Pantani, 20 anni dopo

Pantani e la rivoluzione rosa tra le Dolomiti

Vent'anni fa, il 2 giugno 1998, il Pirata conquista a Selva di Val Gardena la Maglia Rosa dopo 45 km di fuga alpina con Giuseppe Guerini (che conquista la tappa)

2 Giugno 2018 alle 06:27

Pantani e la rivoluzione rosa tra le Dolomiti

foto LaPresse

Lì, sotto la Marmolada, Pavel Tonkov aveva provato a farsi avanguardista. La strada si stava impennando, menava sulle gambe dei corridori, si inseriva come lame nei polpacci, accelerava i battiti, accorciava il fiato. Marco Pantani aveva visto il russo partire. Poco prima si era girato verso Roberto Conti, suo angelo custode in montagna. Non voleva farlo arrabbiare quel giorno. Era stato categorico Conti: “Non azzardarti a partire prima del tratto duro. E’ una salita che fa male”. E lui aveva deciso di seguire il consiglio. Se ne stava buono. Forse troppo. “Marco non parti?”, gli chiese il suo compagno. Il Pirata lo guardò stranito, temeva il tranello: “No, aspetto il tratto duro”, rispose. “Ma è questo il tratto duro”. Pantani lo riguardò. Sorrise. Accelerò. Non uno scatto, una furia.

 


L'altimetria della 17esima tappa del Giro d'Italia 1998


  

Erano le 15,35 di lunedì 2 giugno, anno domini 1998 e sull’ascesa del Passo Fedaia scoppiò la tempesta, una tempesta a pedali. Tutto iniziò alla Baita Dovich, 45 chilometri all’arrivo. E’ lì che ebbe avvio un’esplorazione magnifica, un viaggio dolomitico su e giù per la Marmolada, su è giù dalla Cima Coppi, il Passo Sella. Poche pedalate per raggiungere il russo, poi il via. La maglia verde di Marco Pantani e quella giallorossa di Giuseppe Guerini si trasformarono in fuggiaschi, apripista di sentieri alpini già visti, ma raramente così sfavillanti.

 

 

Due macchie colorate piegate sul manubrio della loro bicicletta che si muovevano tra la maestosità di cime pallide, piazzate lì a due passi dal cielo per movimentarne l'azzurro. E alle loro spalle altre macchie colorate, anche loro piegate sul manubrio, ma ancor più curve, aggrappate alla ruota che le precedeva e a una speranza chiamata arrivo. Un arrivo che era però lento ad arrivare. Per tutti. Meno per Pantani e per Guerini che avanti a tutti scavallavano montagne di gran lena. Sembravano leggeri i due mentre inseguivano quello che soltanto il giorno prima sembrava utopia. Perché l'idea di mettere in crisi uno come lo svizzero, che a Trieste li aveva presi a mazzate contro il tempo, sembrava missione difficile, quasi irrealizzabile. Eppure il Pirata ci credeva, aveva annunciato battaglia. E l'aveva messa in pratica. In 33 avevano dovuto lasciare il Giro d'Italia (tra loro Michele Bartoli, Fabiano Fontanelli, Simone Leporatti, Silvio Martinello e Fabrizio Guidi) a causa di quella rivoluzione: fuori tempo massimo, la sentenza. Alex Zülle aveva provato a fare come aveva fatto sempre, salire del suo ritmo, ma quel giorno era ritmo faticoso, arrugginito. Sul groppone all'arrivo di Selva di val Gardena i secondi saranno trentasette, i minuti quattro, la sensazione che molto sia compromesso. Il rosa della sua maglia si stinse e si trasferiva su quella di Marco Pantani, secondo al traguardo, dietro a Turbo, primo in classifica generale. Era la prima volta che accadeva. Un debutto nel palcoscenico più spettacolare dell'arco alpino.

 

 

Non solo il coraggio aveva però guidato il Pirata, "questione di testardaggine. Per far vedere a me stesso prima di tutto cosa riesco a combinare con la bici", raccontò. E un pizzico di fortuna. "Sulla Marmolada pensavo solo di fare una buona scalata. Non di dare questi distacchi. Quando è arrivato il tratto più duro ero ancora perplesso sul da farsi. Ma poi ho deciso di provarci comunque. In cima mi sono detto vedrò se sarà il caso di insistere o di aspettare gli inseguitori. La fortuna è stata aver incontrato Guerini. E' stato un alleato perfetto: avevamo gli stessi interessi, per questo non ho cercato di staccarlo". Turbo ha conquistato lo sprint e il terzo posto in classifica a 31 secondi. Tra loro Pavel Tonkov che a Selva ha beccato poco più di due minuti, a 30 secondi. Mezzo minuto per una maglia rosa. E quello svizzero lì a un minuto a fare ancora paura, nonostante le difficoltà dolomitiche.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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