L'antimafia amata dal boss

Riccardo Lo Verso

Come un imprenditore colluso cerca di iscriversi al partito dei buoni. Il ruolo di Ingroia, santino appannato

Povera antimafia. Si è ridotta a un simulacro. Un inutile santino da tirare fuori al momento opportuno per iscriversi al partito dei buoni.

 

Forse neppure Antonio Ingroia aveva immaginato la traiettoria della parabola, sua e della stessa antimafia. Lo scintillio è un ricordo. Le luci si sono spente. Forse è anche meglio così. Magari nascerà una nuova stagione antimafiosa che renderà tutto meno irritante. A cominciare dalla definizione stessa, abusata e mortificata, svuotata di significato. Bisognerebbe avere il coraggio di vietarla.

 

Qui non si tratta di ricostruire l’ennesima figuraccia di una stagione di disastri. Qui si tratta di raccontare della mafia che cerca di accaparrarsi il brand dell’antimafia senza capire che, ormai, non tira più.

 

I nuovi boss ci provano: cercano di accaparrarsi il brand della antimafia senza capire che, ormai, non è più sulla cresta dell’onda

I nuovi boss ci provano. Si attivano per acquisire aziende, imprese, persino giornali. Oppure progettano di coinvolgere i simboli di un’antimafia che fu. Nessuno può dubitare che Antonio Ingroia – ex procuratore aggiunto di Palermo, ex nominato del sottogoverno regionale siciliano, ex candidato premier – sia stata la stella più luminosa di una certa antimafia militante, corazzata e molto ma molto mediatica. Di quelle stelle che facevano brillare gli studi televisivi e le prime pagine della stampa nazionale. L’eroe buono in trincea contro i cattivi.

 

L’ultimo protagonista delle cronache siciliane è stato Benedetto Bacchi, rampante imprenditore nato a Partinico, popoloso centro in provincia di Palermo. Qualche anno fa ha rilevato un noto marchio nel settore delle scommesse e dei casinò on line e ha scalato le gerarchie con la forza del denaro. I magistrati palermitani e i poliziotti della Squadra Mobile gli hanno fatto i conti in tasca. Guadagnava un milione di euro al mese grazie alle sue 700 postazioni gioco, reali e virtuali, in giro per l’Italia anche se la sua società aveva sede a Malta per aggirare la mannaia dei Monopoli di Stato. L’imprenditore è stato arrestato con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. Gli si cucirebbe addosso su misura la definizione, scritta un paio di anni fa in una sentenza della Corte di Cassazione, di “imprenditore colluso”. Il giudice per le indagini preliminari di Palermo, colui che ha firmato l’ordine di arresto per Bacchi e per altre trenta persone, tra mafiosi, presunti tali, professionisti e prestanome, lo inserisce fra le “figure preposte alla gestione del settore delle scommesse e delle quali Cosa Nostra si è avvalsa per realizzare i suoi illeciti guadagni che si sono poste rispetto alla stessa in consapevole stabile relazione sinallagmatica”.

 

Senza per forza ricorrere al vocabolario per decifrare l’ermetismo tipico del linguaggio giuridico si può dire che fra l’imprenditore Bacchi e l’associazione Cosa Nostra ci sarebbe stato un rapporto di “mutuo scambio”. Un patto alla pari: grazie all’appoggio della mafia il marchio di Bacchi si è diffuso in maniera massiccia per le strade di Palermo e provincia, e in cambio i boss avrebbero ricevuto cifre comprese tra 300 e 800 mila euro all’anno. Soldi decisivi per la sopravvivenza dei clan che possono così fare fronte alle esigenze della popolazione detenuta e pagare gli stipendi dei picciotti che sono contemporaneamente estorsori (squattrinati) e raccoglitori delle scommesse per le agenzie del circuito illegale. L’arresto di Bacchi potrebbe mettere a dura prova la tenuta sociale di Cosa nostra palermitana. Il contributo economico del rais delle scommesse arrivava a pioggia su tutti i mandamenti mafiosi cittadini. Fra le seconde linee dei clan qualcuno iniziava a lamentarsi per quei capimafia pacchiani e spendaccioni che pur di girare a bordo di lussuosi Suv lasciavano le briciole ai picciotti di borgata. Ora che anche le briciole non ci sono più si dovranno inventare qualcos’altro.

