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I posti per una cena o un drink o un caffè a Milano? Dentro ai musei

La nuova filosofia apre le porte dei musei al “volgare” bere e mangiare riabilitati al pari di una visita guidata

14 Aprile 2019 alle 06:00

I posti per una cena o un drink o un caffè a Milano? Dentro ai musei

(Foto Pixabay)

Cesare Beccaria accoglie alla prima rampa di scale. Non solo chi vuole andare a visitare la Pinacoteca di Brera ma anche i tanti che svicolando se ne vanno al Caffè Fernanda per cappuccino e brioche. Ma anche da lì si può accedere direttamente al museo, un passaggio che consente di sapere chi è Fernanda, di cui si può anche ammirare il ritratto. Si legge che Fernanda Wittgens “dopo le distruzioni della guerra dedicò se stessa al risorgere della città della cultura della Pinacoteca di Brera attuando nell’antico istituto il moderno concetto del museo vivente”.

  

Lunedì 8 aprile è stato inaugurato il nuovo Museo del Design alla Triennale (LaPresse) 


 

Parole scritte da Tommaso Gallarati Scotti, presidente onorario degli Amici di Brera, su un blocco di marmo donato dalla Fabbrica del Duomo con lettere disegnate da Giacomo Manzù. Non c’è dubbio che anche la ex direttrice (una Giusta tra le Nazioni), prima donna in Italia a dirigere un museo, avrebbe condiviso la scelta “moderna” di una caffetteria in un luogo come Brera contaminandolo con i più contemporanei usi e costumi che ormai coinvolgono pure i sacri luoghi alla cultura. Tavolini all’aperto sotto il portico colonnato, poltroncine all’interno dove, sopra al bancone, svetta una grande opera di Pietro Damini (“San Bernardo converte il Duca D’Aquitania”). Il sacro e il profano vanno a braccetto nella caffetteria, inaugurata nel 2018 dopo tre anni di lavori per il riallestimento delle sale, in occasione della presentazione della mostra “VII Dialogo - Attorno a Ingres e Hayez: Sguardi diversi sulle donne di metà Ottocento”, arredata con uno stile che si rifà al bon ton anni Cinquanta. Molto milanese.

 

La nuova filosofia sovverte la visione del bookshop come unico spazio aggiuntivo, aprendo le porte dei musei al “volgare” bere e mangiare ormai riabilitati al pari di una visita guidata. Perché a Milano ormai mangiare o prendere un drink al museo è bello come vedere una mostra. Perché tutto è di alto livello, nelle caffetterie e ristoranti d’arte milanesi, perfino un semplice panino ha l’allure di un manicaretto se servito tra opere d’arte. E’ la storia di un nuovo modo di fare ospitalità culturale che Milano ha imparato – molto ben imparato – dai grandi musei internazionali. Panini, sì. Come quelli gourmet proposti al Bar Luce della Fondazione Prada,  progetto firmato da Wes Anderson, il regista di Grand Budapest Hotel, che ha ricreato l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano. Dalla decorazione del soffitto alle pareti, l’ispirazione trae spunto dalla Galleria Vittorio Emanuele con un arredo interno dal gusto retrò, che celebra il cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta (tra le fonti iconografiche Miracolo a Milano e Rocco e i suoi fratelli). Strutture in acciaio a vista, ampie vetrate, tavoli e sedie in formica dai colori pastello, vecchi biliardini, un grande bancone in stil, viene servita un’offerta trasversale per tutta la giornata, dalla colazione (con i dolci della pasticceria Marchesi) al pranzo veloce fino all’aperitivo.

