“I pm sono degli influencer. Serve un doppio Csm”, dice Mirenda (Csm)

Ermes Antonucci

Intervista al membro togato del Consiglio superiore della magistratura: "Sono favorevole alla separazione delle carriere tra pm e giudici. L'appello dei 300 magistrati in pensione ha il sapore dell'interferenza sul Parlamento"

“I magistrati in pensione firmatari dell’appello contro la separazione delle carriere esercitano un loro diritto legittimo, tuttavia l’intervento ha tanto il sapore di interferenza nel bel mezzo dell’attività parlamentare, da parte di chi ancora si sente ‘superstar’. Da magistrato non lo ritengo un gesto elegante, ma ognuno fa ciò che ritiene”. Così, intervistato dal Foglio, Andrea Mirenda, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, commenta la notizia della lettera sottoscritta da circa trecento magistrati in pensione, destinata al ministro Carlo Nordio, contraria all’annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Già ieri, su questo giornale, il sostituto procuratore di Napoli, Paolo Itri, ha criticato l’iniziativa degli ex colleghi (da Piercamillo Davigo a Francesco Greco, Marcello Maddalena e Armando Spataro), autori di una “battaglia di carattere ideologico”. Itri si è anche detto assolutamente favorevole alla proposta di separazione delle carriere, a dispetto degli scenari apocalittici delineati nell’appello.

 

“Saranno 15 o 20 anni che dico di essere favorevole alla separazione delle carriere”, afferma anche Mirenda. “Sono favorevole perché, come evidenziato dagli stessi firmatari, attualmente solo l’1 per cento dei pubblici ministeri nei primi dieci anni di attività va a svolgere la funzione giudicante e viceversa. La separazione delle carriere non farebbe quindi altro che codificare quanto già avviene nei fatti, restituendo coerenza all’intera architettura istituzionale. Altro che ‘stravolgimento’!”. 

 

“Sono dell’idea che ci voglia un doppio Csm – aggiunge Mirenda – perché i pm sono degli influencer straordinari della vita associativa. Hanno più tempo dei giudici e hanno più tempo per fare sindacato. Non è un caso che i capi corrente siano stati tradizionalmente sempre dei pm. Non è che nascano più geniali: semplicemente hanno più tempo”. 

 

In un’intervista al Fatto quotidiano, l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, tra i firmatari dell’appello, ha sostenuto che la separazione delle carriere “stravolgerebbe l’attuale architettura costituzionale”, usando queste parole: “Quello che accomuna le due funzioni di pm e giudice, e le rende, entrambe, incompatibili con quella della difesa, è il ‘principio di verità’. Il pubblico ministero ha come scopo la scoperta della verità e il giudice deve accertare la verità. La difesa delle parti private non è tenuta a ricercare e sostenere la verità. Ne discende che, se si esce da questa architettura costituzionale, e si mette il pubblico ministero sullo stesso piano della difesa delle parti, il pubblico ministero diventa una sorta di ‘difensore’ o ‘avvocato’ dell’accusa, come pretendeva Silvio Berlusconi”. “Trovo queste argomentazioni di una povertà giuridica desolante – replica Mirenda – A parte che quella del difensore è una missione nobilissima, perché in uno stato liberale il difensore deve cercare di assicurare l’assoluzione del proprio cliente. Il pubblico ministero certamente è diverso perché non deve per forza condannare ma anche cercare le prove a discarico dell’indagato. C’è però un’eterogeneità nel rapporto tra pm e giudice. Il pm esercita l’azione ed è parte del processo. Il giudice non è mai parte del processo. Come si può dire che facciano parte dello stesso ordine?”. 

 

I trecento firmatari ribattono ai sostenitori della separazione delle carriere affermando che anche il giudice d’appello allora dovrebbe appartenere a un altro ordine rispetto al giudice di primo grado. “Uno studente di giurisprudenza che dicesse una sciocchezza di questo genere sarebbe bacchettato – afferma Mirenda – Il giudice di primo grado non è parte del proprio processo. Non è che in appello viene giudicato lui, ma viene giudicata una sua decisione in relazione a parti (pm e difesa) che non hanno nulla a che vedere con lui!”. 

 

“Noto, poi, che molti dei firmatari dell’appello – prosegue il consigliere del Csm – sono magistrati che politicamente si sono  esposti non poco, schierandosi oppure accettando incarichi extra giudiziari fuori ruolo di assoluto carattere politico. Curioso allora che siano costoro a parlarci del rischio di un pm sottoposto all’esecutivo”

 

“Insieme alla separazione delle carriere vedrei bene anche una riflessione sull’obbligatorietà dell’azione penale, che andrebbe temperata con indirizzi del Parlamento, che ogni tre, quattro o cinque anni dovrebbe assumere, davanti agli elettori, la responsabilità di raccomandare il maggiore perseguimento di determinati reati rispetto ad altri”, conclude Mirenda.