 

L’antimafia non tira più neppure in chiave politica. Beppe Lumia non è stato ricandidato, Nino Di Matteo non sarà ministro per il M5s

La politica aveva ben compreso la forza elettorale di chi possedeva 700 punti gioco in giro per l’Italia. Si faceva a gara per sponsorizzare in Parlamento nazionale un emendamento alla legge finanziaria che avrebbe riaperto i termini per la sanatoria. Bacchi avrebbe potuto regolarizzare i suoi centri scommesse. Agli addetti ai lavori l’emendamento, caldeggiato nel 2016 da destra a sinistra, era sembrato un maleodorante regalo ad personam. Chi mai, però, avrebbe potuto vedere malafede nella risposta del politico che difendeva una battaglia apparentemente sacrosanta: lo Stato incassava i soldi della sanatoria e si creavano centinaia di posti di lavoro. E poi l’attività di lobbying non è reato. L’emendamento alla fine fu ritirato, quando la votazione era già iniziata. Gli investigatori palermitani sono certi che Bacchi, e indirettamente i suoi politici di riferimento, si siano avvantaggiati dalla discovery di una parte delle indagini. Una informativa depositata in un’altra inchiesta. Impossibile trovare conferme o smentite. Di certo i telefoni, caldissimi nei giorni precedenti alla presentazione dell’emendamento, divennero muti. Anzi, mutissimi.

 

Bacchi era impegnato ad accumulare montagne di denaro, a comprare e vendere interi palazzi, costruire ipermercati, trasportare quattrini a Malta e in Svizzera come facevano un tempo gli spalloni dei vecchi padrini. Mentre si adoperava per riciclare il denaro, aveva un chiodo fisso: costruirsi un’immagine pulita prima che venisse fuori la sporcizia che aveva in casa. Non poteva non avere intuito di avere gli occhi addosso visto che dal 2009 ad oggi, ad ogni santa operazione di polizia, veniva fuori il suo interesse per una singola agenzia di scommesse. I pm di Palermo hanno avuto il merito di aspettare. Non si sono accontentati di piccioli sequestri, ma hanno puntato al sistema.

 

Come si prova ad allontanare i sospetti investigativi in terra di Sicilia? Appuntandosi al petto la medaglia dell’antimafia, succhiando gli ultimi rivoli del brand antimafioso. Bacchi si diceva pronto anche a fare investimenti a perdere. Vuoi mettere il fascino di essere un antimafioso “cool”. “Cool” è la parola rimasta nei nastri delle intercettazioni. Gli elementi raccolti hanno convinto il giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia che descrive la “personalità camaleontica e opportunista di Bacchi di intrattenere contemporaneamente rapporti con soggetti appartenenti alla consorteria mafiosa e con soggetti e attività imprenditoriali notoriamente schierati nella lotta alla criminalità organizzata, in quest’ultimo caso con l’intento di una ripulitura della propria immagine di imprenditore irreprensibile con l’aspettativa di cancellare o quantomeno celare le origini del suo straordinario successo imprenditoriale”.

 

Benedetto Bacchi possedeva 700 punti gioco in Italia. Si adoperava per riciclare il denaro e voleva costruirsi un’immagine pulita

Bacchi non si faceva mancare quel tocco di follia che spesso fa la fortuna di un imprenditore. Si era messo in testa, ad esempio, di fabbricare una macchina per produrre energia. Una roba di livello industriale. Un santino poteva fare al caso suo. E così ragionava sull’opportunità di cedere l’1 per cento delle quote societarie al suo avvocato, Antonio Ingroia. “Una cosa è che si presenta con Antonio Ingroia… ex magistrato antimafia, conosciuto in tutto il mondo”, diceva. L’intercettazione è di luglio scorso, quando Ingroia era già stato nominato da Bacchi finito sotto inchiesta per la gestione illecita delle scommesse in Calabria. L’imprenditore ha ora nominato l’ex pm anche nell’inchiesta palermitana. C’è una differenza sostanziale fra le due indagini: a Reggio Calabria non si parla di criminalità organizzata, mentre a Palermo il reato è concorso esterno in associazione mafiosa.

