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Come cambia il business cinese a Milano

Aumenta l'export verso Pechino e dintorni. Perché "cresce l’interesse per prodotti ad alto valore aggiunto”? Lo spiega un manager milanese di un grande gruppo cinese

18 Febbraio 2017 alle 06:03

Come cambia il business cinese a Milano

via Flickr

Va forte la Cina in Lombardia e in particolare a Milano. I dati comunicati a ottobre dalla Camera di commercio mostrano che nei primi sei mesi del 2016 il volume di interscambi ha superato i 3,7 miliardi di euro: 2,9 miliardi di import, stabile in un anno e 829 milioni di export (+2,5%). Particolarmente interessante risulta qui l’aumento dell’export. Un aumento registrato già l’anno scorso a livello nazionale, allora del 3,8 per cento, per un volume pari a 3,4 miliardi di euro. Sulla Lombardia si concentra il 42 per cento delle importazioni e il 33 per cento delle esportazioni. L’area metropolitana assorbe il 20 per cento degli interscambi.

 

A colpo d’occhio i dati sembrano confermare che la metropoli lombarda resta il motore del paese. Quello che però i dati nudi e crudi non dicono è che il rapporto con la Cina, e gli interessi degli imprenditori cinesi, stanno cambiando, soprattutto per quel che riguarda il nostro paese. “Quello che molti non hanno ancora realizzato è che l’interesse dell’imprenditoria privata cinese non è più solo e tanto l’Italia come mercato di sbocco del made in China” spiega Airaldo Piva, direttore generale della Hengdian Group Europe. “La ruota sta girando e cresce l’interesse per prodotti ad alto valore aggiunto”. Il Hengdian Group – che prende il nome dall’omonima città, situata nella provincia dello Zhejiang, a circa 4 ore di auto da Shanghai – è, con un fatturato di 9 miliardi di dollari l’anno, tra i primi dieci gruppi privati cinesi. Composto da oltre 200 aziende e da 50 mila addetti, ha una struttura molto diversificata, divisa in quattro macro settori: elettronica, chimica-farmaceutica, cinema-entertainment e distribuzione. Il 99 per cento del fatturato viene prodotto in Cina, una percentuale che non è cambiata nemmeno dopo l’apertura nel 2007 della filiale europea.

 

Già ma perché si è scelto Milano e non Francoforte, per esempio? “Può suonare curioso visto che si parla di affari, ma il motivo è stato innanzitutto personale” spiega Piva. “Nei rapporti d’affari, una delle grandi differenze tra Cina e Giappone – ho lavorato per sedici anni per il gruppo giapponese Sumitomo – è che, mentre il giapponese punta sulla fiducia societaria, per il cinese conta la persona. Io conoscevo già il direttore Hengdian Group quando viene presa la decisione aprire una sede in Europa e per questo la guida è stata proposta a me. E io sto a Milano”. Poi c’è ovviamente Milano. “Nel 2006-2007 l’Italia presentava ancora un certo dinamismo, Milano era la città con il maggior grado di innovazione, di rapporti internazionali, con una interessante piazza finanziaria e ottime università. Infine c’è la posizione geografica”. Per questo i grandi gruppi cinesi, dal colosso degli elettrodomestici Haier a quello dei cellulari Huawei, e ovviamente le banche, hanno il quartier generale a Milano o provincia. Un posizionamento strategico allora, quando l’obiettivo era trovare mercati di sbocco, e ancora più ora, con l’interesse focalizzato innanzitutto su tecnologia, brand e management. “Oggi per il nostro gruppo, ma non solo, è più interessante il mercato interno cinese, perché continua a crescere, è meno complicato di quello europeo e con i prezzi in salita garantisce maggiori profitti”. Per mantenere questo trend, c’è però bisogno di alto valore aggiunto. E ci sono due modi per assicurarselo: sviluppare nuove tecnologie o acquisirle. Il gruppo al quale fa capo Piva, investe da una parte il 5 per cento del profitto nel suo centro di ricerca e sviluppo e in parallelo acquisisce tecnologia e know how all’estero. E la grande area metropolitana milanese offre anche qui interessanti opzioni di shopping di qualità: un tessuto produttivo diversificato e innovativo. “Non meno importante, aziende medio piccole che rendono più facili joint venture o acquisizioni da parte di imprese straniere” sottolinea Piva. Vantaggi che persistono, anche se, fa notare Piva, Milano in questi anni ha perso un po’ della sua attrattività. A iniziare dai collegamenti: dieci anni fa si sperava in Malpensa, nel frattempo i voli Alitalia per la Cina partono da Roma. E l’’incertezza del diritto resta un grande problema, anche se qui Milano risente e del sistema Italia”. Motivi per il quale le onorificenze nel frattempo conferite a Piva costituiscono un capitale da non sprecare: tra le più importanti c’è il China National Friendship Award, il più alto riconoscimento da parte della Repubblica popolare cinese.

Andrea Affaticati

Nata a Vienna, giornalista free lance. Ha lavorato per le pagine culturali del Secolo XIX, per Vogue Italia si è occupata di temi legati alla moda e al costume. In passato per Panorama e ora per il Foglio segue politica, economia e cultura della Germania e dei paesi dell’Europa centrale.

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