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No, i ristoratori non ce l’hanno con lo street food: però hanno scritto un Manifesto che…

"Gli abusivi della ristorazione non rispettano le nostre stesse regole, dobbiamo giocare ad armi pari", ci dicono gli esercenti che puntano il dito contro la Regione Lombardia

8 Giugno 2019 alle 06:00

No, i ristoratori non ce l’hanno con lo street food: però hanno scritto un Manifesto che…

(Foto Pixabay)

Non è vero che Claudio Sadler, Carlo Cracco e Filippo Giordano né le diverse centinaia tra chef e ristoratori che hanno firmato il “Manifesto per non mangiarsi il futuro”, ce l’hanno con lo street food. Però insomma, c’è qualcosa che non va, non soltanto a Milano, ma ormai la capitale della ristorazione di qualità è qui – anche grazie alla trasformazione rapida del settore e del tipo di offerta, della presenza di un nuovo pubblico “meno tradizionale” di consumatori e di modi più dinamici di vivere la città – che la sensibilità si fa più acuta. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sentenza del Consiglio di stato “che diceva che l’unica differenza fra un panettiere che fa mangiare sui tavolinetti e un ristoratore è la presenza o meno dei camerieri e questo non ci sta bene” spiega Roberto Calugi, direttore di Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi, la principale di Confcommercio.

 

La questione sta tutta lì ma non è cosa da poco. Perché si parla di rispetto delle regole e di concorrenza leale. “Siamo presenti in 100 territori a livello nazionale, 320 mila realtà che operano nel nostro paese, danno lavoro a un milione di persone e valgono 85 miliardi di fatturato e 43 miliardi di valore aggiunto all’anno”. Un settore che in Lombardia vede coinvolte 51 mila imprese trainate da Milano e Monza, giunte a quota 18 mila (solo Milano registra un fatturato di 2,6 miliardi). Insomma non solo Milano, ma il problema c’è: “Basta passeggiare per il centro storico di una città per rendersi conto che tutti si sono messi a fare i ristoratori. Un negozio che fino a ieri vendeva pesce, oggi, su un piattino di plastica offre un pacchero con il gambero e il gioco è fatto: non ha l’obbligo di avere il bagno, il doppio lavandino, paga la Tari differentemente dal ristorante e così via”.

 

Si parla di abusivismo nella ristorazione, di un modo di lavorare scorretto non soggetto alle regole. “Se questa è la strada i ristoranti saranno sono incentivati a licenziare i camerieri e a offrire un servizio più semplice possibile”. L’appello è quindi diventato un obbligo per cercare di tutelarsi. “Non vogliamo mettere i piccoli contro i grandi, i ricchi contro i poveri, non è questo il senso del manifesto. Bisogna dare una visione strategica a un settore che è uno dei punti di forza attrattiva del nostro paese. E giochiamo ad armi pari”. C’è pure la tutela della salute e della sicurezza alimentare. “Home restaurant: è accettabile che chiunque possa aprire un ristorante a casa? È tutto legale perché non c’è una norma che li regoli mentre dovrebbero essere assoggettati a tutte le normative che abbiamo noi. Solo sui ristoranti i Nas hanno effettuato 80 mila ispezioni, quante fatte sugli home restaurant, chi garantisce sul cibo che viene dato da mangiare alla gente?”. Come se non bastasse ora ci si è pure messa Regione Lombardia a complicare la situazione.

  

“In Regione – incalza Lino Stoppani, presidente di Fipe – si sta discutendo un provvedimento che grida vendetta e che sta stravolgendo lo spirito dell’attività degli agriturismo. La nuova legge porta da 160 fino a 300 coperti al giorno la possibilità recettiva quando la media dei ristoranti italiani è 50-70. Si consente, di fatto, di trasformare realtà agricole in ristoranti veri e propri”. La lamentela è stata già inviata a Di Maio, a Salvini e al ministro Centinaio, unitamente alla lettera di accompagnamento a firma del presidente Stoppani. Non è una guerra, ci tengono a dire, ma la materia c’è: “Ci riferiamo agli operatori del settore agricolo, ai circoli privati, al terzo settore, ai negozi di vicinato, agli home restaurant e allo street food perché se non ti chiami ‘pubblico esercizio’ non importano i servizi igienici, gli spazi per il personale, gli ambienti di lavorazione a norma, la maggiorazione sulla Tari che a Milano costa 40 euro al metro quadro, il rispetto delle normative di sicurezza. Il vaso è colmo”. 

Paola Bulbarelli

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