Stiamo bene soli

Simonetta Sciandivasci

Gazzelle è arrivato per cantarci la fine di tutti gli amori, e lo fa in una lingua che capiamo. Quella delle “Persone normali”

Stiamo male tutti, e tanto, però né più né meno di prima, di sempre, del solito, e questa è una buona cosa: significa che non siamo peggiorati e ci teniamo stabili, che è uno star male un po’ migliore, uno star meglio di quanto pensiamo. Ha scritto il Guardian: “Non c’è epidemia mondiale. Le malattie mentali non stanno crescendo in maniera esponenziale. Non sono una malattia del capitalismo occidentale”. Non siamo ammattiti di dolore, come certe volte crediamo quando ci accorgiamo, e questo sì che è epidemico ed innegabile, di sopportare la sofferenza assai poco, quasi per niente. E’ soltanto successo che “negli ultimi vent’anni, l’identificazione e la destigmatizzazione della malattia hanno fatto aumentare le persone che chiedono aiuto e sempre più giovani riferiscono di avere disturbi mentali”. Gazzelle lo ha detto meglio, da cantautore: “Stavi male pure prima, pure prima di star male, con la testa sulle scale, pure prima dell’estate, con la testa sotto il mare”. E direte cosa c’entra, quella è una canzone d’amor perduto, anzi finito, come quasi in tutte le canzoni di Gazzelle, per ennui, per prevenzione, per autotutela, indisponibilità a sfracellarsi il cuore o la testa o tutte e due le cose per riprovarci, rianimare le viole e le rose o ripiantarle, nello stesso vaso o in uno più grande, o persino in giardino. Gazzelle ha 29 anni ancora per poco, due in più di Sally Rooney, la scrittrice sulla bocca di tutti, e come lei racconta il modo in cui abbiamo trasformato l’amore in un disturbo, e l’altro in un virus, entrambe cose per cui potersi e doversi ricoverare e da cui poter guarire, credendo che ci avrebbe fatto bene, che ci avrebbe disintossicati, e invece ci ha immunizzati e desensibilizzati soltanto un po’, ci ha messi in fuga, anziché stabilizzarci, peraltro senza fornirci fiato e tempra sufficienti a correre via per sempre.

      


Non ci va più di scopare, e di fantasticare, di poter fare cose, di scintillare, di andare al mare. Non ci va più di fare qualcosa di umano. E però “forse faremo un figlio, all’isola del Giglio”


 

L’altro non è l’inferno: è la malattia mentale, ed è una scissione da rinsaldare. “Pensavo fosse amore, e invece erano guai” dice la canzone di Gazzelle su come ci ricomponiamo quando l’altro ci fa a pezzi, e li porta con sé, e allora, in fondo, che gran sollievo quando va via, anche se insieme a noi ha fatto scintille. “In fin dei conti sto bene, puoi dormire tranquilla, che non mi taglio le vene, che non parto per l’India, anche se ho gli occhi perduti”. Siamo salvi, ma che mestizia. Integri, e pure se “è come se fossimo ancora in due”, non consentiamo a nessuno di fare di noi una Guernica.

   

Finisce una relazione e non tolleriamo il male che fa, andiamo in psicoterapia, prendiamo l’ansiolitico, ci giuriamo che mai più permetteremo alla vita di essere così viva senza il nostro permesso, e al battito animale di battere così forte fino alla morte, e a quello o quella con cui è finita scriviamo una mail per dire: senza di te sto meglio, perché con te stavo male, perché tu eri causa del mio male, non mi sapevi fare bene, anziché ammettere che stavamo male pure prima di lui, di lei, dell’estate, del mare, di Gazzelle, prima che fossimo millennial non di quelli che fanno la maturità come scrive Repubblica, e che non esistono, ma di quelli che attraversano questo tempo con addosso trenta-quarant’anni senza averne l’aria e neppure la statura.

    


Una canzone d’amor perduto, anzi finito, come quasi in tutte le canzoni di Gazzelle. Ventinove anni, due in più di Sally Rooney


         

In “Persone Normali” di Sally Rooney i due protagonisti hanno “quella strana età in cui la vita può cambiare enormemente per delle decisioni minime”, ed è per questo che, pur amandosi tantissimo, da sempre, non riescono a stare insieme, e lei a un certo punto s’accorge che mentre lui, negli anni, crescendo, si è “adattato al mondo”, lei è degenerata, “si è sempre più allontanata dall’essere una persona sana, ed è diventata qualcosa di incredibilmente svilito” – figurarsi se ammette che stava male pure prima di lui, e ci starà anche dopo.

