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Pantani, 20 anni dopo

La Madaleine, Pantani e il tempo perso di Ullrich

L'ultima tappa alpina del Tour de France 1998 è un racconto che sembra proustiano. Un testa a testa tra il Pirata e il suo più determinato avversario

28 Luglio 2018 alle 06:15

La Madaleine, Pantani e il tempo perso di Ullrich

Bastò un cenno di Bobby Julich al suo fido apripista, Christophe Rinero, per ringalluzzire Jan Ullrich. Due dita che ondeggiavano nel vuoto, due parole che si dispersero nel vento: "Più piano". Due secondi per capire cosa stava succedendo, per dare al tedesco un senso proustiano. D'altra parte si era sulla Madaleine e il rosso di Germania di tempo il giorno prima ne aveva perso parecchio, nove minuti.

 

Quelle due parole furono l'inizio di tutto. Quelle due parole furono l'avvio di un duetto, di un duello, di un faccia a faccia, testa a testa, ruota a ruota verso il cielo di Francia, verso la cima del Col de la Madaleine.

 

"Più piano". E Jan Ullrich sorrise, guardò l'americano, si affiancò all'italiano, si allargò sulla sinistra della carreggiata, si alzò sui pedali, partì. Usò la violenza quel giorno il tedesco, la violenza della disperazione, di chi sa che non vuole e non può arrendersi all'evidenza di non essere il più forte. Le sue gambe spingevano forte, anelavano la solitudine, ma si dovettero accontentare della compagnia di quello scriciolo con la bandana che gli aveva strappato la maglia gialla il giorno prima. Provava a volare il tedesco, ma c'era Marco Pantani a tenerlo a terra, a ricordagli che la salita è terreno per stambecchi e camosci, al massimo per Pirati, non certo per lungagnoni.

 

Ullrich davanti, Pantani dietro. Ullrich che scattava, che non dava tregua al romagnolo, mentre il Pirata guardava, stringeva i denti, capiva cosa aveva provato un mese prima Pavel Tonkov verso il Plan di Montecampione. Capì quanta ostinazione ci voleva per non mollare, per non perdere la ruota di chi è più determinato di te perché non ha nulla da perdere. Capì che non doveva mollare, che anche se era finito, se era al lumicino delle forze, e lo era - lo raccontò a Marco Velo e Stefano Garzelli –, non poteva perdere un metro: sarebbero diventati centinaia, sarebbero diventate decine e decine di secondi.

 

 

Pantani quel metro non lo perse, la ruota di Ullrich la tenne sempre vicina. Anzi, lo aiutò pure ad aumentare il distacco su Julich. Verso Albertville si mise in testa, tirò qualche chilometri, d'altra parte se lo meritava, aveva dato prova di tigna e potenza.

 

Ad Albertville arrivarono appaiati, Ullrich in testa, Pantani a ruota. Ullrich che lancia lo sprint, Pantani che lo affianca, lo avvicina, non lo supera. Un po' per rispetto, un po' per gamba, un po' perché era giusto così. Perché la somma dei cronometri di oltre due settimane di Tour de France raccontava: Pantani in testa, Julich a 5'42", Ullrich a 5'56", Escartin a 6'03". Abbastanza per non avere il batticuore nell'ultima tappa di mezza montagna. Abbastanza per non avere il batticuore nell'ultima cronometro.

 

Dirà Ullrich: "Non credevo che Marco dopo il Giro potesse ripetersi. Adesso che l'ho visto in azione, gli dico quello che non ho potuto dirgli a Deux Alpes: è stato il migliore, è un grande vincitore". Risponderà il romagnolo: "Grazie, ma non è ancora finita, qui può succedere di tutto, mancano cinque giorni". Frasi di rito, per godersi al meglio il tempo che lo separavano da Parigi, il tempo che lo separavano dalla leggenda.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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