Dentro le carte Consip

Il metodo Napoli, i pasticci attorno a Tiziano Renzi, le competenze. Oltre l’archiviazione per Woodcock. Cosa spiegano al Csm l’ex procuratore reggente di Napoli Fragliasso e il pg di Corte d’appello Luigi Riello

Dentro le carte Consip

John Henry Woodcock (foto LaPresse)

Che il fascicolo penale a carico di Woodcock si arenasse sugli scogli dell’archiviazione, era tra le ipotesi del possibile. La procura di Roma aveva ipotizzato una “triangolazione” tra il pm, la compagna Sciarelli e il giornalista Lillo all’origine delle ripetute fughe di notizie sulle pagine del Fatto quotidiano, non è stata in grado però di reperire elementi sufficienti per la richiesta di rinvio a giudizio. Sul telefono di Sciarelli sono stati ritrovati contatti con Lillo prima e dopo lo scoop sul caso Consip, non nei giorni utili all’inchiesta. I messaggi potrebbero essere stati cancellati, certo, ma i processi non si costruiscono sulla catena dei sospetti. Quanto al falso, restano le conversazioni intercettate del carabiniere Scafarto che confida ai suoi che sarebbe stato lo stesso pm a condividere con lui la scelta di non riportare nel rapporto finale l’esito negativo degli accertamenti sul presunto interessamento dei servizi segreti all’inchiesta.

 

Woodcock ha spiegato ai magistrati capitolini di non aver condiviso alcuna omissione. I colleghi gli hanno creduto. Per comprendere che cosa accadrà nelle prossime settimane, anzi giorni, è utile rileggere i verbali di due audizioni non pubbliche che si sono svolte a luglio in prima commissione al Csm. Com’è noto, a Palazzo dei Marescialli è in corso un procedimento che valuta l’incompatibilità ambientale e funzionale di Woodcock, insieme a un suo possibile trasferimento.

 

Il Foglio ha potuto compulsare le trascrizioni delle dichiarazioni rilasciate dall’allora procuratore reggente di Napoli Nunzio Fragliasso e dal procuratore generale presso la Corte d’appello Luigi Riello. In primo luogo, si affronta il tema del diverso trattamento che i pm Woodcock e Carrano, titolari dell’indagine madre, quella sugli appalti in odore di mafia all’ospedale Cardarelli, riservano al faccendiere di Scandicci Carlo Russo e al padre dell’allora premier in carica. “Tiziano Renzi – afferma Fragliasso – non è mai stato iscritto dalla procura di Napoli nel procedimento numero 6585/13 21 R.G. mentre è stato iscritto nel suddetto registro in data 21 dicembre 2016, con contestuale trasmissione degli atti per competenza alla procura di Roma, la posizione di Russo Carlo, iscritto per 346 bis del codice penale. Dico questo perché, è un dato oggettivo, le due posizioni vanno di pari passo, Tiziano Renzi e Russo Carlo”. “Uno viene iscritto, l’altro no”, sottolinea il consigliere togato Luca Palamara, relatore nel procedimento. “Sì, questo è un dato oggettivo – risponde Fragliasso – Penso che alla prima commissione sia chiaro quello che ho detto, cioè le posizioni vanno di pari passo perché nelle intercettazioni ambientali tra Romeo Alfredo e Russo Carlo si parla di Tiziano Renzi”.

 

 

 

I fatti contestati sono i medesimi ma la procura compie due scelte opposte. “Loro (Woodcock e Carrano, ndr) sostanzialmente rispondono che si ritenne all’epoca che esistessero elementi sufficienti per poter attribuire, sia pure a livello di iscrizione, quel ruolo, cioè traffico di influenze illecite, a Russo Carlo e che invece non vi fossero in quel momento altrettanti elementi a carico di Renzi Tiziano, motivato dal fatto che in realtà, sostengono loro, questo ruolo di mediatore trafficante risultava sempre comunque svolto in prima persona da Russo Carlo, sia nei rapporti con l’imprenditore Romeo che con l’amministratore delegato di Consip, Marroni”. Fragliasso lascia intuire di non aver condiviso tale impostazione. A voler pensar male, a costo di commettere peccato, va pure notato che se Renzi sr. fosse stato formalmente indagato per traffico di influenze, art. 346 bis, non sarebbe stato possibile intercettarlo (il reato, con pena massima di tre anni, non ammette captazione telefonica). 

 

Sul punto interviene anche il procuratore generale Riello: “In una nota del 13 luglio scorso i due sostituti procuratori, quindi sia il dottor Woodcock, sia la dottoressa Carrano, nel rispondere alla domanda che parte dalla Procura generale della Cassazione, passa attraverso il mio ufficio e va girata a loro dal dottor Fragliasso, affermano di aver proceduto all’iscrizione di Carlo Russo e non di Tiziano Renzi, in base a una precisa scelta di carattere tecnico. Essi affermano che il reato per il quale si procedeva nei confronti dell’uno e dell’altro è quello di traffico di influenza illecita di cui all’articolo 346 bis del codice penale. I due magistrati ricordano che questa figura criminosa ruota intorno alla figura di un mediatore, un soggetto mediatore trafficante, così lo definiscono, mentre nei confronti del Russo era chiaro, perché egli risultava avere sempre svolto in questa vicenda tale ruolo in prima persona, Renzi Tiziano, leggo testualmente, veniva semplicemente evocato dal Russo che si recava da lui personalmente, tanto dal Romeo, quanto dal Marroni. Spiegano l’iscrizione del Russo e la mancata iscrizione del Renzi Tiziano sulla base di una differente posizione indiziaria a carico dell’uno e dell’altro”.

