Giropizza mai

Valentina Furlanetto

Un attimo di leggerezza, ma ecco lo schiaffo della realtà. Che cosa desiderare? Adesso, ossigeno

Avevo scritto un pezzo leggero sulla nostra vita di adesso e la nostra vita di prima, su quello che ci manca, compreso – incredibilmente – il giropizza di fine anno scolastico in settanta famiglie in una sala. Avevo scritto un pezzo sui desideri beffardi, sulle stupidaggini che mi mancano e che rivoglio indietro. Ma poi l’ho cancellato. L’ho buttato perché ho ricevuto un messaggio da una mia amica che fa il medico anestesista in un ospedale della provincia di Milano. Il messaggio è questo: “Non ho abbastanza ossigeno negli impianti dell’ospedale… devo scegliere a chi darlo e la soglia di età si abbassa… tra un po' non abbiamo morfina per sedarli almeno per farli morire sereni… in rianimazione ho gente dai 30 ai 60 anni massimo senza patologie. Siamo devastati dal veder morire la gente senza avere i mezzi per curarla”.

 

Avevo scritto un pezzo sul fatto che è meglio non esprimere desideri, come dice mia zia. Che poi si avverano e ti stritolano. Mia zia, che ha un figlio ventisettenne che non vedeva mai, perché lavora lontano, ora ne condivide la quotidianità ventiquattro ore su ventiquattro. Fin troppo. Che privilegio e che strazio questa vita guancia a guancia. Mio figlio, che si lamentava della scuola, ora che non ci va più la rimpiange (o meglio rimpiange i compagni, la ricreazione e i giochi). Mia figlia, che nella nostra vita di adesso ha scambiato il giorno per la notte, è felice per il pianeta “che finalmente è pulito”. Poi però suo fratello le sta attaccato tutto il giorno e lei sbuffa e del pianeta non gliene importa più niente. Io stessa nella vita di prima avevo espresso a voce altra il desiderio di una quarantena, una pausa di riposo e silenzio che mi allontanasse da tutto e da tutti per quattordici giorni. Che languore, che prospettiva. Chiusa in una stanza, da sola, a sgranocchiare arachidi e guardare le serie tv, rimpianta e compatita. Li abbiamo espressi i nostri desideri e si sono avverati, ma sono diversi da come li avevamo immaginati. Ci deludono e ci stritolano.

 

Insomma avevo scritto un pezzo su questo, ma l’ho buttato a tarda sera dopo aver sentito la mia amica. Ci scriviamo mentre lei sta tornando dal suo turno in ospedale. I suoi due figli e suo marito dormono già, lei mi scrive dall’auto prima di entrare, poi si infilerà in casa, si farà una doccia e dormirà in una stanza a parte. E tuttavia se c’è una cosa che non sopporta è la retorica sui medici eroi. “Ma quali eroi. Il punto è che sono arrivati troppi malati, tutti assieme e non si ha modo di curarli, non ci sono i posti letto, non ci sono i macchinari… E ti giuro che siamo facendo 14-16 ore al giorno, ma non riusciamo a gestirli tutti. Poi ci sono tanti, troppi colleghi che si ammalano, continuano a lavorare e infettano i malati. Non ci fanno i tamponi perché se li facessimo e scoprissero che siamo positivi dovrebbero metterci in quarantena. E invece dobbiamo stare in reparto. Non se ne esce”.

 

“Mandano in rianimazione ortopedici, ginecologi, vanno bene tutti. I rianimatori sono pochi, quindi ogni medico è necessario. Però farsi curare una polmonite da un ginecologo o un ortopedico non è proprio una garanzia di successo. Per non dire delle conseguenze psicologiche. Prendono infermieri che non hanno esperienza o che arrivano dagli ambulatori, persone che magari fino al giorno prima facevano i prelievi, li sbattono in Terapia intensiva, con un carico emotivo fortissimo, con i pazienti che muoiono fra le loro mani. Bombe da cannone. E qualcuno non ce la fa, qualcuno fra gli infermieri si è suicidato”. Vado a vedere queste storie, una infermiera di Jesolo che aveva 49 anni e una di Monza di 34. La Federazione nazionale dell’ordine delle professioni infermieristiche include anche loro due nel conto degli infermieri vittime da Covid 19. Temevano di aver diffuso involontariamente il virus.

 

“Scusa lo sfogo – scrive la mia amica – ma è stata una giornata terribile, troppa frustrazione. Non c’è niente di eroico nel non riuscire a fare il proprio lavoro per mancanza di mezzi e personale, per mancanza di ossigeno e morfina”. Vorrei che tutto questo finisse. Se è uno scherzo e volevate farci capire che dovevamo apprezzare la normalità, che nulla si deve dare per scontato, che tutto era un privilegio e dovevamo essere grati anche del giropizza infernale mi pare che l’abbiamo capito. Se volevate farci capire che tutto è fragile, d’accordo. Se volevate che comprendessimo che le relazioni umane ravvicinate, la spontaneità, gli abbracci, l’impulsiva voglia di toccarci, fossero sbagliati, ecco quello mi rifiuto di capirlo. E quando la signora che mi sfiora per sbaglio al supermercato fa un sobbalzo e non sorride più e abbassa lo sguardo, aggiusta la mascherina e scappa via a me si stringe il cuore e rivoglio la vita di prima, la promiscuità di prima, gli abbracci di prima, le scazzottate di prima e pure il giropizza.

 

Ho buttato il mio pezzo leggero, il pezzo su quello che mi manca, ma ho ricominciato a desiderare: respiratori, morfina, mascherine, ossigeno.