Perché esistiamo?

Fuani Marino*

Dalla parte dei bambini pallidi. Mille domande, e la sensazione di stare in troppe serie tivù

Dopo venti giorni chiusa in casa e il suo ottavo compleanno festeggiato in isolamento (ha spento le candeline in videochiamata con le compagne di classe), mia figlia mi ha posto una domanda alla quale non ho saputo rispondere. Alla tv c’era l’aggiornamento quotidiano sul numero di contagi, decessi e guariti, questi valori che salgono e scendono, seguiti da uno dei soliti servizi di telegiornale sui campi di guerra, ovvero i reparti di terapia intensiva, quando lei si è girata verso di me e ha detto: “Mamma, perché esistiamo?”. Ha poi ripreso a guardare lo schermo, il cui riflesso azzurrino la faceva sembrare, se possibile, ancora più pallida di quanto fosse in realtà. Ho spento dicendo che era troppo piccola per i quesiti filosofici e che dovevamo finire l’analisi grammaticale. Forse avrei potuto almeno provare a spiegarle perché esiste il Covid-19, il virus che ha messo in ginocchio le nostre vite, la causa dell’epidemia che ha cancellato in un giorno tutte le sue abitudini, vanificando la spessa rete sociale che qualunque genitore di figlio unico s’impegna a costruire negli anni, affinché quest’ultimo non debba sentirsi troppo solo e il genitore magari un po’ meno in colpa per non avergli voluto o potuto dare un fratello. Perché durante quest’emergenza in isolamento ci stiamo tutti, ma i figli unici un po’ di più.

   

All’inizio abbiamo installato le piattaforme per la didattica a distanza, illudendoci che qualche ora di lezione online e i messaggi vocali delle maestre possano sostituirsi a quel complesso ambiente che è la scuola. Poi abbiamo tirato fuori i puzzle e i giochi di società, infornato biscotti anche se non ci piace cucinare. Anni trascorsi invano a mettere un freno sul tempo da trascorrere al tablet (“finestre” di cui diventa difficile limitare l’uso, adesso che anche scuola e socialità passano attraverso di loro), per poi ritrovarci tutti, genitori e figli, a fare quattro salti davanti a Just Dance, così smaltiamo un po’ pure noi. Fra gli effetti collaterali delle misure adottate, avremo bambini con carenza di vitamina D e pieni di incubi, bambini il cui anno scolastico, anche se ritenuto valido, sarà comunque monco di un quadrimestre, e dal futuro quantomai incerto. I nostri bambini sono a casa, come noi tutti, per non prendere il virus e diventarne vettori asintomatici. Sono a casa per il bene comune, ma non sono mai stati così pallidi, e non sappiamo se i minuti d’aria concessi potranno bastare. Conserveranno il ricordo di questi giorni sospesi, fatti di sole e silenzio, senza piscina, equitazione, catechismo o lezione di inglese: Tara, la ragazza au pair, ha fatto ritorno a Manchester appena in tempo.

  

Non esco da cinque giorni e devo fare la spesa. Ho recuperato delle mascherine conservate dai tempi in cui mia figlia, nata prima del termine, era in incubatrice, nonché stampato l’ennesimo modulo in cui dichiaro di stare uscendo per motivi improrogabili oltre a non essere affetta dal Covid-19, cosa di cui non posso essere certa, dal momento che non ho fatto un tampone. La strada è deserta. Sembra di essere finiti nella profezia di Steven Soderbergh, il regista che nel 2011 (quando eravamo presi a confrontarci con un’altra grave minaccia, quella terroristica) firmava “Contagion”, film sullo sviluppo di una pandemia. All’inizio e alla fine, alcune sequenze mostravano il ruolo della casualità nella creazione del virus, per poi andare a ritroso nella catena del contagio, individuando paziente zero e focolai.

  

Davanti al supermercato c’è la fila, un addetto con mascherina e guanti fa un cenno a chi può entrare. Mentre siamo dentro l’altoparlante esorta la clientela a velocizzare gli acquisti, in modo da lasciare il posto agli altri che aspettano fuori. E’ un annuncio ripetuto più volte, che mi fa venire in mente due scene di serie tv. La prima è “The Handmaid’s Tale”, perché a Gilead, nella città distopica in cui è ambientato il racconto di Margaret Atwood, andare al supermercato è l’unica occasione di uscita delle ancelle, proprio come adesso per noi. L’altra sequenza a cui mi riporta l’altoparlante è presente in “Chernobyl”, la ricostruzione del disastro nucleare avvenuto nel 1986, in cui questa volta l’annuncio richiama i cittadini verso un autobus che li preleva dalle loro case, alle quali non faranno più ritorno. Mi si potrà dire che guardo troppe serie tv, e intanto attualmente non possiamo fare molto altro. Sulla via del ritorno una signora si affaccia al balcone e ringhia un generico DOVETE STARE A CASA! verso di me. Affretto il passo.

 

Quando tutto questo è iniziato, ai bambini abbiamo chiesto di disegnare un arcobaleno con la scritta “Andrà tutto bene”, ma la verità è che non lo sappiamo neanche noi, come potrà andare, in futuro.

  

*Fuani Marino è scrittrice, ha pubblicato con Einaudi “Svegliami a Mezzanotte” (2019)

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