Tutta la pazienza

Annalisa De Simone

La massima esperienza d’amore nella storia di una bimba più piccola di un pacco di fusilli

Esiste un tipo di pazienza che non ha a che fare con l’attesa e con l’immaginare la fine di qualcosa, oppure l’inizio, il giorno della tua promozione, quell’opportunità, e allora ti dici: da brava, resisti, arriverà.

 

Una pazienza che non c’entra con la pazienza fatta di piccoli gesti in grado di portarti a ciò che vuoi, la strada magari è lunga, ma abbastanza dritta da farti intravedere la meta: se ce la metto tutta, ce la faccio. Aver accumulato pratica in questo tipo di pazienza non serve quando devi vedertela con un altro tipo di ostacolo, il più ruvido, quello che non è attesa, ma impotenza, adattamento, rassegnazione. La protagonista del memoir “Eva e le sue sorelle”, romanzo d’esordio di Tieta Madia (Marcos y Marcos), desidera un figlio da quando ha sei anni, due genitori separati e cinque fratelli nati dai loro secondi matrimoni, due camerette in due case diverse, una gatta che corre oltre il cancello e viene investita.

 

La vita è breve!, si dice Tieta, tanto vale viverla con le persone che ami, che a quell’età sono per tutti mamma e papà. Allora fa un calcolo: se loro moriranno a novant’anni, ne avrà più di sessanta per starci insieme e, sebbene le sembrino ancora pochi, vorrebbe riservare lo stesso favore ai suoi figli, regalando loro quanta più vita possibile insieme a lei. Per esaudire questo desiderio il primo passo sono i peli sotto le ascelle e le mestruazioni. Fatto. Quindi, da ragazza, liberarsi dell’imene. Facile. Il terzo è di incontrare l’amore. Un po’ meno facile, ma fattibile. E poi: l’università, una casa minuscola, una più grande con la veranda, la laurea, un lavoro malpagato e uno malpagato uguale ma meno noioso. La somma di queste azioni dovrebbe condurla alla meta e cioè: un figlio, alti e bassi, quei rari momenti in cui il velo che ti separa dagli altri cade e ti senti dentro al mondo. Facile? Nei pensieri di bambina, restare incinta è una condizione conseguenziale: mi viene il ciclo, divento fertile, sono in ovulazione, faccio sesso, non uso anticoncezionali, ho un figlio. Ancora non sa di quella ginecologa che con la matita disegnerà una pera, per indicare la forma dell’utero, e poi un cuore, per indicare la forma di un utero bicorne, il suo. Non sa che ci vorranno anni per restare incinta, ore passate sul letto a gambe in su, dopo un rapporto, perché così gli spermatozoi non si perderanno per strada; che sarà costretta a fare un prelievo di sangue ogni tre giorni per capire se la gravidanza procede, ma soprattutto: cosa significa sopportare il dolore di una madre che di colpo non lo è più, la ruvidezza di chi, come certi medici, non si perde in chiacchiere e chatta: “arrivati gli esami dell’embrione, era sano, era femmina”. Sii forte, le dicono gli altri (che, poi, quanti di noi scelgono di essere forti? sarebbe come pensare di essere sovrappensiero mentre si sta pensando ad altro). Pazienza, le dicono, arriverà. Pazienza, si dice lei, mentre impara cosa significhi e quanto costi e cambia lavoro, città, fidanzati, amanti, bici. Eppure, dopo anni e dopo più di un aborto, quando riesce a portare avanti una nuova gravidanza ma sua figlia nasce prematura e viene ricoverata in terapia intensiva neonatale, il primo tipo di pazienza non serve. Mettercela tutta è un’espressione già di per sé odiosa, forse tollerabile se a dirtelo è un insegnante di yoga, ma quando devi imparare la frustrazione di non avere controllo su niente, soprattutto sulla vita di tua figlia, che mentre accarezzavi il pancione pensavi al sicuro almeno fino a quando non le avresti permesso di scorrazzare in motorino, e cioè mai, è diverso. Accettare di essere impotenti. E’ questa la prova che affronta Tieta Madia e che, come autrice, ci restituisce con un racconto intimo, sempre leggero nella sua ironia, denso, pungente.

 

Leggendo, ho visto Eva dentro l’incubatrice, più piccola di un pacco di fusilli, con un tubo nel naso e il pannolino che le arriva al collo. Ho visto Tieta accanto a lei e mi sono detta: un istante penso che voglio essere madre e l’istante dopo osservo la pazienza di una madre e penso che non potrei farcela al posto suo. Mi sono detta anche: non voglio un figlio, già è complicato con l’amore che va e viene e i rimorsi e i rimpianti e il terremoto e il populismo e la pandemia. Ma arrivata al punto in cui Eva è fuori pericolo, ho invidiato la gioia incontenibile di sua madre, per cui la pazienza è la prova più estrema mai affrontata e per cui trascorrere i giorni fra le pareti di un reparto di terapia intensiva neonatale, insieme ad altre madri con storie diverse ma con la stessa pazienza, è la massima esperienza d’amore. Più di un figlio, a quel punto, ho desiderato un’esperienza d’amore, che è la misura esatta di questo libro.

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