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Gabriele Cagliari, suicida dello "stato di polizia governato dai magistrati"

Venticinque anni fa la morte del presidente Eni, "ostaggio di un tribunale speciale". In un libro le epistole inedite del manager recuperate in soffitta dal figlio

18 Marzo 2018 alle 06:10

Gabriele Cagliari, suicida dello "stato di polizia governato dai magistrati"

Gabriele Cagliari (foto LaPresse)

Roma. “Ostaggio di un tribunale speciale”, si sente così Gabriele Cagliari. Rinchiuso in cella da presunto innocente, il presidente dell’Eni osserva il cielo restituito a scacchi dalle grate della finestra. 134 giorni di custodia cautelare, una spietata pena preventiva che il manager, 67enne, accusato di tangenti, tenta di lenire nel buio di San Vittore attraverso una fitta corrispondenza con familiari e amici. Ventotto epistole inedite, recuperate in soffitta dal figlio Stefano, sono state adesso pubblicate da Longanesi in “Storia di mio padre” (a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna). Alle parole di Gabriele Cagliari si alternano quelle del figlio, all’epoca architetto 36enne, che nel giorno dell’arresto, l’8 marzo 1993, viene travolto da una doppia diagnosi infausta per il fratello Silvano e per la moglie Mari. Il primo si spegnerà tre anni dopo, la seconda morirà a distanza di due mesi lasciando Stefano da solo con un bimbo di tre anni. Nelle parole di Gabriele Cagliari non vi è mai la negazione del “regime” fondato sul finanziamento illecito dei partiti. Il dirigente d’azienda, laureato al Politecnico di Milano e designato ai vertici dell’Eni dal Psi di Bettino Craxi, non pretende indulgenze né salvacondotti: implora soltanto una giustizia giusta.

 

Con il passare dei mesi, la condizione di “condannato preventivo”, illegittimamente trattenuto dietro le sbarre, diventa insostenibile. “Abbiamo fatto troppe cose senza accorgerci che la rete non c’era più e non possiamo illuderci di non dover pagare almeno un poco – scrive in una missiva del 4 maggio 1993 – Certo, possiamo pretendere di non dover difenderci davanti a tribunali speciali, come sembra essere questa magistratura di Milano, in particolare, che mi tiene qui in violazione di ben chiare leggi dello stato, al solo scopo di farmi rivelare chissà quali segreti segreti. E poi perché qualche contenuto simbolico e politico la mia immagine, pure distrutta come l’hanno voluta, ancora ce l’ha e questo serve al supporto che la piazza continua a dare a questi giudici. Certamente meritevoli e coraggiosi ma anche ambiziosi di potere e di gloria”. E’ costante la denuncia di una “giustizia inetta e assente fino a ieri, prevaricatrice e prepotente oggi che interpreta i codici con l’approccio dei secoli bui prebeccariani”. La propaggine osservabile di tale dissesto si materializza nel degrado del sistema penitenziario: “Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile”. E’ inappellabile la protesta contro la gogna pubblica: “I media hanno sostituito i partiti come propositori di obiettivi sociali e si portano dietro l’opinione pubblica che ha idealizzato la questione morale e la criminalizzazione della politica, affidando ai giudici di rimettere le cose a posto nello stato, nel governo, nella società”. E’ sincera la preoccupazione per la “crescita del potere della magistratura”, per i “rivoluzionari in tocco e toga” che, come si legge in una lettera del 26 giugno, “sono decisi ad andare avanti. Adesso attaccano il settore farmaceutico e quello delle frequenze dei canali tv. Poi si rivolgeranno al settore armamenti e difesa, alle banche, ai giornali e così via” fino all’instaurazione di uno ‘stato di polizia governato dai magistrati”. Sullo sfondo fanno capolino la nostalgia incolmabile per la famiglia, il dolore per il figlio Stefano rimasto prematuramente vedovo con un bambino piccolo, il legame indissolubile con Bruna (“anima della mia anima, unico grandissimo amore”, così si rivolge a lei nell’ultima lettera, datata 10 luglio 1993, prima del suicidio).

 

La prefazione del libro è affidata a Gherardo Colombo che di quel pool di magistrati fu componente di spicco e oggi, in pieno revisionismo inquisitorio, spiega: “Cagliari si sente, in qualche misura, un perseguitato. In realtà quello che gli è accaduto non si discosta da ciò che accade usualmente”. Un’ammissione insieme sconvolgente e drammatica. “Da una parte c’è chi subisce i processi, dall’altra chi i processi li fa”, secondo Colombo l’incomunicabilità tra questi due mondi sarebbe all’origine del senso di prostrazione sofferto dall’indagato. La privazione della libertà nei confronti di Gabriele Cagliari, protrattasi per un tempo spropositatamente lungo, è semplicemente illegittima. Quali sarebbero le esigenze cautelari che ingabbiano per quattro mesi un signore 67enne, pubblicamente lapidato, obiettivamente impossibilitato a reiterare il medesimo reato così come a inquinare prove acquisite agli atti? Nel luglio del ’92, sulle colonne dell’Espresso, Colombo tratteggia i contorni della “sua” soluzione alla guerra civile in corso: “Chi racconta come sono andate le cose, restituisce ciò di cui si è appropriato indebitamente e si allontana per qualche anno dalla vita pubblica non va in prigione”. E’ l’invito alla delazione di massa: chi dà manforte ai magistrati avrà salva la pelle. “Il carcere e i suoi problemi, la sua gestione paradossale, sono argomenti che devono interessare la gente: il mondo non è fatto di buoni e cattivi; tutti possiamo essere a volte cattivi, anche se siamo normalmente buoni”, scrive Gabriele Cagliari. Il 20 luglio 1993, dopo l’ennesimo tentativo di scarcerazione fallito, egli sarà ritrovato morto nelle docce di San Vittore con un sacchetto di plastica in testa. A togliergli il fiato, a restituirgli la libertà.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    28 Marzo 2018 - 12:12

    Fummo di fronte al totalitarismo venuto da una finta democrazia o democrazia incompiuta. La detenzione dettata dalla volontà di un magistrato non è democratica ma onnipotenza di un uomo. Il PM. La legge non vale, vale solo lui. Cagliari fu ostaggio di tutto questo quando la legge poteva e doveva scarcerarlo. Qui nel merito non è la colpa del condannato ma l’interpretabilita’ della legge a seconda del PM di turno. Quella stagione di dittatura giudiziaria fu la via per un totalitarismo annunciato e quasi compiuto. Via DC e PSI e legittimazione a forza del PCI. Chi non ricorda Greganti colpevole impunito. Oggi se siamo a questo lo dobbiamo a quella stagione e alla continuità di una magistratura settorializzata. Salvini e Di Maio ne sono l’epilogo e non è finita.

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  • luigi.desa

    18 Marzo 2018 - 12:12

    Induzione al suicidio non è reato se posto in essere da un magistrato. Anzi un atto che per un verso fa risparmiare allo stato una spesa e dall'altro fa risparmiare al suicida il tormento della gogna.

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