L'ordinanza del gip di Agrigento renderà dura la vita al decreto sicurezza bis

Luca Gambardella

Il giudice afferma l'obbligo di portare al sicuro i migranti salvati. I timori nel governo di un ipotetico ricorso alla Consulta

Roma. L’intero sistema autoritario e securitario alla base della politica dei porti chiusi di Matteo Salvini è messo a dura prova dalla magistratura italiana e dagli ultimi sviluppi della guerra in Libia. La prima cattiva notizia per il Viminale è arrivata martedì sera, con la decisione del gip di Agrigento, Alessandra Vella, di non convalidare l’arresto del comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, per “l’insussistenza del reato di resistenza e violenza nei confronti della motovedetta della Guardia di Finanza ‘Vedetta V.808’”. È una decisione che ha fatto molto arrabbiare Salvini, che ha promesso l’espulsione dal paese di Rackete e ha lanciato intimidazioni al gip di Agrigento, stigmatizzate il giorno dopo dal Csm: “Commenti che alimentano un clima di delegittimazione e odio”, ha detto l’organo di autogoverno della magistratura. Poi, mercoledì, la procura di Agrigento ha negato l’espulsione del comandante della Sea Watch, in un’altra dimostrazione che la politica degli annunci via social fatta finora dal capo del Viminale non ha raggiunto risultati concreti. Si tratta di una decisione annunciata, dato che Rackete deve ancora essere sentita dai magistrati per l’altro procedimento a suo carico, quello che ipotizza il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Infine, nella notte, un bombardamento a est di Tripoli, in Libia, ha ucciso almeno 40 migranti e ne ha feriti altri 80, rinchiusi in un centro di detenzione. La Libia non è un porto sicuro, si ripete da tempo, ma solo il Viminale finora è rimasto inflessibile davanti alla realtà dei fatti.

 

A preoccupare Salvini c’è soprattutto il testo dell’ordinanza del gip di Agrigento su Carola Rackete che smonta, punto per punto, tutto l’impianto del decreto sicurezza bis. Il giudice arriva alla conclusione che il comandante ha sì forzato il blocco imposto dalla Guardia di Finanza per impedire l’accesso al porto di Lampedusa ai 42 migranti a bordo, ma l’ha fatto nel pieno rispetto della legge italiana e internazionale. Prima di tutto, il gip smonta uno dei punti su cui Salvini ha insistito molto nella sua diretta Facebook mercoledì sera: quello dei presunti atti di violenza e resistenza che Rackete avrebbe compiuto nei confronti della motovedetta della Guardia di Finanza, qualificata come “nave da guerra”. Ma queste imbarcazioni, dice il gip, “sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia una autorità consolare. Nella fattispecie la nave della Guardia di Finanza ha operato al contrario in acque territoriali, all’interno del porto di Lampedusa”.

 

Per Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali, quello del gip di Agrigento è “un documento molto chiaro, tecnicamente di qualità, in cui si definiscono i limiti della potestà nazionale sul diritto di accesso in un porto. Se ne deduce che l’Italia non è totalmente sovrana su chi possa fare ingresso o meno sulle nostre coste, come afferma invece il governo”, spiega Caiazza al Foglio. Il primo elemento notevole leggendo il testo, aggiunge il presidente dell’Unione delle camere penali, è che “nel motivare la scarcerazione di Rackete il giudice non ha tenuto conto dello ‘stato di necessità’, cioè delle precarie condizioni psicofisiche dei migranti, come aveva fatto invece la Corte europea dei diritti dell’uomo il mese scorso. Piuttosto, il gip si è basato sull“adempimento del dovere’. In sostanza, si spiega a chiare lettere che recuperare i naufraghi e portarli in un porto sicuro sono entrambi doveri imposti dall’ordinamento sovranazionale e internazionale. Se la Sea Watch non l’avesse fatto avrebbe contravvenuto a un obbligo imposto dalle leggi internazionali”.

 

E il porto sicuro più vicino era l’Italia, conferma il gip, che a proposito del rifiuto di Rackete di fare rotta verso la Libia, scrive nell’ordinanza che “la decisione risultava conforme alle raccomandazioni del commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa e a recenti pronunce giurisprudenziali”. Giusto anche escludere Malta (perché “più distante” rispetto a Lampedusa dal luogo del salvataggio) e la Tunisia, dove “non ci sono porti sicuri” e manca una politica di asilo. Secondo Caiazza, l’ordinanza crea anche un precedente notevole per la futura applicazione del decreto sicurezza bis. “Oltre a riferirsi al caso specifico della Sea Watch, qui il giudice afferma un principio di carattere generale, che è appunto l’obbligo di portare al sicuro i migranti salvati, a prescindere dal decreto, che impone delle mere sanzioni amministrative. È per questo che la lettura del gip di Agrigento in futuro creerà non pochi problemi al governo per l’applicazione del decreto, anche nel caso di un ipotetico ricorso alla Corte costituzionale”.

 

E allora viene da chiedersi se il Viminale avrebbe potuto prevedere la difficile applicazione di un decreto lanciato con tanta enfasi dal ministro Salvini. “Il tema dei porti è sempre stato un punto di contrasto – dice Caiazza – E poi il nodo vero è il messaggio politico che il governo intendeva trasmettere. Certo, equiparare le ong ai trafficanti di uomini o di stupefacenti è complicato”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it