 

Nel caso di Renzi sr. mancano gli indizi di colpevolezza, a sostenerlo è lo stesso Woodcock. Come fa notare Riello, i due pm evidenziano la “mancanza di elementi limpidi, tali da poter consentire una corretta qualificazione del fatto” per ciò che concerne la posizione di Renzi sr. che non sarà mai iscritto nel registro notizie di reato dalla procura di Napoli. Tuttavia i pm partenopei richiedono e ottengono l’autorizzazione del gip per l’attività di intercettazione a carico di babbo Renzi, in qualità di terzo non indagato, con due successivi decreti risalenti al 17 novembre 2016 e al 28 febbraio 2017 (il secondo prelude allo “scoop” del Fatto con la telefonata tra Renzi padre e figlio). Ascoltato in prima commissione, Riello si lascia scappare che la mancata iscrizione di Renzi sr. equivale a un “predisciplinare” già trasmesso al procuratore generale presso la Cassazione: sarebbe, per l’esattezza, la terza incolpazione a carico di Woodcock dopo quella relativa alle dichiarazioni rilasciate a Repubblica (le manipolazioni? “Un grave errore”) e alla mancata iscrizione nel registro degli indagati dell’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, perciò escusso come persona informata sui fatti in assenza del difensore. In secondo luogo, la prima commissione approfondisce la spinosa questione della competenza: perché un magistrato incardinato presso la Direzione distrettuale antimafia si occupa di reati contro la Pubblica amministrazione? A sollevare il tema, all’interno della procura napoletana, è il procuratore aggiunto Alfonso D’Avino il quale nel dicembre 2015 verga una nota critica verso i colleghi impegnati sul delicato dossier. “Il dottor D’Avino – racconta Riello – è per la verità molto duro. Egli chiede lo stralcio di tutte le vicende che non siano 416 bis o mi sembra, in un caso, un 416 aggravato ai sensi dell’articolo 7 legge antimafia […]. E aggiunge anzi, devo dirlo, ripeto, per fotografare i fatti, nel caso di specie non si è di fronte a un fisiologico sviluppo delle indagini per reati emersi nel corso delle indagini bensì, leggo testualmente, ci si trova di fronte a una patologia, peraltro grave, che riguarda i reati, s’intende contro la Pubblica amministrazione, costantemente ricercati per mesi e anzi per anni, sistematicamente, al di fuori della propria competenza e delle regole interne dell’ufficio”.

 

Sul punto viene interpellato anche Fragliasso il quale riferisce che, a seguito di quella nota, il 20 gennaio 2016 l’allora procuratore della Repubblica Colangelo convoca una riunione nel proprio ufficio con i due aggiunti, D’Avino e Beatrice: “In quella sede si conviene che si debba procedere allo stralcio di tutte le vicende concernenti la Pubblica amministrazione”. Com’è noto, lo stralcio alla procura di Roma avverrà soltanto a gennaio 2017. Le audizioni, compulsate dal Foglio attraverso gli atti ufficiali, toccano in terza battuta i rapporti tra Roma e Napoli che, al di là delle formule di rito, non sembrano affatto idilliaci. Non lo prova soltanto il fatto che i pm capitolini revochino la delega delle indagini a quel Noe di cui Woodcock invece si fida; i magistrati di piazzale Clodio mettono sotto indagine alcuni ufficiali e procedono all’iscrizione di Tiziano Renzi. “I due sostituti procuratori (Woodcock e Carrano, ndr) – spiega Riello – affermano che vi è stato un accordo sostanziale con i procuratori, con i magistrati della procura di Roma, e affermano che di questo vi è traccia nelle interlocuzioni avute con i magistrati, anche in alcuni messaggi WhatsApp che si sono scambiati, che devo dire per la verità sono al riguardo alquanto generici, comunque ci sono e affermano che la scaturigine della decisione di sottoporre a intercettazione le utenze del Renzi era collegata al reato associativo per il quale ha proceduto e procede ancora la procura di Napoli”. Secondo Fragliasso, “sia il procuratore aggiunto Ielo che il sostituto Mario Palazzi, titolare del procedimento romano, riferiscono di essere stati informati preventivamente dal collega Woodcock ma di essersi limitati a prendere atto della comunicazione. Entrambi hanno escluso di aver concordato di aver raggiunto un’intesa sul punto”. Il punto sono le intercettazioni di Renzi sr. come terzo non indagato. “Un po’ più articolata – precisa Fragliasso – è la risposta di Mario Palazzi, nel senso, se mi posso permettere, che lui riferisce nella sua nota che la polizia giudiziaria procedente, il Noe, aveva più volte, dapprima informalmente poi anche per iscritto sollecitato e rappresentato l’opportunità di intercettare Tiziano Renzi ed egli aveva sempre risposto negativamente, tra l’altro sostenendo, è la sua risposta scritta, che il titolo di reato non lo consentisse. Dopodiché dice: vengo informato delle iniziative dei colleghi napoletani, io mi limito a prenderne atto”. Il titolo di reato non lo consentiva. Eppure è accaduto. Non è scontato che qualcuno ne risponda.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    07 Ottobre 2017 - 14:02

    Cara Annalisa l'archiviazione per le piroette di Woodcok non era nelle ipotesi era nella prassi del cane non morde cane.Nella storia della repubblica un magistrato che ha compiuto un reato ed è stato perseguito ai sensi del cod.penale è avvenuto per reati comuni in genere gravi . Per quelli bagatellari -a volte anche più gravi- il CSM chiude tutti i due occhi, basta consultare tutte le sentenze della prima commissione del csm ,quella disciplinare ,si fa per dire.luigi de snatis

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