Pantani, 20 anni dopo

Zülle, Pantani e il sorpasso

Giovanni Battistuzzi

Nella cronometro di Trieste il Pirata viene raggiunto e superato dalla maglia rosa che era partita tre minuti dopo. Sembrava la fine di tutto. Divenne l'inizio di una grande storia

All'arrivo della 15esima tappa del Giro d'Italia aveva il muso lungo e la bocca tirata in una smorfia che nulla aveva di felice, che però pareva più di schifo che di rassegnazione. Diceva: "Ho il cuore in pace", ma si vedeva che non era del tutto così. Il problema era che ce l'aveva negli occhi ancora quello che era successo. La strada che scendeva, il mare che ora si vedeva affianco e non più dall'alto, che quasi uno ci sarebbe entrato dentro a fare un bagnetto, il cartello Barcola, Trieste alle porte, Miramare alle spalle.

 


L'altimetria della 15esima tappa del Giro d'Italia 1998


 

Giugno è tempo di guardare lo spettacolo del Golfo, i suoi colori, i suoi orizzonti. Ma non quel giorno. E quel rombo, fastidioso. L'aveva sentito qualche minuto prima, al cambio del vento, poi era aumentato. Ora era prossimo. Era il rumore della beffa, un pugno nello stomaco. Lo sapeva, sperava non fosse così, ma lo sapeva. Lui, la maglia verde che voleva dire montagna su di una bicicletta con le appendici da cronometro, quelle che permettono di stenderti sulla bici, quelle che vogliono dire velocità. Non roba per lui, per l'altro al massimo, lo svizzero. E lo svizzero era lì. Mancavano sei chilometri all'arrivo, trentaquattro ne era passati. Erano le cinque del pomeriggio, l'aria sapeva di salsedine, quando la sua maglia rosa si avvicinava, lo raggiungeva, si faceva beffa del verde, lo superava e se ne andava. Era partito tre minuti dopo in quella cronometro. Era arrivato quasi mezzo minuto prima. Alex Zülle, forte, forte davvero. Dicevano il giorno prima che in due cronometro poteva guadagnarli cinque minuti. Ne aveva già presi 3'26". E ora erano quasi quattro minuti di ritardo on classifica. Marco Pantani era abbattuto, ma non rassegnato. Marco Pantani guardava verso il Carso, era un anima marina prestata alla montagna, era lì che trovava la sua dimensione, nella transumanza alpina si trasformava, diventava meraviglia.

  

  

Ci sarebbe voluto Bruno Cortona, Vittorio Gassman nel film "Il Sorpasso", a dirgli "che te frega delle tristezze, lo sai qual è l'età più bella? Te lo dico io qual è. E' quella che uno c'ha. Giorno per giorno. Fino a quanno schiatta se capisce". Ma quel soprasso... quel sorpasso no. A quel punto c'era un Giro d'Italia da inventarsi e ormai poco tempo. Certo le Dolomiti, certo l'Alpe di Pampeago, certo Plan di Montecampione, ma erano poche, dieci salite appena. E poi un'altra cronometro, altri chilometri dove perdere minuti. "Ho fatto questa cronometro sapendo in partenza che avrei ceduto tantissimo terreno. Ma non ho rimpianti - disse il Pirata – non ci si può arrampicare sui vetri. Se avessero disegnato un percorso con una salita, mi sarei potuto difendere, ma qui, ripeto, spingevo il 55 - 11 o il 55 - 12... Non è successo niente di inaspettato, la realtà si ripresenta sempre uguale ed è spiacevole lottare per guadagnare pochi secondi in salita e poi perderne trenta o quaranta in tre chilometri". La crudeltà della cronometro. Forse del ciclismo. Rimaneva la speranza. Quella c'era sempre, perché nel ciclismo funziona che una cotta può capitare, anche al migliore. E quel migliore sino ad allora era lo Svizzero. Scriveva Candido Cannavò sulla Gazzetta: "Marco, lassù nulla è impossibile, anche se c'è qualcosa di splendido e di ingiusto nell'implacabile pedalata di Zulle, proprio come c'era in quella, maestosa, di Indurain".

 

Sembrava la fine di tutto. E forse fu così davvero. Divenne l'inizio di un'altra storia.

 


 

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