 

Ritornano in mente alcune dichiarazioni ufficiali. “Per coerenza con la mia storia non difenderò né mafiosi né corrotti”, aveva detto Ingroia subito dopo avere giurato da avvocato nell’ottobre 2013, suscitando la reazione indignata dell’Unione delle Camere Penali. “Ingroia se non ci fosse bisognerebbe inventarlo – dissero i suoi nuovi colleghi – il giuramento da avvocato l’avrà anche letto, ma non deve averlo compreso pienamente”. Nel frattempo l’avvocato Ingroia ci ha ripensato, come dimostra la nomina di Bacchi. Tutti hanno diritto, d’altra parte, ad essere difesi.

 

L’imprenditore ragionava sull’opportunità di cedere l’1 per cento delle quote societarie al suo avvocato, Antonio Ingroia

Da penalista si troverà di fronte, ancora una volta, i suoi ex colleghi con cui è arrivato allo scontro quando assunse la difesa di Pino Maniaci, combattivo direttore di Telejato sotto processo per estorsione. Ingroia parlò addirittura di indagine sollecitata ai pm di Palermo da qualcuno, e si riferiva a Silvana Saguto, per bilanciare i servizi che l’emittente televisiva non risparmiava sulla gestione delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Non gli era piaciuto neppure il video proiettato dai carabinieri in conferenza stampa che riprendeva Maniaci assieme ad un manipolo di boss della provincia palermitana. Così come non aveva gradito che “qualcuno ha dato in pasto alla stampa la notizia dell’indagine” per peculato che lo riguarda. Gli ex colleghi di Palermo sono convinti che Ingroia si sia messo in tasca indennità non dovute per l’incarico di amministratore di una società regionale. Parole pesanti quelle dell’avvocato, specie se pronunciate da qualcuno che fino ad una manciata di mesi prima era stato dall’altra parte della barricata.

 

Era il più battagliero di tutti il procuratore aggiunto Ingroia. A lui si deve la creazione dell’icona antimafia Massimo Ciancimino, oggi arrestato per avere riempito di dinamite il giardino di casa e sotto processo qua e là per calunnia. Poi, sollevò il conflitto istituzionale con il Quirinale sull’opportunità di acquisire agli atti del processo sulla Trattativa le telefonate di Giorgio Napolitano che lo stesso Ingroia riteneva irrilevanti. Nel frattempo si doveva fare in quattro per presenziare nei salotti televisivi dove si postulava l’esistenza del patto tra boss, carabinieri e politici durante la stagione delle stragi di mafia. Alla fine, però, Ingroia scelse la politica, dopo avere inizialmente mollato la toga per una evanescente trasferta in Guatemala sotto l’egida dell’Onu. Infine, fallimentare corsa elettorale e una nomina alla guida di una partecipata regionale (parentesi che si è chiusa pochi giorni fa per scelta del neo governatore siciliano Nello Musumeci, subentrato al più antimafioso dei presidenti della Regione, Rosario Crocetta).

 

Ingroia ha mollato la sua creatura, il processo sulla Trattativa, il cui esito, atteso nei prossimi mesi, rischia di cancellare un’intera stagione giudiziaria. Sono caduti alcuni miti dell’antimafia, Silvana Saguto era di certo il più potente, e con essi imposture e storture. L’antimafia non tira più neppure in chiave politica. Basta ricordare che il senatore Beppe Lumia, dopo una vita in Parlamento, non è stato più ricandidato, e che Nino Di Matteo, che da Ingroia ha ricevuto il testimone della Trattativa, non farà il ministro in un governo grillino come era stato all’inizio ipotizzato in casa Grillo-Di Maio.

 

Sul campo restano le macerie e l’evanescenza di un brand. I mafiosi cercano di raccogliere gli ultimi scampoli di credibilità e vanno a sbattere. Quello dell’antimafia è ormai un ombrello sotto cui non conviene cercare riparo. Fare l’antimafioso sarà pure cool, ma in carcere ci si finisce lo stesso.

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