Foto tratta dalla pagina Facebook della Ronde van Vlaanderen

Responsabilità e speranza. Si ferma anche l'infermabile Giro delle Fiandre

Giovanni Battistuzzi

La Ronde era stata corsa anche durante l'occupazione nazista. Sarà rinviata per il coronavirus. “Capiamo. Ma è una pugnalata al cuore”, dicono dalle Fiandre

“Ho appreso con piacere da un amico che ancora resiste che nonostante l'abominio dell'occupazione tedesca nella tua terra la speranza non è tramontata”, scriveva lo scrittore francese André Gide, premio Nobel nel 1947, a George Simenon. Era l'aprile del 1943 e Gide ormai da un anno era a Tunisi per fuggire dalla vendetta nazista dopo il suo rifiuto di una cattedra offerta dal governo filotedesco. “Sono vallone, non fiammingo, ma apprendo anch'io con gioia che il popolo fiammingo continua a fare ciò che meglio sa fare, resistere, continuare a portare avanti la sua tradizione incrollabilmente ottimista”. Perché quelle biciclette che correvano nonostante l'occupazione erano anche per Simenon, scappato anch'esso da Parigi per evitare la furia nazista - si trovava a Fontenay-le-Comte -, "il miglior modo per continuare a esistere". D'altra parte i fiamminghi “a due cose non possono rinunziare: la Ronde e la fierezza di essere fiamminghi”.

   

La Ronde van Vlaanderen, il Giro delle Fiandre, se ne era sempre fregata dei tedeschi. O meglio, i nazisti avevano capito che interrompere la corsa sarebbe stato l'inizio di seri problemi per loro. In una nota spedita al feldmaresciallo Gerd von Rundstedt nel marzo del 1940, un suo sottoposto consigliava un ripensamento alla decisione di sospendere qualsiasi manifestazione sportiva: “C’è un serio pericolo che le contingenze ambientali possano precipitare. L’insoddisfazione potrebbe crescere sino oltre i livelli di guardia. Abolire la competizione potrebbe allontanare dal Reich anche chi al momento collabora con esso”. Von Rundstedt ci ripensò e la Ronde fu corsa. E così capitò anche negli anni successivi.

 

È dal 1919 che non si è mai fermata. È da centun anni che va avanti, che si ripropone ad aprile, che è attesa, che è una festa, la più grande festa laica delle Fiandre, anzi qualcosa che sfocia a volte nel mistico, perché “questa corsa non è solo una corsa, è un'ascensione verso l'anima, una manifestazione dello spirito fiammingo”, o almeno per Brik Schotte, venti Ronde disputate in carriera.

   

Fosse ancora vivo Brik forse non avrebbe creduto ai suoi occhi. Fosse ancora vivo Brik ci sarebbe rimasto secco. “Non credo che sia realistico correre la Ronde. Siamo onesti, non credo che sarà fattibile. Un intero plotone in arrivo da tutto il mondo che si sposta nelle Fiandre pochi giorni dopo il 3 aprile, quando dovrebbero terminare le varie misure di contenimento… Dobbiamo anche mostrare un senso di responsabilità”. Con queste parole al quotidiano Het Niuwsblad, il ministro dello Sport belga Ben Weyts ha annunciato il rinvio del Giro delle Fiandre. Ha annunciato lo stop alla corsa che si era fermata solo due volte in un secolo (nel 1915 e nel 1916 la gara fu corsa sebbene i risultati non sono rientrati nell'albo d'oro - qui le prove storiche)

 

La Ronde salta, lascerà il suo aprile. Verrà recuperata chissà quando.

 

La Ronde salta e dalle Fiandre ci sono stati molti messaggi di comprensione. Nessuna sommossa è scoppiata, gli appassionati hanno capito, hanno abbracciato quel “senso di responsabilità”. “Certo è strano, qualcosa di assurdo. Una pugnalata al cuore”, dice al Foglio Erik Schumme, mastro birraio e organizzatore di uno dei ritrovi più antichi e celebri lungo il percorso della Ronde.

  

“Questo coronavirus è una maledizione, una schifosa presenza. È una realtà che dobbiamo combattere. Non siamo in guerra, ma dobbiamo accettare di convivere, almeno in questo momento, con un fantasma. La Ronde verrà corsa e sarà una doppia novità: affrontare un aprile senza Ronde e una Ronde in un altro momento”.

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