L'invasione dei migranti che non c'è

Lorenzo Borga

Sulle coste della Spagna e della Grecia nella prima metà del 2019 sono arrivati molti più stranieri che da noi. La riforma del trattato di Dublino bocciata anche dall’Italia (nonostante il contratto di governo)

L’Italia è il paese europeo che accoglie più migranti? Se un extraterrestre atterrasse oggi allo spazioporto di Grottaglie, in Puglia, e leggesse i giornali e le dichiarazioni del governo potrebbe probabilmente crederlo. Il governo italiano tuona, con dichiarazioni di sfida e accusa, contro i partner europei che non condividerebbero il peso dei flussi migratori dalla Libia. L’erede di E.T. capirebbe che l’Italia, per via della sua posizione geografica in mezzo al Mar Mediterraneo, è costretta ad accettare tutti gli sbarchi di immigrati in gran parte irregolari. Anzi, per alcuni politici già classificabili come “clandestini” ancor prima di valutare le loro reali condizioni. L’ospite extraterrestre si chiederebbe inoltre il motivo per cui le navi delle organizzazioni umanitarie – simili ai “pirati spaziali” – non si dirigono verso la Tunisia, o ancora meglio, riportano i naufraghi in Libia: destinazioni molto più vicine rispetto a Lampedusa.

 

Eppure la realtà non è come potrebbe apparire a chi è appena atterrato sul nostro pianeta. L’Italia non è il paese che in Europa accoglie più migranti, né quest’anno né i precedenti. E soprattutto i governanti italiani appaiono decisamente ipocriti quando richiedono maggiore cooperazione da parte dei paesi europei.

 

Italia record di accoglienza?

Bastano pochi semplici numeri per smentire la narrazione secondo cui l’Italia sarebbe il paese europeo più pressato dagli arrivi via mare di migranti. Il sito dell’Unhcr è chiarissimo: nella prima metà del 2019 sono 2.779 gli immigrati che hanno raggiunto le coste italiane. Sono invece quasi cinque volte tanto quelli arrivati in Spagna (13.263) e sei e mezzo volte quelli in Grecia (18.294). Se osserviamo la proporzione della popolazione, anche la piccola Malta ci supera con 1.048 migranti sbarcati su circa 440mila abitanti maltesi.

 

Anche negli anni scorsi l’onere sul nostro paese non è stato il più elevato d’Europa. Dal 2015, è la Germania il paese che più di tutti ha accolto migranti, in particolare siriani: nel 2018 secondo il rapporto annuale di Unhcr aveva ancora circa 370mila richieste di asilo pendenti (l’Italia invece ne raggiungeva meno di un terzo). Anche la Grecia ha sofferto una maggiore pressione migratoria rispetto al nostro paese, se teniamo conto delle dimensioni della sua economia.

 

Questi numeri sono interessanti, perché dalla distribuzione degli oneri derivanti dagli arrivi di stranieri dipende la possibilità di ricevere collaborazione dai paesi europei che hanno ricevuto meno richieste di asilo. Secondo il principio che chi arriva in un paese europeo, arriva in Unione europea. In questo senso Sergio Briguglio, esperto di flussi migratori, su Lavoce.info ha pubblicato un interessante contributo. Associando la grandezza dell’economia del paese – misurata dal Pil – e le richieste di asilo per stato europeo, si può osservare che – nel periodo tra il 2008 e il 2017 – l’Italia non compare tra i paesi che hanno subito un afflusso di immigrati maggiore alla quota equa se i migranti fossero stati redistribuiti in tutta Europa secondo il principio della grandezza del Pil. Ad essere aiutati dovrebbero essere stati paesi come, in ordine di necessità, Ungheria, Malta, Bulgaria e Cipro. Anche i più sospettabili Svezia, Germania e Grecia avrebbero avuto diritto a una redistribuzione in altri membri europei, mentre l’Italia non compare tra i paesi più in difficoltà. Infatti, se il numero di migranti sbarcati sulle nostre coste è stato pari ad alcune centinaia di migliaia in quattro anni, si tratta di una quota non superiore alla media europea tenendo conto della grandezza dell’economia italiana. Inoltre, Briguglio fa notare nel suo articolo che l’Italia non ha nemmeno sofferto un improvviso aumento delle richieste di asilo, rimanendo al di sotto della media europea per quanto riguarda le variazioni annuali di richieste di asilo, che se eccessivamente elevate potrebbero provocare un allarme tra la popolazione ospitante. Il risultato inaspettato dell’Italia, e non in linea con la narrazione vittimistica dominante, è dovuto anche alla scelta compiuta – in particolare tra il 2013 e il 2015 – dai governi italiani guidati dal Partito Democratico di non identificare e registrare i migranti sbarcati sulle coste italiane e di lasciarli circolare nel nostro paese fino ai confini settentrionali con la Francia e l’Austria, per non assumerci l’onere dell’accoglienza.

