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Pantani, 20 anni dopo

Pantani e il cielo rosa di Montecampione

Il 4 giugno del 1998, il Giro d'Italia assisteva al gran duello tra Marco Pantani e Pavel Tonkov, tra gli scatti del primo e la resistenza del secondo. Finì con il Pirata trionfante e il russo applaudito

4 Giugno 2018 alle 12:44

C'è una faccia che sbuffa, si contorce in smorfie, in sospiri. Ce n'è un'altra che invece è sempre uguale, immobile, impassibile. C'è un uomo del mare che in montagna sembra esserci nato e un uomo di fiume e di steppa che salita o pianura è lo stesso, va forte ovunque. Ci sono due nomi e cognomi che diventano binomio, Marco Pantani e Pavel Tonkov, due destini che si incrociano per vie montane, che si scontrano per qualche metro quadro di stoffa di un colore che nessuno usa, ma che lì, al Giro d'Italia vuol dire tanto, vuol dire tutto. La maglia rosa è sulle spalle di Marco Pantani, l'aveva conquistata con un volo dolomitico due giorni prima, avrebbe lottato sino allo strenuo delle forze per essa. La maglia rosa è l'obbiettivo di Pavel Tonkov, l'aveva indossata due anni prima e portata a casa, avrebbe fatto di tutto per riconquistarla. Obbiettivi e sogni, ardori e illusioni che si arrampicano in simbiosi per i diciannove chilometri di Plan di Montecampione il 4 giugno 1998.

 

Sono rimasti soli davanti, uno contro l'altro, un duello tra due cavalieri in bicicletta. C'è il sole quel giorno e un sole caldo, intenso, che ha deciso di diventare anche lui protagonista. Trenta gradi all'inizio della salita, ventiquattro in cima. In pochi ricordano temperature così, almeno in quella stagione. Arriva qualche bava di vento, un contentino. Nessuno dei due però se ne accorge. Pantani guarda il cielo, si alzava sui pedali e accelera. Tonkov non muove lo sguardo dalla ruota del Pirata, resta seduto e mulina, solo quando il ritmo è troppo forte imita il rivale. Pantani ogni tanto si guarda indietro, vede la Sfinge russa e cerca di alleggerirsi. Aveva gettato via il cappellino, la seconda borraccia, gli occhiali, ora pure il piercing al naso. E' come cercasse di levarsi via di dosso ogni peso superfluo per contrastare il peso più grande, quell'ombra che vede macchiare l'asfalto dietro a lui, che insegue la sua, che lo vuole azzannare. E ogni volta che gira il capo a valle e il russo è lì, inespressivo e tenace come sempre.

 

Sono rimasti solo loro due là davanti. Gli altri gli hanno persi per strada. Aveva levato il disturbo Alex Zülle che ancora era il Crocedomini, passo bresciano solcato da antichi pellegrini, e di chilometri all'arrivo ne mancavano oltre sessanta. "Ero disperato, non riuscivo a respirare", dirà. "Sapevo che l'ultima settimana del Giro era dura, ma non pensavo a questo punto. Su certe salite, il Giro è più duro del Tour". Poi, una volta iniziata l'ascesa al Plan di Montecampione, è toccato a tutti gli altri. Un po' si erano dispersi a causa del ritmo di Velo, Forconi e Podenzana, gli apripista del Pirata. Tutti gli altri quando Marco Pantani si era alzato sui pedali e aveva cercato il volo a una dozzina di chilometri dallo striscione d'arrivo. Il gruppo era diventato sparpaglio, una diaspora di biciclette.

 

Solo Tonkov è rimasto appeso, solo Tonkov non c'è modo di levarselo di torno.