   

Quella strana età in cui abbiamo tutta la vita davanti, “sì davanti a un bar, mentre la notte ci mangia la pelle, fermiamola, spegnete i colori, i tormenti, i dolori, gli ombrelli e i malumori, che noi, che noi stiamo bene anche soli”. Perché mai spostarsi dal bar, a forza di farcirci di noi stessi e dell’idea che per star bene con gli altri dobbiamo star bene prima da soli, finiamo con il fermarci lì, al passo propedeutico, e restiamo tra noi, con noi, unici tra gli unici, soli tra i soli (e quando Coez canta che “le stelle sono soli, sì, ma mica siamo soli noi”, lo fa per dirci che c’è Dio, o chissà chi; siamo più disponibili verso Dio che verso l’amore, meglio ancora se è un Dio di tanti, in fondo se funziona il poliamore perché non dovrebbe funzionare il politeismo). Abbiamo tutta la vita davanti a un bar, fosse mai che se ci spostiamo incontriamo qualcuno che poi ci manda al manicomio, con tutto quello che abbiamo da disfare.

   

Venerdì, il giorno del solstizio d’estate, Gazzelle ha pubblicato il suo nuovo singolo, si chiama Polynesia e nessuno s’aspettava che fosse un inno caraibico, ma neanche un altro de profundis di una relazione che galleggia e va alla deriva. E invece: “La luna di notte non ci scalda più, le bombe, la crema, i morsi sulla schiena, la televisione, la tua depressione, il telegiornale, ti giuro, amore, non mi va di andare al mare, non mi va, ah, la Polynesia, non mi va di fare le cose soltanto per fare”.

   

   

A dire che il cuore delle cose è sempre “un cuore che batte”, che si va in spiaggia a fantasticare, a scopare, a richiamare grandi imprese, del resto (per fortuna?) ci pensa Jovanotti, per quest’estate, per quest’anno, forse per sempre d’ora in avanti, lui è il solo rimasto a crederci ancora, e sempre di più, il solo capace di scrivere ancora alla stessa donna di tutta la sua vita che quando la guarda passare “fa tremare i sassi” e lo fa “sentire un poeta, anzi di più un profeta che annuncia al mondo l’inizio di una nuova èra”. Scriteriato d’un ottimista, Jovanotti, a chi la lascerà la nuova èra? Noialtri ce ne staremo seduti a guardar la vita passare davanti a un bar, eccetera. Non che la cosa ci faccia piacere. Sappiamo cosa ci perdiamo. Sappiamo quanto siamo tristi, quanto lo saremo, sappiamo che non guariremo. Sappiamo che stavamo male pure prima, e che gli altri sono la cura, non la malattia, ma è una cura energicamente dispendiosa, e noi già abbiamo il Burn out, e poi è anche costosa, e noi già siamo precari, o comunque sottopagati, insomma via, Jova, sia realista, è l’èra dell’Acquario senza pesci. E a noi rassicura tutta quell’acqua che un motorino rigenera e pulisce e filtra per nessuno in particolare, per il mantenimento di un ecosistema che potrebbe accogliere la vita ma se anche non lo farà resterà bello, in ordine, pulito e pronto, dice o non dice Amleto che essere pronti è tutto? E allora, su.

  

  

Il verso più bello di Gazzelle (ne ha scritti molti di bellissimi, a luglio prossimo esce per Rizzoli la sua prima raccolta di poesie, ma per noi era poeta pure prima) fa così: “Mi sento acceso, come le cose che non mi hanno spento”. E’ la sospensione della possibilità che ci fa saldi negli sradicamenti quotidiani. Non il brivido, o la paura che possa finire, ma la certezza che finirà. Coerentemente, la raccolta di poesie di Gazzelle si chiama “Limbo”. E però chi lo sa, magari è un omaggio a quel ballo estivo o da compleanni senza alcolici che facevamo da ragazzini, quando l’illusione della fine della storia non vacillò neppure durante Mani Pulite. Da Gazzelle un giochino così potremmo aspettarcelo, non è mica uno serio, per fortuna. Sarà l’ironia post hipster (ve li ricordate, gli hipster, e vi ricordate quando temevamo che avrebbero sterminato il genere umano?), sarà la gnagnera teverina, sarà che gli piace moltissimo il Brit pop, sarà che quando lui scrive “Due anni fa è uscita Quella te, la canzone che mi ha cambiato la vita”, qualcuno gli risponde “A noi ce l’ha rovinata”. E’ bravo, è bravissimo, ci dispera, ci aiuta a crogiolarci meglio, c’è gente che gli dice “Avanti, scrivi un pezzo nuovo, che devo soffrire”, e chi lo sa quanto ci marcia e gioca su. E’ complesso anche capire se mente, e su cosa. Quando, non molti mesi fa, è uscito il suo secondo disco, l’ultimo, “Punk”, a Rolling Stone ha detto che c’erano canzoni che ha scritto anni fa, e che ce le aveva messe non perché ci si debba rifare al passato ma perché “Saranno vent’anni che scrivo canzoni e solo ora mi ascoltano”, e a Repubblica, invece, ha detto che “questo è un disco che ho scritto di getto, in un mese e mezzo”. Noi sogniamo che abbia mentito sapendo di mentire. Dopotutto, cosa c’importa della genesi di un disco? Certo, il fatto che quello precedente, il primo, “Superbattito” (2017) lo abbia scritto mentre si guadagnava da vivere lavorando in un bar (l’eterno ritorno del bar) servendo caffè e cappuccini – “Coi cappuccini ero il numero uno” – è già un bellissimo film anni Novanta, e rende Quella te bella e straziante senza fine, senza appello, remora, dignità. “Quella te” la cantiamo tutti, da due anni, ovunque, nelle note audio e al Primo Maggio, al bar, al mare, con la testa sulle scale, alle sette di mattina, e si capisce che poi Ligabue vende meno biglietti e Gazzelle, che fino a due anni fa forse neanche faceva la dichiarazione dei redditi, adesso riempie gli stadi e cambia arredamento ogni sei mesi. Volete mettere “passeranno gli anni prima che tu ammetta che di me volevi solo te, quella te che rideva, quella te che mi sconvolge ancora il sabato mattina con la felpa sporca della sera prima che diluvia ma cammina cammina” (e questo è Gazzelle, e siamo tutte noi, con voi, per voi) con “certe donne brillano, chiamano di notte che ti piaccia oppure no” (e questo è Ligabue, che ameremo sempre, ma che non sa che gli anni d’oro del grande Real sono passati, siamo in era Gone Girl e noi piuttosto che chiamarvi di notte ci facciamo ammazzare da uno di Tinder).

