Prendere a calci l'aria, fumare in bagno, e tutti gli esercizi di libertà

Annalena Benini

L’energia repressa dei bambini vuole sfondare i muri, e anche io voglio fare a botte

Mio marito e io lavoriamo da casa, uno in una stanza e uno in un’altra. Nella divisione degli spazi, a me che non fumo è toccata la cucina, a lui che fuma è andato il salotto, perché è più vicino al bagno ma soprattutto perché se io sto in cucina non mi accorgo di quando lui va in bagno a fumare, e quindi non sbuffo e non alzo gli occhi al cielo e non urlo: diomio che puzza di fumo mi sento male. Lo dico lo stesso, ogni volta che vado in bagno. Lui dice che quello è il suo bagno e che la sua libertà se ne sta già molto costretta e chiusa in bagno. Io dico che la sua libertà finisce dove comincia quella micidiale puzza di fumo che ristagna e mi si attacca ai capelli, e dico che anch’io devo avere la libertà di vivere e forse morire dentro una casa e non dentro un posacenere.

 

Per il resto, va tutto bene, tranne per il fatto che, dopo aver finito di lavorare, di lavare i piatti, di cucinare, di stendere la lavatrice, e dopo che io ho acceso in quel bagno decine di candele mangiafumo e mi sono lamentata tantissimo per la puzza di fumo, e ho spalancato tutte le finestre facendomi vento con le mani per scacciare quella terribile puzza di fumo, mio marito e io non possiamo parlare di niente. Nostro figlio ce lo impedisce, non vuole.

 

Ci sediamo a tavola, a pranzo e a cena, a volte anche a colazione, e io dico: hai letto l’articolo di quel biologo americano oppure: certo che quest’estate sarà difficile, e lui magari dice: mi ha telefonato Paolo, stanno tutti bene adesso, ma è stata dura, comincia un racconto e Giulio ci interrompe subito: basta parlare di politica! Parlate sempre di politica! Noi protestiamo e dichiariamo, con enorme convinzione, tutta la nostra innocenza: non stavamo parlando di politica! Stavamo parlando di vita, di persone, di libri, di quel che succede nel mondo. Ma per lui, che ha undici anni e non esce di casa dal sette marzo, è tutto politica e del mondo di adesso non vuole sapere più niente. E’ allegro, dice che gli piace tantissimo stare a casa, ma non riesce più a stare seduto a tavola per cinque minuti di fila. Si alza di scatto, corre via, ritorna, si inginocchia sulla sedia, scende di nuovo, prende il monopattino, va a fare un giro, ritorna, gli cade il monopattino, tira un pugno all’aria, una sberla a suo padre, fa delle smorfie, delle voci stridule, poi mi bacia, mi chiede se gli voglio bene, ma è già di nuovo a testa in giù e io ho un capogiro e dico: sento puzza di fumo. Sua sorella lo guarda con disgusto e dice: Giulio sei completamente pazzo, ma anche lei ha cominciato a ballare a tavola e a fare le smorfie. Io le parlo e lei balla, le chiedo dei compiti e lei balla, le chiedo se ha dato da mangiare al cane e lei balla: balla una musica immaginaria che sembra trap, balla e non mi risponde. Dopo cena, da qualche giorno tutti e due hanno iniziato a twerkare invece di sparecchiare. E se la sera guardiamo un film, “un film non di politica”, Giulio lancia in aria tutti i cuscini del divano, poi si butta per terra, striscia un po' come dentro una trincea immaginaria, si alza di scatto e si lancia sul divano di testa e rimane così, immobile a testa in giù per qualche secondo, ma subito ricomincia a scalciare, a saltellare, a scuotere la mia poltrona con me dentro, e di nuovo a twerkare insieme a sua sorella. E’ l’energia repressa che vuole sfondare queste quattro mura, è il corpo che si ribella e intanto si espande dentro le felpe sempre più corte, i calzini sempre più stretti (o forse sono io che sbaglio i lavaggi).

 

Ed è la limitazione della libertà: come essere costretti a fumare chiusi in bagno, che ne fumi molte di più e butti perfino i mozziconi nel water, e sai che arriverà qualcuno a dirti di smetterla, ma tu a smetterla non ci pensi proprio. E io lo capisco, giuro che lo capisco: il twerk e i mozziconi e la puzza di fumo, e il divieto di una conversazione decente, e il desiderio solo di barzellette sceme e di fare a botte. In questo tempo costretto, loro comunque crescono, noi al massimo ingrassiamo e parliamo di politica. Però adesso vado in bagno a lavarmi le mani, e poi penso che farò a botte.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.