 


L'altimetria della 19esima tappa del Giro d'Italia 1998, la Cavalese - Plan di Montecampione, 243 chilometri


  

I chilometri all'arrivo diminuiscono, il russo non si schioda, attaccato alla ruota e a 27 secondi in classifica generale. E il pensiero va a Lugano, alla cronometro del penultimo giorno. Tonkov favorito, perché passista scalatore, perché furia contro il tempo. Pantani lo sa e sa di avere una sola possibilità: staccarlo e tenerlo il più distante possibile. Ma curve e rettilinei passano, i chilometri al traguardo diminuiscono, la fine sembra sempre più prossima. "A tre chilometri dall'arrivo mi sono fatto un esame di coscienza. Ho parlato con me stesso e ho fatto appello a tutte le energie. Ho pensato che non avevo più la maglia rosa, che dovevo conquistarmela. Mi sono detto: vai Marco, o salti tu o salta lui. E' saltato lui", raccontò il Pirata.

 

L'ossigeno si rarefa, l'altitudine aumenta, il caldo rimane uguale. La strada è lì, un serpentone di sofferenza. "Vai pirata. Togli il cappello e staccali", "All'arrembaggio pirata", "Vola Pantani", si leggeva attorno a loro.

 

Tremilacinquecento metri all'arrivo. Pantani accelera, Tonkov sbuffa, perde cinque metri, ma il Pirata non se ne accorge, non forza e quando si gira il russo è lì, imperscrutabile come prima.

 

Duemilasettecento metri all'arrivo. Pochi metri in galleria, la strada che ha un balzo al dieci per cento, Pantani che si alza sui pedali. Un'altra accelerazione, l'ennesima. E questa volta i metri diventano dieci, poi una dozzina, il Pirata si gira in tempo per vedere il volto di Tonkov arrancare. E allora un'altra accelerazione, la velocità che cresce, i metri di distanza che diventavano trenta, poi cinquanta, poi cento e via così. Pantani è una furia. Non si volta più, guarda la strada, il cielo, il riflesso di se stesso nelle urla dei tifosi. Pantani diventa un suono dolce tra le montagne, un avamposto alpino di imprese passate. Pantani davanti, Tonkov che insegue, ma a testa alta, consapevole di aver dato tutto, che più non avrebbe potuto fare, piegato, non sconfitto. Tenta una difesa, si attacca al manubrio e a chissà cosa. Ma le gambe gli dicono, Pavel non c'è più niente da fare, non ne abbiamo più. Il cuore no, quello spinge, ma non basta. Pantani vola, e vola verso Milano, Pavel sente un vuoto, ma è un vuoto pieno di ineludibilità. 

 

Quando Pantani appare all'ultima curva, quella che tira a destra e che mostra lo striscione d'arrivo è un boato. Sarebbe da rallentare un attimo, guardare lo spettacolo. Ma il Pirata non ha tempo per tutto questo. Azzanna l'asfalto, quello che rimane almeno. Lo fa sui pedali, in una sorta di sprint. Velocità pura. La interrompe solo a venti metri dall'arrivo. Il tempo per sedersi sulla sella, allargare le braccia verso un cielo che si era fatto rosa in suo onore, chiudere gli occhi. Pensare, forse, che quello che doveva fare l'ha fatto.

 

"Ho la coscienza a posto. So di aver fatto fino in fondo il mio dovere, magari rinunciando anche a qualche successo parziale. Perché volevo il Giro. Voglio il Giro, anche se so che sarà difficile. Ho attaccato sempre, da Capo Berta fino all' ultima salita. Ovunque mi si presentasse l' occasione. E ora mi trovo a fare ancora i conti con i secondi. Pochi secondi. Basterà un minuto e 28"? Se basta, va bene, altrimenti amen. Queste benedette crono non riesco a correrle come vorrei. E sabato 35 chilometri sono una esplosione di forza. Cercherò di andare a tutta, come a Trieste, ma non è il mio terreno", dirà. "Se non basterà il vantaggio, vorrà dire che farò la volata a Milano per prendere gli abbuoni". Un sorriso, uno scherzo, ma nemmeno troppo.

 

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Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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