 

Piatti di eccellenza gastronomica, invece, alla Vòce di Aimo e Nadia nata da poco tempo negli spazi delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, divisi per tre tra caffetteria, libreria e ristorante su progetto dell’architetto Michele De Lucchi. Michele Coppola, direttore del settore Arte, cultura e beni storici di Intesa Sanpaolo, ci tiene a sottolineare che le scelte innovative, e raffinate, delle Gallerie d’Italia “stanno incontrando il consenso e l’entusiasmo di tanti visitatori, grazie a una costante ricerca di sperimentazione. Bastano otto gradini di marmo per trovarsi nel bar con l’alto soffitto decorato a stucchi e per passare a quello più contemporaneo, blu con faretti, del ristorante. La Vòce Fabio Pisani e Alessandro Negrini, chef e patron dell’attività insieme a Stefania Moroni (figlia di Aimo e Nadia) hanno accettato una sfida che mescola il territorio enogastronomico italiano provando a collegarsi con le varie mostre allestite perfino nei titoli. Al pubblico piace.

 

Si sale in terrazza alla Triennale, che definisce Osteria con Vista il ristorante che guarda lo skyline di Milano, quello del passato (il Castello Sforzesco) e quello del presente e del futuro (i grattacieli di Porta Nuova), uniti dal polmone sempreverde di Parco Sempione. Un posto fantastico per darsi un appuntamento, anche senza la scusa delle mostre sul design contemporaneo. Vista è anche il nome del gruppo (Chef Stefano Cerveni, Ugo Fava e Marco Giorgi) che gestisce sia l’Osteria che il Design Caffè, sempre in Triennale (cucina bistrot per i pranzi con un cambio di formula a partire dal 17 aprile), che il Giardino della Triennale già aperto. In più c’è il Triennale Caffè (a piano terra), rinnovato a inizio marzo e riaperto in concomitanza con Broken Nature.

 

“Il bar o un ristorante in un museo è un valore aggiunto – spiega Anna Maria Montaldo alla guida del Polo museale arte moderna e contemporanea di Milano –  e nel caso del Mudec e del Museo del Novecento, dal punto di vista della ristorazione, si tratta di due ristoranti di grande levatura e anche quello è un aspetto in più che aggiunge qualcosa alla bellezza e qualità del museo”. Enrico Bartolini, l’unico chef nella storia della Guida Michelin ad aver conquistato quattro stelle in un sol colpo, due delle quali al ristorante che porta il suo nome all’interno del Mudec, il Museo delle Culture di Milano.  E Giacomo al Novecento. “Ad altissimo livello in entrambi i casi, ma non alla portata di tutti in visitatori”. Al  Mudec, però, c’è anche il bistrot a misura di qualunque visitatore. Entrambi i ristoratori sono presenti fin dalla data di apertura dei musei: Giacomo da dieci anni, Bartolini dal 2015. Ovvero: non sono spazi aggiunti, ma un’idea di ristorazione che si coniuga con altre offerte che era già presente dall’inizio. E siccome funziona, sta cambiando il modo di organizzare i musei, ma anche di decidere per una cena con gli amici, dei milanesi.

 

Anche il delizioso LùBar nasce dalla creatività di una intera famiglia che da sempre è abituata al bello. Un nome un programma: Lucilla,  Lucrezia e Ludovico, i tre fratelli Bonaccorsi (impegnati in prima fila) ma anche Luna, Luchino, Ludovico, Lucio e Luisa Beccaria, stilista famosa, moglie e mamma “sempre di aiuto avendo un gusto incredibile”, sottolinea la figlia Lucrezia. Nell’aprile 2017, il LùBar partecipa al bando per la creazione di un ristorante alla Villa Reale di Milano che ospita la Galleria d’arte moderna, in via Palestro. Affronta così una nuova sfida: un caffè, bistrò e ristorante con un menu più elaborato e uno stile curato che si distingua nel minimo dettaglio, ricordando le origini siciliane, pur mantenendo l’atmosfera rilassata dello street food e rispettando il prestigio della location. LùBar Villa Reale è aperto da mattina a sera e accoglie un pubblico trasversale: dalle colazioni dei campioni per sportivi ai visitatori stranieri interessati alla vicina Galleria, dai pranzi di lavoro a chi cerca un posto nuovo all’aperitivo o una cena con musica dal vivo. Anche questa è Milano, nei giorni del Fuorisalone: i posti migliori per mangiare sono al riparo dal caos, nascosti nei musei.

Paola Bulbarelli

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