Così il correntismo togato ha fatto a pezzi l'Anm

Ermes Antonucci

A un anno dallo scandalo legato al caso Palamara, la nuova ondata di intercettazioni porta Area e Unicost fuori dall'Associazione nazionale magistrati

Il “caso Palamara” sulle cosiddette nomine pilotate al Csm travolge di nuovo l’Associazione nazionale magistrati. Ieri sera, il presidente dell’Anm Luca Poniz e il segretario Giuliano Caputo si sono dimessi a seguito dell’uscita delle rispettive correnti (Area e Unicost) dalla giunta del sindacato delle toghe, che così ora rischia lo scioglimento. A determinare la crisi è stata la seconda ondata di pubblicazioni sui giornali delle intercettazioni relative all’inchiesta di Perugia sull’operato del pm romano (ed ex presidente dell’Anm) Luca Palamara. Solo un anno fa, l’esplosione dello scandalo aveva costretto alle dimissioni l’allora presidente del sindacato dei magistrati, Pasquale Grasso, e ben cinque componenti del Csm.

 

Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare proprio a un anno fa, quando le correnti si illusero di poter superare senza traumi lo scandalo semplicemente escludendo dalla giunta dell’Anm la corrente più coinvolta nelle intercettazioni sulla spartizione delle nomine togate (Magistratura Indipendente, di cui Grasso era esponente). Subito dopo la nomina a presidente, Poniz aveva pure dichiarato: “C’è una gigantesca questione morale all’interno della magistratura. Il fango non interessa tutti noi, io mi sento estraneo come molti di noi, ma c’è stata una degenerazione delle correnti in carrierismo”.

 

Come era prevedibile, però, a questa presa di posizione moraleggiante non è seguito alcuna riflessione concreta sulle degenerazioni del correntismo. Basti pensare che la segreteria dell’Anm alla fine era restata proprio nelle mani di Unicost, la corrente di cui fa parte Palamara e già all’epoca coinvolta con diversi esponenti nello scandalo.

 

La conclusione nei giorni scorsi dell’indagine nei confronti di Palamara (accusato di corruzione), da parte della procura di Perugia, ha portato a una nuova pubblicazione sui giornali delle intercettazioni ottenute dagli investigatori attraverso il trojan inoculato nel telefono del pm romano. Queste conversazioni hanno rivelato ciò che era evidente già da molto tempo, vale a dire che il sistema di spartizione delle nomine negli uffici giudiziari riguarda tutte le correnti togate, e non certo solo Palamara. A essere stato intercettato con Palamara è praticamente mezzo mondo togato (da consiglieri del Csm a magistrati distaccati al ministero della Giustizia), appartenente alle più svariate correnti, incluse quella di sinistra Area e quella guidata da Piercamillo Davigo, Autonomia e Indipendenza.

 

A mandare in crisi l’Anm ieri è stata una mozione con la quale Magistratura Indipendente ha chiesto l’anticipo a luglio delle elezioni del Comitato direttivo centrale (fissate per il 18, 19 e 20 ottobre prossimi dopo il primo rinvio legato all’emergenza coronavirus), denunciando la mancata presa di posizione netta dell’Anm rispetto alle ultime intercettazioni e il coinvolgimento di alcuni esponenti della sua giunta. Un’accusa respinta con forza dal presidente Luca Poniz, che ha rivendicato “una posizione politica chiara”.

 

Alla fine, però, i vertici dell’Anm hanno rassegnato le dimissioni, insieme ai rispettivi gruppi, lasciando in giunta solo la corrente davighiana Autonomia e Indipendenza, come abbiamo detto anch’essa non esclusa dallo scandalo. Oggi i gruppi valuteranno se ci sono le condizioni per dar vita a una nuova maggioranza che possa traghettare l’Anm fino alle prossime elezioni di ottobre. Lunedì si riunirà il consiglio del Comitato direttivo centrale.

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