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La notte in cui Consip è diventata politica

Woodcock con Ielo. E’ la lunga notte del 20 dicembre 2016, il cambio di registro, il colpo di teatro che non ti aspetti. Un pm ci svela un incontro che riscrive la Consip story

22 Febbraio 2018 alle 09:08

La notte in cui Consip è diventata politica

Foto LaPresse

Roma. C’è una storia che nessuno racconta. Non per oscure ragioni ma perché, banalmente, non conviene. E’ la lunga notte del 20 dicembre 2016. Il “patto di Natale”, chiamiamolo così. I rumor si rincorrono, i verbali sono secretati, qualche giornalista conosce fatti e nomi ma preferisce tacere, allude ma non menziona i protagonisti di una notte lunga, lunghissima. Tutto comincia intorno alle sei del pomeriggio quando i carabinieri del Noe, con il capitano Gianpaolo Scafarto in testa, e i finanzieri del nucleo di polizia tributaria di Napoli entrano nell’ufficio dell’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni. Sentito a sommarie informazioni, il manager, nominato dal governo Renzi nel 2015, tira in ballo non già Alfredo Romeo o Marco Gasparri, già indagati a Napoli per corruzione, ma nomi ben più pesanti che ingoiano nella voragine investigativa i vertici dell’Arma e un ministro renzianissimo, Luca Lotti. “E’ stato il presidente della Consip Luigi Ferrara a dirmi che lo aveva messo in guardia il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette”, sono le parole di Marroni a proposito della bonifica disposta nel suo ufficio.

 

Fin qui è un racconto arcinoto. Ma quella sera accade dell’altro.

 

I carabinieri decidono di proseguire l’atto istruttorio presso la sede del Noe, convocano in via Aurelia lo stesso Ferrara e, in modo inconsueto, giungono qui a tarda sera i pm partenopei Henry John Woodcock e Celeste Carrano. Non è dunque la polizia giudiziaria a raggiungere i pubblici ministeri per riferire delle indagini e compiere eventuali espletamenti investigativi. Accade l’esatto opposto: i due magistrati salgono su un treno diretti verso la capitale mentre un terzo magistrato, stabilmente a Roma, interrompe una cena per recarsi alla caserma del Noe. Successivamente Ferrara ritratterà il suo interrogatorio, scagionando di fatto Del Sette e Lotti, e finirà perciò indagato dalla procura capitolina per false dichiarazioni ai pm. All’epoca il fascicolo Consip è ancora nelle mani della procura napoletana, il 22 dicembre il Fatto quotidiano pubblicherà la prima spifferata: Del Sette indagato. Il 23 dicembre la seconda: Lotti indagato. Chi è la spia? E soprattutto, la spia agisce in modo autonomo o per conto terzi? L’indagato eccellente per rivelazione del segreto d’ufficio, oltre che per falso e depistaggio, è Scafarto, il carabiniere fresco di promozione a maggiore, che per l’ottava volta dall’inizio della vicenda si è sottratto all’interrogatorio con il pm romano Mario Palazzi avvalendosi della facoltà di non rispondere. La cronista contatta telefonicamente proprio Palazzi: “Dottoressa, non vedo l’ora di tornare a occuparmi degli Spada a Ostia. So’ più semplici perché in quel caso sai chiaramente chi sono i buoni e chi i cattivi. Qui invece è un verminaio senza fine. Abbiamo acquisito una valanga di materiale probatorio, stiamo lavorando con il pettine fino”. Avete chiesto e ottenuto la proroga per continuare a indagare su Lotti e Del Sette mentre la posizione di Woodcock è stata rapidamente archiviata, come se Scafarto non operasse su sua delega e sotto la sua responsabilità.