    


Non vogliamo star bene, vogliamo stare benino, che è il solo modo per rimanere in equilibrio, soffrendo sempre un po’ meno


      

A proposito di notti, che non sono più certe notti, ma tutte le notti, con la radio che passa solo musica italiana così la Lega è contenta, tanto abbiamo Spotify, dice Gazzelle che le supereremo “a forza di sciroppi” e “contro la nostalgia mangeremo una torta di mele” e “ci arriveremo tardi a tutti i nostri sbatti e arriveremo stanchi ai nostri primi trent’anni e faremo sogni grandi ma senza realizzarli”. Manifesto di una generazione intera, forse due, e racconto breve sulla verità della sola resilienza in cui non c’è posizione politica che ci distingua: non vogliamo star bene, ma benino, che è il solo modo per rimanere in equilibrio, soffrendo sempre un po’ meno, andando a scemare, come l’azione di uno sciroppo, che scioglie il catarro e piano piano fluidifica e poi libera il respiro.

   

“Ti crei problemi dal nulla?”, ha chiesto Rolling Stone a Gazzelle. Risposta: “Forse sì. Però cerco di vivere, di stare in mezzo a qualcosa di vivace”. E vivace è il dolorino più di ogni altra cosa.

    

Ma veniamo alla politica, che con la felicità ha tutto a che fare. “Usciremo mai dal sistema capitalistico?”. Risposta: “Penso di no. Ci vorrebbe un evento catastrofico, come una guerra, dovrebbe morire molta gente. I veri rivoluzionari sono quelli che scelgono di non vivere. Quelli che si ammazzano perché sono felici, e non perché sono depressi”. Caro Guardian, questa dove ce lo fa mettere, Gazzelle, e con lui tutti noi che gli spasimiamo dietro, tra i sani o gli insani, i felici o gli infelici, i cattivi pensieri o i perbenisti, gli attivisti o gli inattivi?

     


Perché spostarsi dal bar, a forza di farcirci di noi stessi e dell’idea che per star bene con gli altri dobbiamo star bene prima da soli


    

Stavamo male pure prima di star male. Ci dice la psicoterapeuta di stare nel dolore. E soli, il più possibile, per incontrare noi stessi, ché specchiarsi non basta mai. Fuori di te chi lo sa chi puoi incontrare, magari una di quelle che ti chiamano di notte, oddio, che incubo. Verso la fine di “Persone Normali”, Connell, il protagonista maschile, quello nel quale Marianne riconoscerà, alla fine, il compimento della maturazione di cui lei si scoprirà incapace, e che non è altro che la riappacificazione borghese, sentirà che tutti i suoi problemi vengono dall’esterno: “Dentro non sentiva niente. In un certo senso, manifestava molta più emozione di quanto avesse mai fatto in vita sua e al tempo stesso ne provava di meno, non ne provava affatto”. L’esterno, naturalmente, è Marianne. E’ lei che, facendosi da parte, gli consente di diventare una persona normale, che è in fondo l’aspirazione comprensibile di una generazione a cui è andato tutto storto, e vorrebbe un po’ di pace, visto che i regolatori dell’umore dopo un po’ danno assuefazione. Niente signora libertà, e neanche signorina anarchia. Gazzelle il suo disco l’ha chiamato “Punk” semplicemente per evidenziare che “seguo solo le mie regole”. E dentro ci ha cantato che “non c’è niente di male se non ti va più di fare l’amore soltanto per fare qualcosa di umano”.

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