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Manifesto contro la malagiustizia

Piero Tony non è Flaubert né vuole o ha bisogno di esserlo. Non è supremo stilista e non si occupa che indirettamente del cuore umano e dei sensi. Ma fa lo stesso.

11 Giugno 2015 alle 06:08

Manifesto contro la malagiustizia

Cronisti in un'Aula di tribunale (foto LaPresse)

Piero Tony non è Flaubert né vuole o ha bisogno di esserlo. Non è supremo stilista e non si occupa che indirettamente del cuore umano e dei sensi. Ma fa lo stesso. Così come Madame Bovary ti consente di capire (sentire come parte del tuo mondo) la stupidità del farmacista, la compostezza broccolona del marito, la vanità degli amanti, l’inquietudine dell’amore, il presagio della morte in una carrozza che sobbalza e la quint’essenza della puttanaggine o della vita borghese di provincia, proprio così, proprio allo stesso modo ti è consentito, se leggi il libretto di Tony, un magistrato che si è stufato e la dice chiara e tutta, di capire che cosa è andato storto nel nostro modo di giudicare le persone, di fare pulizia nella vita pubblica, di trattare gli esseri umani come mezzi invece che come fine, di costruirci una leggenda nera al posto della nostra stessa storia. E di sentire il tradimento dei giornali, l’invacchimento dell’informazione televisiva, la resa al peggio di istituzioni di garanzia del vivere civile come parte del tuo mondo. Di oggi. Il mondo che vivi. Di cui parli o scrivi. Sono i miracoli della scrittura quando rende testimonianza e ti porge l’anticchia di verità di cui hai bisogno nella forma sublime del romanzo o nell’ordinario e chiarissimo linguaggio di un esposto civile. 

 

Insomma questo breve trattato di un magistrato che si è stufato, si è messo da parte e ha deciso di dirla tutta con spontanea sicurezza, con contegno, senza urlare, senza fare nomi a casaccio, mantenendo terzietà giudicante anche nella denuncia, è efficace come un classico dell’Ottocento. L’autore, toga pura, si meriterebbe un processo al termine del quale poter dire “Madame Bovary c’est moi”, e  invece oggi la censura opera per silenzi, ammiccamenti, rimozioni, edulcorazioni e altri mezzi bassi di deprezzamento e di isolamento di chiunque non stia al gioco. E’ un vero peccato di omissione, è la rinuncia al piacere intellettuale della riscoperta di ciò che non sapevi di sapere, ma vagamente intuivi, il fare finta che questo libro Einaudi (stile libero extra) non sia in libreria, il passare oltre e considerarlo un qualunque saggio sulla professione di magistrato scritto “da uno di loro”.

 

Come testimoniato da Indro Montanelli in tempi non sospetti (ne riferivamo ieri qui), Piero Tony, il procuratore generale che osò mandare a monte il processo mediatizzato sul mostro di Firenze, è un campione di retorica forense, ma proprio perché la sa esercitare senza ornamento, nuda e chiara come la luna piena nelle serate terse. Nel suo manifesto di una vita non si propone come campione di alcunché, si offre di aprirci o scoperchiare la sua vita in toga, e di spiegarci come mai questo paese è avviluppato nella spirale umiliante della politicizzazione della giustizia, dell’arbitrio nell’esercizio del diritto, della “supplenza” invasiva che porta alla fine della divisione dei poteri, nella torsione a fiction, ma di quella banale, fotoromanzata, del reale giurisdizionale, con orde di manettari, di personaggi sciatti e farfalloni, di ambiziosi pieni di bullaggine e di prosopopea, tutti intenti a primeggiare, gareggiare nel nulla delle “hard news”, costruire teoremi moraleggianti, distruggere vite e società civile compromettendo una delle tre istituzioni decisive di una democrazia liberale, il giudiziario.

 

L’autore è persuasivo quando descrive la politicizzazione della giustizia penale, la lentezza e l’impaccio così utili dei suoi meccanismi, la discrezionalità togata che diventa arbitrio, la politica che asseconda il fenomeno e lo fa suo per gola e per inerzia anche prima di restarne vittima, la gogna che stravolge vite ed è “giudizio costituzionale definitivo”, il famoso “giudicato” di tipo nuovo, acconcio ai tempi, la persecuzione strepitante di “fenomeni” da processare invece che di “reati” da individuare e provare; è persuasivo perché è tecnico (quando ci vuole) ma non pedante, perché parla di tutto ma come i signori parla delle cose e non delle persone, lasciando al lettore il suo personale catalogo degli errori e degli orrori. Capisci cosa pensa, tutto il male possibile, del processone stato-mafia o del processo Ruby o delle persecuzioni delle streghe pedofile, ma lo capisci perché ti racconta come si stravolge una procedura, come si nullifica la riforma del processo inquisitorio, come si sostituisce il soggettivismo e la cultura di corrente o ideologia di parte alla coscienza collettiva di una professione di stato esercitata in nome del popolo o al libero convincimento del giudice.

 

Il “che cosa” spiegato bene attraverso il “come”: sono lacerti di verità che i lettori del Foglio conoscono da vent’anni, che sono parte sostanziale della nostra piccola ma tenace funzione editoriale e civile, sono cose che magari ricordate da un articolo di Vitiello, da un pezzo di Mauro Mellini, da un saggio di Fiandaca,  ma stavolta chi parla non è un politico come Violante (in funzione di storia critica di sé stesso), non è uno di noi corsari dell’informazione, stavolta è un compassato magistrato di sinistra che vorrebbe tanto voltare la faccia dall’altra parte, che cita anche tutto il buono che c’è nel lavoro di mille suoi colleghi, ma che non riesce, proprio non riesce, a non essere sottile e sferzante, accusatorio e generoso di dettagli e di virgole decisive tra una fattispecie e l’altra di moralismo messo fraudolentemente al posto del diritto penale.
E c’è veramente tutto: c’è il capitolo sul concorso esterno in mafia, una lettura drammatica a carcere in corso per i Cuffaro e i Dell’Utri, c’è lo smantellamento del guardonismo e del comune senso del pudore capace di condurre a campagne “isteriche” e antiliberali sul sesso e l’amicizia, c’è l’elencazione senza nomi ma palmare del numero infinito di “salti in politica” che ha screditato come parziale e faziosa la funzione di giustizia che va dalle inchieste milanesi sulla corruzione ad oggi. E c’è la gioia di vedere che questo gran finale di carriera, perché Tony come ho detto ha scelto di chiamarsi fuori per essere finalmente dentro il problema della malagiustizia, è stato pescato da un giovanissimo cronista, che ora dirige questo giornale, abituato a leggersi le pagine locali dei giornali e disposto a partire per Prato e a parlare con il capo dell’ufficio dei pm che aveva in animo il programma galeotto di questo magnifico libro. Da anni ci chiediamo: quando finirà il tormento della giustizia ingiusta, dell’arbitrio, della compromissione dell’intera magistratura nei comportamenti abnormi delle sue avanguardie supplenti della politique politiciènne? A leggere questo libro il momento della rivoluzione di libertà e di diritto è arrivato; a sentire il silenzio ottuso e impudico che per adesso lo circonda, quel momento è sempre rimandato.

 

Piero Tony, “Io non posso tacere. Un magistrato contro la gogna giudiziaria. Confessioni di un giudice di sinistra”, Einaudi, 134 pagine, 16 euro.

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