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Gli imprenditori del nord e un Def che piace poco

L’assemblea di Assolombarda e il sostegno alle imprese. Reddito di cittadinanza no, flat tax nì

18 Ottobre 2018 alle 11:31

Gli imprenditori del nord e un Def che piace poco

Foto Pixabay

“In questa manovra vedo poca attenzione all’industria e al lavoro, che sono i due elementi fondamentali per la crescita”, dice senza troppe sfumature Marco Bonometti, capo degli industriali lombardi di Confindustria. “In un momento come questo era fondamentale che la manovra agevolasse la crescita per ridare fiducia e creare lavoro. Purtroppo è più orientata agli interventi di sostegno alle attività improduttive che non agli investimenti veri e propri. Lo sforamento del deficit poi è relativo, perché se i debiti si fanno nella direzione giusta, cioè negli investimenti produttivi, il paese cresce”.

 

Sembrano lontane anni luce le parole che – pur tra qualche polemica – il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia aveva pronunciato con una conversione governativa spericolata, un mese fa, dopo la minaccia di una manifestazione dei 40 mila (imprenditori): “Mi sembra che le dichiarazioni del vicepremier Salvini vadano verso una dimensione di grande responsabilità”. Invece, prosegue Bonometti, “per la Lombardia la soluzione migliore è arrivare all’autonomia, sia le imprese che la Regione insistono per arrivare rapidamente all’obbiettivo. Noi siamo in condizione di crescere con più velocità che nel resto del paese. Abbiamo un sistema competitivo che può crescere ancora”.

 

Ma c’è un tarlo che scava tra gli imprenditori della Padania e si chiama reddito di cittadinanza. “Farà arrabbiare la nostra gente – spiega il presidente di Confindustria Lombardia – qui le persone si sbattono dal mattino alla sera per lavorare, dall’altra parte vediamo esempi negativi, dove chi non fa niente prende lo stipendio per stare a casa. Per i lombardi, che sono operosi, è un danno grosso che genera sfiducia”. Siccome gli imprenditori badano alla concretezza, il capitolo infrastrutture del Def sembra aprire uno spiraglio di ottimismo: “La cosa positiva sono i 3,5 miliardi sulle infrastrutture, perché un paese non può andare avanti solo con l’export, bisogna rilanciare i consumi interni, le grandi opere e le infrastrutture. Per noi sono fondamentali alcune opere come l’alta velocità e la Pedemontana, ma anche la sistemazione di ponti e viadotti”, dice Bonometti.

 

Nel tempio del melodramma, la Scala, è in corso l’assemblea di Assolombarda. Il presidente Carlo Bonomi, nello stile pragmatico che lo contraddistingue, ha già valutato qualche provvedimento “forte” della Manovra. Infatti ha spiegato che “il reddito di cittadinanza non risponde all'esigenza di far crescere l’occupabilità”. In una recente intervista al quotidiano Libero, dopo un’apertura di credito “sovranista” contro le sanzioni alla Russia, aveva avanzato qualche critica anche alla flat tax: “Mi piace il tema della tassazione da abbassare e della revisione del sistema fiscale, ma non sono convinto che la flat tax sia la strada più efficace: la tassazione dev’essere organica, noi paghiamo troppo tutto, non solo l’Irpef o l’Ires. La flat tax ci costerebbe in termini di riduzione Ires circa 15 miliardi: preferirei fossero utilizzati per abolire l’Irap, che è un prelievo iniquo e aiuterebbe anche la semplificazione”.

 

Confcommercio sembra attendere le modifiche della manovra durante la conversione in legge delle Camere ma, al momento, pare accontentarsi della sterilizzazione dell’Iva e della promessa di una chiusura flessibile dei negozi la domenica. Per Marco Accornero, presidente dell’Unione Artigiani di Milano si tratta di “un provvedimento positivo, atteso dalle imprese in un momento in cui si tenta di superare anni di crisi e si procede verso un cambiamento della normativa fiscale”. E il riferimento è alla “pace fiscale” che potrebbe coinvolgere numerose imprese artigiane. “L’importante – spiega Accornero – è che le norme siano semplici nella loro applicazione, non comportando oneri elevati per il disbrigo della pratica”. Per Paolo Agnelli, presidente di Confimi Industria (30 mila piccole imprese con un fatturato complessivo di 7 miliardi di euro) che ha ospitato all’annuale assemblea tenutasi a Monza il vicepremier Matteo Salvini, la priorità è creare un ministro per le Pmi. Confimi chiede di superare il modello con un unico soggetto associativo come interlocutore del governo, dal momento che include anche imprese pubbliche con potenziali conflitti di interesse. Le Pmi, ricorda, danno lavoro a 16,5 milioni di persone e generano il 73,8 per cento del Pil. Il Def, che non entusiasma ma non spaventa nemmeno, sembra insomma già scontato e messo alle spalle, anche se i suoi riflessi si faranno sentire a lungo. Ma c’è un altro fronte aperto per il mondo dell’impresa, si chiama relazioni internazionali, l’anima dell’export.

 

“Sì, al di là del Def c’è l’Europa, e il governo deve chiarire qual è la sua visione. Dell’Europa non possiamo fare a meno, ma va profondamente riformata. Ci devono spiegare cosa va cambiato, bisogna essere propositivi non negativi su tutto”, conclude Bonometti. Una garbata critica alla cultura del vaffa che sembra connotare le relazioni internazionali del governo gialloverde.

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