  

Europa egoista?

Una scelta, questa, che si è ripercossa anche sulle possibilità di riformare il trattato di Dublino, che sarebbe stato comunque utile al nostro paese per alleviare il peso migratorio negli anni di maggiore flusso (2014-2017).

 

Il trattato di Dublino è il regolamento dell’Unione europea che stabilisce i criteri per l’esame delle domande di protezione internazionale presentate da migranti provenienti da paesi non europei. È in vigore dal 1997, aggiornato nel 2003 e per l’ultima volta nel 2013: le responsabilità politiche della sua approvazione sono dunque distribuite tra tutte le forze politiche italiane del passato. Il principio chiave è la responsabilità del primo paese europeo in cui il migrante è entrato illegalmente – per via terrestre, marittima o aerea – per l’esame della sua eventuale domanda di protezione internazionale. Va ricordato che il trattato di Dublino fa parte della politica sulla gestione dei flussi migratori, che i paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di tenere sotto la propria competenza. Non si tratta dunque di un’area in cui l’Ue, e in particolare la Commissione e il Parlamento, può incidere in modo significativo. Sono gli stati membri a decidere, attraverso il Consiglio europeo.

 

Negli anni, ne sono state proposte diverse revisioni. Soprattutto dal 2014 l’Italia ne chiese la modifica, ottenendo il piano di redistribuzione obbligatoria di migranti giunti in Italia, Grecia e Ungheria (che però alla fine rifiutò la collaborazione europea) negli altri paesi europei. Tuttavia, solo i migranti di cui fosse sostanzialmente certa l’approvazione delle richieste di asilo sono stati ricollocati: per l’Italia quelli provenienti dall’Eritrea, i siriani e gli iracheni. In principio l’obiettivo di ricollocamenti era stato posto dalla Commissione europea a 160mila, poi progressivamente ridotto – per ragioni diverse – fino a 35.245. I numeri finali, di metà 2018, ammontavano a 12.722 immigrati ricollocati dall’Italia e circa 22mila dalla Grecia: cifre che raggiungono quasi il totale dell’ultimo obiettivo posto dalla Commissione, ma che rappresentano modeste percentuali rispetto ai piani iniziali.

 

I ricollocamenti dell’Unione europea sono però terminati una volta che gli stati membri – in occasione del Consiglio europeo di fine giugno – hanno deciso che i ricollocamenti non avrebbero più dovuto essere obbligatori, bensì volontari. Un nuovo meccanismo mai veramente formalizzato e che per ora non è possibile valutare. In occasioni di diversi sbarchi di navi delle organizzazioni umanitarie in Italia, Malta e Spagna si è annunciato il ricollocamento dei migranti in altri paesi europei, ma non ci sono dati disponibili sugli effettivi trasferimenti avvenuti. Inoltre sembra che la scarsa trasparenza pregiudichi l’efficacia degli accordi, tanto che lo stesso ministro Salvini si è lamentato in passato per la lentezza dell’implementazione degli accordi. Inoltre i due processi di ricollocamento non sono comparabili, perché il primo – come già specificato – comprendeva solo i migranti con alte probabilità di vedersi riconosciuta la richiesta di asilo, pari a una percentuale molto minore rispetto al totale degli sbarcati.

  

La riforma del trattato di Dublino sembra invece definitivamente tramontata. Proposta dal Parlamento europeo nel 2017, prevedeva l’eliminazione del principio di “primo ingresso” e l’introduzione di un meccanismo obbligatorio di ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 stati dell’Unione. La riforma non ha però passato il vaglio dei ministri dell’interno degli stati membri: tra i contrari anche Matteo Salvini, Spagna, Austria, Romania, Slovenia, Slovacchia e Ungheria. La Lega non aveva nemmeno partecipato ai lavori preparatori nel Parlamento europeo e ha votato contro in commissione, mentre il Movimento 5 Stelle ha votato contro anche nell’aula dell’Europarlamento. Una scelta in contrasto con il contratto di governo firmato da entrambi i partiti, in cui si ritrova la proposta di riforma il trattato. Eppure, come sostiene Tito Boeri su Repubblica, se si volesse impostare un impegno diplomatico si potrebbe trovare la maggioranza per introdurre una riforma del trattato di Dublino, alleandosi con gli altri 9 paesi europei che hanno ricevuto in questi anni un afflusso di migranti molto maggiore rispetto al loro reddito nazionale. Eppure, in questo modo, non si potrebbe più additare all’Europa la colpa e l’egoismo di non collaborare sull’immigrazione. Un vero peccato per le urne leghiste, forse troppo per impegnarsi seriamente a Bruxelles.