cerca

La mia Barzini

Un’autentica rompicoglioni di totale bellezza, la madre che dice al figlio: sei un piccolo borghese

18 Ottobre 2019 alle 12:02

Beniamino Barrese ha vissuto, ha studiato, è cresciuto, ha capito. Come è logico, fino ai dieci anni, sua madre – Benedetta Barzini – era per lui semplicemente sua madre. Poi, di colpo, dopo aver ritrovato molte foto e ritagli di giornale che la riguardano, quella donna è divenuta anche per lui “la Barzini”, la figlia (e nipote) di una firma del giornalismo e di un’ereditiera, la donna che ha fatto impazzire mezzo mondo negli anni 60 e 70 sfilando per le più importanti case di moda e frequentando il jet set: i suoi amici erano Warhol, Capote, DalíDuchamp. A quella consapevolezza è seguita la nascita di un’ossessione nei suoi confronti, sublimata adesso con “La scomparsa di mia madre”, il documentario realizzato da Barrese, già presentato al Sundance Festival, in cui “la Barzini” è protagonista. “E’ tutta la vita che fotografo e filmo mia madre senza sapere perché”, si legge sullo schermo nero. “E’ stata la mia prima modella, la mia preferita. Quando mi ha detto che aveva deciso di andarsene e di non voler tornare mai più, ho capito che non ero pronto a lasciarla andare”. “Posso aiutarti?”, le domanda. “No”, gli risponde lei, che oggi è una splendida settantacinquenne dall’inconfondibile neo sulla gota. Beniamino l’ha ascoltata e, come fanno spesso i figli, le ha disobbedito. Le ha chiesto il permesso di filmarla. Si è sentito rispondere un altro “no”, che poi però è diventato un “sì”, “perché – gli confida lei – “dire di no avrebbe ferito te. Ho preferito ferire me”.

 

Il punto è stato capire il perché e, soprattutto, dove lei volesse nascondersi. Quella scelta – gli spiega poco prima di ritirare la medaglia d’oro per la benemerenza civica al Teatro Dal Verme che raggiunge in bicicletta – “consiste nell’andare nel modo contrario a quello che ho vissuto fin’ora”. “Tutto viene delegato alla fotografia e non alla memoria propria: a me interessa fermare le cose che non si vedono, a te quelle che si vedono”. “Non ho niente a che vedere con l’immagine, e tu tutto, è un problema insolvibile”. E’ una frase difficile da comprendere, perché è pronunciata da chi è stata sotto i riflettori e ha vissuto per anni di quelle luci. Adesso non vuole apparire, ma poi è lì, sul grande schermo, e continua a farlo. Nonostante la contraddizione, una spiegazione c’è. “Voglio avere il coraggio di farlo come unico regalo a me stessa, perché ho passato una vita di costrizioni come un animale addomesticato a quello che si usa e si fa”. “Volevo regalarmi una fine, che è il contrario di quello che ho vissuto fino adesso”. Quella fine, però, non è la morte, ma lo scomparire, che forse è anche peggio, eppure un lusso per chi lo fa. “Non è un suicidio: è un’altra vita”. Suo figlio, che chiama Ben, era l’unico che potesse capirla e permetterle una cosa simile.

 

Ha registrato per diversi mesi quella madre colta e intelligente che – come tutte le madri ingombranti e impegnative – è un’autentica rompicoglioni, consapevole di esserlo. Lui è il primo a saperlo, il primo a riderci su. Lo definisce “piccolo borghese” quando la invita a cambiarsi la maglietta, lo considera “una meraviglia di ingenuità da me messa al mondo”, lo rimprovera di essere “troppo didascalico”.

 

Fare questo film è stato un tentativo, per Ben, di trovare una risposta ricominciando a filmare sua madre proprio come faceva da piccolo. C’è lei che dorme, che si specchia, che si lava e che si trucca, che riflette o che si estrania, persino quando fa pipì in un bosco dopo aver nascosto le foto, perché odia la memoria. Ci sono i segni dell’età orgogliosamente mostrati sul volto, sul corpo e sul colore dei capelli che pettina svogliatamente e c’è ancora lei tra libri, fogli, carte e oggetti nella sua casa/studio milanese che tocca di rado un vecchio cellulare. C’è lei che dorme e che si incazza perché lui le ronza troppo attorno, e lui che le chiede scusa, fino alle lezioni di Antropologia della moda all’università raggiunta in metro (“ma è la Barzini?”, sussurra qualcuno). Le immagini scorrono: lei fuma spesso la sigaretta (la sua “compagna da sessant’anni”), incontra Lauren Hutton, mette da parte le buste di cartone, fa gli scatoloni. Ben è sempre lì a osservarla, a riprenderla fino ad arrivare, insieme con lo spettatore, nello spazio intimo in cui solo lui la conosce. Ci mostra i pregi e i difetti di Benedetta, la fa posare con il suo vestito blu preferito, ma, soprattutto, la fa ridere ancora fino a racchiuderla in quella che è la sua immagine più autentica: una donna libera, sua madre.

 

 

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi