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La differenza tra vendetta e giustizia

Battisti, Salvini e gli sciacalli che sostituiscono il rancore alla ragione

15 Gennaio 2019 alle 06:00

La differenza tra vendetta e giustizia

Foto LaPresse

Il 14 gennaio del 2019 non verrà ricordato solo come il giorno dell’arrivo in Italia di un ex terrorista sfuggito per troppi anni alla nostra giustizia, ma verrà ricordato anche come il giorno in cui il tentativo osceno di trasformare l’arresto di un criminale nella scena di uno sciacallaggio elettorale ha contribuito a dirci qualcosa di importante più sugli avvoltoi di governo che sul criminale catturato. La decisione di Matteo Salvini, ministro dell’Interno, e di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, di consentire la diretta streaming dalle pagine Facebook del Capitano dell’arrivo di Cesare Battisti all’aeroporto di Ciampino non è solo una scelta di carattere mediatico ma è una scelta che in una certa misura svela l’essenza precisa di un tratto identitario importante presente nel codice genetico di entrambi gli azionisti di governo: la propensione naturale a sostituire la vendetta con la giustizia.

   

Il ragionamento vale quando ci troviamo di fronte a un ministro dell’Interno che non si limita a complimentarsi con le forze dell’ordine per aver riportato in Italia un ex terrorista che sconterà il resto dei suoi anni in carcere, ma che per attirare il numero più alto di cuoricini possibile arriva a dire come se fosse al bar di augurarsi che l’arrestato “marcisca” in galera. Ma la logica dello scalpo, dello sfregio, della gogna vale quando in realtà ci si occupa anche di tutto il resto. Vale quando si parla di corruzione e quando ci si concentra più su come aumentare le pene che su come prevenire i reati. Vale quando si parla di costi della politica e quando piuttosto che occuparsi dell’efficienza della macchina dello stato ci si occupa solo di intervenire su qualche auto blu, solo di sfregiare i pensionati d’oro, solo di sfigurare i politici con i vitalizi. Vale quando di fronte a un caso di cronaca che cattura l’attenzione degli elettori piuttosto che trovare soluzioni per risolvere il problema si cerca un modo per mettere a disposizione del televoto un capro espiatorio. Vale quando si parla di immigrazione e quando l’uomo nero che arriva dal mare diventa un pedone da demonizzare sulla scacchiera della vendetta sociale. Vale quando si parla di tutto questo ma vale anche quando si parla di altro. Vale quando si parla per esempio di economia e quando la necessità di offrire ai cittadini più giustizia sociale si trasforma in un dovere di offrire ai cittadini una forma di giustizialismo sociale. Vale anche quando si parla di riforme e vale quando la politica di un governo viene tarata unicamente non per migliorare un paese ma per vendicarsi nel modo più veloce possibile di chi ha governato prima. E se ci si riflette un istante è la V di vendetta, che è anche non a caso la V del moVimento cinque stelle, che da sette mesi a questa parte guida in modo chiaro l’azione del governo: vendetta contro la legge Fornero, vendetta contro il Jobs Act, vendetta contro l’Europa, vendetta contro Macron, vendetta contro il liberismo, vendetta contro i nemici, vendetta contro i tecnici non allineati, vendetta contro le istituzioni in dissenso, vendetta contro i giornali antagonisti, vendetta contro gli imprenditori ribelli, vendetta contro le voci critiche.

  

La diretta streaming di Salvini e Bonafede non è stata dunque un’occasione utile per ricordare chi è davvero Cesare Battisti, e per fortuna in Italia una sinistra solidale con i Cesare Battisti è stata spazzata via dalla storia, ma è stata un’occasione per ricordare che la politica degli sciacalli, sostituendo il rancore alla ragione, tende a occuparsi più dei bersagli che delle soluzioni e tende con forza a dimostrare anche in diretta streaming che la V del malumore non fa rima solo con vendetta ma spesso fa rima anche con vergogna.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    17 Gennaio 2019 - 20:08

    Non so se mi provoca più terrore il mostruoso Governo premedievale, o i commenti livorosi a questo articolo. Ma ovviamente il primo terrore deriva dal secondo e in un balletto si alimentano a vicenda. Sono sconceratata e avvilita nel constatare che di giustizia non frega un fico secco che a pochi, tra i quali mi annovero. Il passo è breve: dal Governo Ciampino alla Dittatura Ciampino sarà un attimo. Forse è già passato. Che Mattarella non faccia nulla e che il Parlamento sia muto ... sono tristi segnali Venezuelani. Immensa tristezza e gigantesca RABBIA! Dov'è l'ORGOGLIO Italiano ?

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  • carloalberto

    15 Gennaio 2019 - 14:02

    Perché invece arrestare Priebke da vecchio e sbatterlo in galera a decenni di distanza dal crimine andava bene? Perché era uno sporco nazista? Lì invece non vi fu alcuna oscena strumentalizzazione? Gli assassini sono assassini, quale che sia l'etichetta che portano addosso. E gli anni Settanta sono finiti (male) da un pezzo, lasciando solo macerie e un nichilismo edonista gaio. Altro che intellettuali radical-chic che giocano alla Rivoluzione coi giocattoli e i soldi del capitalismo globalizzato.

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    • furlaninterfan

      16 Gennaio 2019 - 08:08

      Non solo. Priebke fu arrestato da Flick (Ministro della Giustizia), incitato dalla folla, all'uscita dal Tribunale militare dove era stato assolto. Quanta ipocrisia! Dov'erano quelli che oggi si indignano? Iginio Petrussa

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    15 Gennaio 2019 - 12:12

    Scrive Giuliano Ferrara: “… ma non è di argomenti semplicistici che va nutrita la vena sofisticata di un fogliuzzo intellettualistico e incomprensibile come il nostro?” Narrazione meravigliosamente aderente e azzeccata del mio Foglio, Infatti il taglio dell’affaire Battisti, nell’anatema ad prersonam sul congruo “marcire”, suona come conferma della vena “épater” che è la costola del mio fogliuzzo. Sembra il suddetto non abbia voluto capire che il pluriomicida non valeva più nulla, politicamente, culturalmente, simbolicamente, un limone spremuto da buttare. L’ha capito anche il presidente Morales, che sul “marcire” concorda. Il Foglio? Ad ogni poeta manca un verso. Normale, umano.

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  • DBartalesi

    15 Gennaio 2019 - 11:11

    Gita in auto a Bruxelles di Flick e Floc, un picnic per cambiare l'Europa, mentre il Truce a Ciampino in divisa delle forze dell'ordine (sic) saluta con sorriso il fuggiasco degli anni di piombo che... "ha finito la pacchia e...marcisca in galera". C'è da avere paura oppure basta una battuta, una faccina con l'espressione arrabbiata? Ci piacerebbe tanto che la diffusione dei media che hanno portato alla ribalta di informazione e politica la voce in diretta dell'uomo della strada, fosse percorso di crescita et virtuoso ma...non sembra punto così. Vi è sentore di ritorno alla legge della foresta, del branco. C'è violenza verbale prima sulla rete e poi nelle strade, e barricate e coltellate. Ancora la costruzione della politica contro un nemico, in base al mors tua vita mea. E il peggio sono quei rappresentanti dello Stato che poi si intestano questi linguaggi e modalità "primordiali". Un clima da anni '30. Il problema riguarda noi, ma soprattutto i padroni della rete e dei media.

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