Aspetta il vento

Francesco Carofiglio

La solitudine improvvisa dei pomeriggi invernali, quella che mia madre mi ha insegnato a lasciar andare. Un estratto da "L'estate dell'incanto" di Francesco Carofiglio

Mia madre non ha mai usato trucchi. Niente rossetto, matita, ombretto. Neanche un po’ di cipria. Era snella, alta, elegante. Non si è mai tinta i capelli.

 

Adesso, a distanza di alcuni anni dalla sua morte, mi rendo conto che l’immagine che conservo di lei è quella dei suoi quarant’anni. Mi ricordo il profumo di freddo sulle guance d’inverno, lo sguardo ironico, la malinconia che non riusciva a nascondere, negli occhi, anche allora. Soprattutto mi ricordo lei che legge. D’estate seduta su una sedia a sdraio, all’ombra di un grande mandorlo, oppure d’inverno, alla sua scrivania, nella mansarda piena di libri. Era il suo studio, dove ha scritto i suoi saggi, i romanzi, i racconti. Quando ci penso mi sembra di vedere la luce fioca di quella stanza in fondo al salone. Nella penombra galleggiava una lampada liberty, di fronte alla scrivania c’era la libreria di Albini, e per terra una moquette verde bottiglia. Adesso mi sembra di essere lì, mentre assisto allo spettacolo silenzioso di mia madre che legge. La guardo e lei non mi vede.

 

Passavo molto tempo a disegnare, ogni giorno, usavo le penne, quasi mai la matita. Seguivo le linee e inventavo storie, animali misteriosi, eroi tragici dai nomi improbabili. Annullavo i contatti con quello che c’era intorno, in una trance che mi rendeva invulnerabile. Di tanto in tanto mia madre si affacciava alla camera e si avvicinava. Guardava i disegni e mi accarezzava la testa, poi mi dava un bacio e andava via. Senza dire nulla. E io mi sentivo nell’equilibrio esatto della bellezza.

 

Credo che il disegno sia stato una specie di transfert nella mia vita di bambino, attraverso i disegni esistevo e mi rendevo visibile, amavo e mi facevo amare, molto più di quanto riuscissi a fare nel mondo reale.

 

Mi ricordo un pomeriggio. Mio padre era fuori, mia madre nello studio, come sempre. Su un lato della scrivania c’erano i compiti da correggere e l’astuccio delle matite, sull’altro lato una pila di libri. In cima alla pila Una stanza tutta per sé. La Woolf è stata una compagna fedele dei viaggi immaginari, dentro le pareti mobili di quello studio. Gli altri erano Dante, la Recherche che leggeva e rileggeva in francese, e Leopardi. Ma nel corso degli anni, quando mia madre invecchiava e anche dopo, quando non c’è stata più, il profilo aguzzo di Virginia Woolf, i suoi occhi penetranti e malinconici, sono l’immagine che associo alla sua presenza, e che resta, nel silenzio sospeso della mansarda.

 

Quel pomeriggio di gennaio mi sembrava che il tempo non passasse mai, smisi di disegnare e andai in cucina, guardai nella credenza, presi due mandarini e mi diressi verso lo studio. Quando mi affacciai sulla mansarda, mamma stava correggendo i compiti, sentivo il suono ruvido della matita rossa e blu sui fogli protocollo, aveva una grafia illeggibile, di cui si compiaceva.

 

Lei tolse gli occhiali e mi guardò. “Che fai lì, entra”. Mi avvicinai alla scrivania e le offrii un mandarino, lei sorrise e cominciò a sbucciarlo. “Conosci la terra dei limoni in fiore, dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, dal cielo azzurro spira un mite vento, quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso. La conosci tu?”. Mi disse quei versi come faceva sempre, con il suono degli indovinelli dell’infanzia. Usava i versi dei poeti, spesso, per parlarmi, così come io usavo i disegni. Mentre mangiavo, uno a uno, gli spicchi del mandarino lei rimase a guardarmi. “Cosa c’è Ciccio, qualcosa che non va?”. Mi sentivo triste, solo, di quella solitudine che improvvisamente attanaglia i bambini e non lascia scampo, ma non glielo dissi.

 

Lei mi guardò, gli occhi cervoni, belli e grandi. “Ogni tanto succede, di sentirsi soli”. Mi convinsi in quel momento che potesse leggere i pensieri. “Succede di essere tristi. Ma poi arriva come un vento improvviso e la tristezza scompare”. Le chiesi come si faceva a sapere quando arriva quel vento. Lei entrò nel cono di luce della lampada. “Non sai quando arriva, esattamente. Ma esiste, quel vento soffia di sicuro, quando meno te l’aspetti”. Mi sorrise, e poco dopo il vento passò, in effetti, e anche la tristezza.

 

Ho sempre pensato che mia madre conoscesse bene quella solitudine improvvisa dei pomeriggi invernali. Credo che la sua anima meravigliosa abbia sempre lottato con il sentimento aspro del rimpianto, per qualcosa che aveva perduto, per qualcosa che non si era avverato. Ma non saprò mai cosa.

 

Quarant’anni dopo quel pomeriggio, il giorno prima che lei si addormentasse, mi fece la stessa domanda. Eravamo seduti in poltrona, una accanto all’altro. Era un pomeriggio pieno di sole. “Cosa c’è figlio mio, qualcosa che non va?”. Io la guardai, provando la tenerezza dolorosa dei saluti, e le accarezzai il viso. “No, mamma. Non c’è niente che non va”. Prima o poi il vento passa, prima o poi la tristezza scompare. 

 

“L’estate dell’incanto” è appena uscito in libreria

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