 

“Abbiamo riscontrato la triangolazione delle utenze telefoniche tra Woodcock, Federica Sciarelli e Marco Lillo, abbiamo battuto questa pista ma senza individuare elementi sufficienti”. La sera del 20 dicembre 2016 è un tornante decisivo, non trova? “Certo, parte tutto da lì. Gli scoop del Fatto risalgono ai giorni successivi, in seguito a quelli il fascicolo passa per competenza alla procura romana”. Esatto, quella sera succede che i pm napoletani accorrano alla sede romana del Noe per il gran caso Consip. Le risulta? “Certo, la ricostruzione di quella sera è chiara a tutti. Scafarto porta Marroni in caserma, lì arrivano Woodcock e Carrano”. Ci sono soltanto loro? “Certo, ci sono loro”. E se le dico che quella sera in via Aurelia arriva anche il procuratore aggiunto Paolo Ielo? “Lo so bene”. Le era sfuggito. “Ma no, l’istruttoria era stata chiusa e Woodcock gli disse: ho una bomba che vi dovete gestire voi. Così Ielo li raggiunse. Sono rapporti informali improntati al principio di cooperazione”. In effetti, quella sera i pm romani e napoletani cooperano. La caserma del Noe diventa il luogo di raccordo tra i titolari del fascicolo originario che insegue Romeo & Co. per corruzione e i corrispettivi romani che invece, quella sera, tengono a battesimo la costola politica dell’inchiesta che dalla periferia napoletana tocca il cuore dei palazzi romani.

 

Renzi si è dimesso da Palazzo Chigi dopo l’esito negativo del referendum costituzionale. E’ debole, basta poco per azzopparlo definitivamente.

 

La presenza del pm Ielo in quella fatidica sera impone un cambio di registro, è il colpo di teatro che non ti aspetti, il “patto di Natale” che smentisce la versione prevalente sino a oggi. La procura romana, attraverso una delle sue figure apicali, è informata già prima delle fuoriuscite giornalistiche. E non può comportarsi timidamente, sarebbe accusata di “insabbiamento” in un imbarazzante revival del “porto delle nebbie”. Gli stessi pm partenopei lo confermano, con dovizia di dettaglio, quando vengono sentiti nell’ambito del procedimento disciplinare presso la procura generale della Cassazione. Woodcock e Carrano devono rispondere, per esempio, della scelta di interrogare, il 21 dicembre 2016, l’ex consigliere della presidenza del Consiglio Filippo Vannoni come persona informata dei fatti, non da indagato, perciò in assenza di un avvocato, in un colloquio descritto dallo stesso Vannoni come particolarmente duro. A sentire i pm napoletani, i colleghi di piazzale Clodio sono costantemente informati su ogni mossa investigativa, sono edotti e partecipi sin dal principio attraverso un canale di informazione con lo stesso Woodcock – che a Roma sarà indagato e archiviato. Allora la cronista contatta direttamente lui, HJW. Alla domanda sul perché il pm titolare dell’inchiesta salga su un treno per raggiungere la polizia giudiziaria, e non avvenga invece il contrario come ci si aspetterebbe, la risposta è: “Troppo complicato, riguarda il mio procedimento ormai archiviato. Preferisco non parlarne”. Alla domanda su come si spieghi la presenza di Ielo in via Aurelia, la risposta è: “Davvero non posso soffermarmi, sono sicuro che capirai”. Quando si scende più in dettagli, il pm si trincera dietro un no comment. Del resto, valgono le sue dichiarazioni in sede disciplinare: la procura romana ha seguito ogni sviluppo, punto e basta. Resta da capire quali furono i termini precisi di quel “patto”, qualche supposizione è lecita. Con l’iscrizione di Del Sette e Lotti, si pone la premessa di un terremoto politico, nelle stesse ore in cui Woodcock e Ielo si riuniscono in una caserma blindata, Scafarto informa il solito cronista del Fatto. Sono i suoi stessi colleghi, i carabinieri del Noe Marco Cavallo e Fabio De Rosa, a raccontarlo ai pm capitolini. Il cui ruolo oggi assume una tinta fosca. Meglio gli Spada a Ostia, avete compreso perché.

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