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Pantani, 20 anni dopo

Per Pantani il paradiso è un giorno di pioggia

L'attacco sul Col du Galibier, l'ascesa solitaria verso Les Deux Alpes, i quasi nove minuti rifilati a Ullrich. Storia di un ribaltone alpino

27 Luglio 2018 alle 06:14

Per Pantani il paradiso è un giorno di pioggia

E’ necessario farsi piccoli per rendere i propri problemi piccoli, affrontabili. Soprattutto quando questi compaiono all’orizzonte grandi come una montagna, lunghi come tre minuti di ritardo e pesanti come un destino con cinquantadue chilometri contro il tempo.

 

E’ necessario farsi piccoli quando si ha di fronte un gigante, anche se piccoli si è già, anche se quando in passato questi giganti si sono presentati di fronte al cammino si sono dimostrati alleati e non nemici.

 

Quel giorno però il passato non contava, il presente era un Tour de France duro più per la testa che per le gambe e i nuvoloni neri gonfi di accuse che avevano aleggiato sui corridori dalla partenza di Dublino, si erano materializzati all’alba gonfi di pioggia e di freddo anche sulla corsa. Marco Pantani li guardava e pensava che in cima al Col du Galibier avrebbe trovato un inferno di pioggia mentre avrebbe voluto un paradiso di luce come sfondo alle sue pedalate.

 

E’ necessario farsi piccoli per diventare grandi, giganti. E così si fece piccolo, si mise in coda al gruppo anche quando Luc Leblanc provò l’evasione e Jan Ullrich gli si mise lesto a ruota per sottolineare il suo ruolo di carceriere, di padrone in giallo. Marco tremò il giusto, guardò il Galibier restare intrappolato tra le nuvole, si tenne addosso i manicotti e la bandana, ché è meglio non sfidare troppo il gigante, non farlo arrabbiare con la propria spavalderia. Poi si alzò sui pedali. Scattò. Mancavano quattro chilometri e mezzo alla cima, quarantasette all’arrivo.

 

Lassù, a oltre duemila metri, dentro un freddo infame, fradicio di pioggia, Pantani si librò verso il cielo. Iniziò a danzare in quel suo ballo di denti stretti, sguardi ascetici, sella abbandonata a se stessa e vuoto alle spalle. Pantani si librò attaccato al sogno di una rivoluzione che sperava potesse andare a buon fine, ma non era sicuro potesse andare a buon fine. Si scrollò di dosso la paura, il timore della reazione, si scrollò di ruota la pesantezza di quella figura enorme, gialla. Si girò e non vide Ullrich. Si girò e non vide nessuno. Iniziò a credere che l’impossibile lo si potesse rendere possibile se alle gambe si univa la fantasia.

 


Lo scatto di Marco Pantani sul Galibier 


 

Ai 2.645 metri del Galibier passò per primo, aveva ripreso tutti gli avanguardisti della mattina. In cima al tetto del Tour de France lo aspettava Orlando Maini, una mantellina per ripararsi da pioggia e freddo. Pantani provò a indossarla, ma il vento era tanto e le mani deboli di fatica. Decise di fermarsi, perché i giganti non vanno sfidati troppo, perché il tempo delle imprese non sempre è incalzante e ogni tanto una pausa scenica ci vuole. Racconterà Maini che “quando l'ho visto sbucare ad un certo punto ho pensato di non riuscire a passargli la mantellina perché ero forse più stanco io di lui”. Perché Marco “stava facendo una cosa molto grande, una cosa molto importante. Passargli la mantellina per me è aver toccato il cielo con un dito, perché ero riuscito a fare tutto ciò che volevamo e sopratutto lui era da solo”.

 

Pantani riprese a pedalare, in discesa planò verso valle e da lì ascese. Verso Les Deux Alpes, verso l’arrivo, verso il cielo del Tour, verso la storia del ciclismo. Pantani mangiò asfalto curve e tornanti, divorò lo spazio che lo separava dall’arrivo, continuò ad arrembare. Perché non bastava quello che era stato fatto, serviva guadagnare il guadagnabile. Perché ogni secondo guadagnato su Ullrich era un sospiro in più, era un battito di cuore in meno, una gioia maggiore. Perché ogni secondo guadagnato su Ullrich era la dimostrazione che il ciclismo era ancora uno sport ascensionale.

 

E così Pantani smise di farsi piccolo, divenne un gigante. E così spinse sulle pedivelle fino all’ultimo metro. Poi si sedette sulla sella. Chiuse gli occhi. Si godette la consapevolezza che è tutto vero.

 

Ci vorrà un minuto e cinquantaquattro secondi prima di vedere arrivare Rodolfo Massi, secondo. Ci vorranno cinque minuti e quarantatré secondi prima di vedere arrivare Bobby Julich, quinto, primo del fu gruppo dei migliori. Ci vorranno otto minuti e cinquantasette secondi prima di vedere arrivare Jan Ullrich, venticinquesimo, stremato, sconfitto.

 

 

“Questa è la vittoria del coraggio. Il coraggio di attaccare da lontano ma anche di sfidare il freddo, la pioggia, tutte cose che notoriamente non gradisco. Questa è la giornata più bella della mia carriera. Coraggio è anche venire qui dopo aver vinto il Giro, rimettendo tutto in gioco, a cominciare da me stesso. Comunque vada, il mio obiettivo è raggiunto. Penso di avere dato tanto a questo Tour che non era adatto ai miei mezzi, lo sapete bene anche voi. Ho vinto le due sole vere tappe di montagna. è chiaro che farò di tutto per tenere questa maglia, ma comunque vada per me va bene, è già tanto, è già troppo”. Dirà Marco.

 

“Ha corso come si correva Coppi ed io, e gli altri di allora: una corsa antica, bellissima. Dopo tanta sfortuna, Pantani se lo meritava. Sembrava di vedere un campione alla vecchia maniera. Speriamo che adesso non ce lo sciupino”. Dirà Gino Bartali.

 

Pantastique. Titoleranno i francesi.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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