di domare i suddetti attivisti dei meet-up. Gli attivisti chiedono, loro rispondono, ma le domande sono sempre le stesse: possiamo usare il logo? E come? E quelli perché lo possono usare anche se non sono certificati? Oppure, passando ai massimi sistemi: che succede se io voto un tizio che poi si rivela avere un enorme conflitto di interessi? E insomma l’attivista di Venezia come quello di Ferrara come quello di Firenze ha la stessa questione scottante da sottoporre ai membri del Direttorio: cambi la città, resta la questione. E però a volte neppure i “portavoce”, spiega Roberto Fico, hanno la risposta. (E da fuori in effetti pare impossibile uscire vivi da quell’assedio di domande frequenti e “casi ricorrenti”, roba che nemmeno nelle istruzioni dell’ ultimo elettrodomestico).  Il dibattito prosegue per due ore buone, e la fila del bar si confonde con quella dei curiosi. “Segnalateci, però, segnalateci tutto”, dice Fico gentilmente all’attivista più virulento. E’ la guerra dei loghi che si preannuncia? Usateli se avete le carte in regola, dice Fico, poi fatevi le vostre regole, ma che nei programmi ci sia qualcosa che rimanda almeno alle istanze lanciate dal blog di Beppe Grillo, è la raccomandazione finale (ma il pubblico scalpita: qualcuno voleva parlare e non ha parlato). Di Battista invece la prende di petto, microfono in mano, sempre in piedi sul tavolo: lo si vede da lontano abbassarsi sulla folla dei meet-up come una rockstar dal palco. “Vedremo di risolvere i problemi”, noi lavoriamo, voi lavorate, è il concetto. Poco distante, due militanti si aggirano incerottati e bendati per protesta contro i tagli alla Sanità. Ma l’impensabile accade davanti al gazebo Emilia-Romagna: c’è maretta per via di un gioco, una specie di pila di lattine con le foto di Renzi, Monti, Bersani, Lupi e altri avversari della politica cosiddetta tradizionale. C’è una palla, volendo si può tirare e giocare a buttare giù le lattine: una cosa autoironica, dicono, un gioco “eversivo”, tutto qui. Ma l’attivista più grillino di Grillo c’è sempre, ed ecco infatti che viene fuori a dire che no, quella cosa è contraria allo statuto e insomma non si può fare. Surreale? Forse, fatto sta che la pila di lattine a un certo punto scompare.

 

Ma la sorpresa, la sorpresa qual è? Non sarà una sòla?, questa sorpresa annunciata da Casaleggio, si domandano i più ansiosi tra i cronisti e pure tra gli eletti. Poi sul palco sale Andrea Tosatto, autore di rifacimenti satirici di canzoni e canzonette. Sua la “sigla” di Imola, quel “Lo facciamo solo noi” (strofa cult: “Lo facciamo solo noi/ di difendere l’ambiente / di arrestare il prepotente). Sua anche la versione Cinque Stelle di “La mia banda suona il Rock” (nelle sue mani diventa qualcosa che suona più o meno come “Io in guerra non ci andrò”). C’è anche, per i cultori romani, la versione “Marino/Marino/Marino” della più celebre “Marina/Marina/Marina” (“o mio bel dottore/ ora puoi parlare… /li devi sputtanare /no no no no no). Colmo dei colmi: lui, Tosatto, è anche psicologo e filosofo, vestito da pariolino, e residente a Dubai da cinque anni (grillino estero).

 

[**Video_box_2**]Alle cinque della sera, l’autodromo, sempre più popolato di grillini del Nord con famiglia e cane (ma ci sono anche attivisti in stile rockettaro, tipo ex fan di Vasco Rossi con cappello e stivale, e attiviste più ageés scatenate nelle danze) non assomiglia neppure più alla festa americana country. Qualcuno cerca Dario Fo, qualcuno (un anziano signore in giacca) fa un giro in bicicletta sotto al palco. Che la sorpresa arrivi davvero oppure no, si cominciano a srotolare i materassini per il comizio e per il concerto, aggirandosi tra gli stand e facendo confronti: “Preferivi il Circo Massimo l’anno scorso?”, dice al punto ristoro una signora a suo marito, come fosse una cosa normale della vita quotidiana, ed è la voglia di normalità, forse, la cifra nuova.

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