Pantani, 20 anni dopo

Pantani, Bartoli e gli acrobati dello Zovo

Il Pirata attacca sul monte alle porte di Schio, poi cade in discesa. Zülle e Tonkov si impauriscono. Bettini, Guerini, Noè e Bartoli no e planano verso il traguardo. Vince il pisano, Brontolo conquista la maglia rosa

29 Maggio 2018 alle 10:58

Pantani, Bartoli e gli acrobati dello Zovo

I veci lo sapevano dalla mattina che sarebbe andata così. Avevano visto i monti, avevano annusato l'aria, avevano sentenziato: "Temporae". Ma i veci lo sapevano perché sono lì da sempre e da sempre è la stessa storia, la stessa cantilena: "Schio, l'orinale de Dio", un detto, esperienza antica. Mica lo potevano sapere i corridori che partivano da Carpi, il meteo diceva nuvoloso con possibilità di pioggia. Fu un acquazzone.

 

Tutti fradici che ancora mancava una vita all'arrivo. E lo Zovo lì in mezzo a determinare in quale ordine entrare a Schio. "I xé mati? Lo Zovo col piove par saon" (sono matti? Lo Zovo quando piove sembra sapone), borbottava qualcuno, qualcun altro annuiva. La settimana prima uno col furgone era andato dritto a una curva a causa dell'asfalto sciovoloso: muso spaccato, "da butàr via", "figurarsi con la bici". Se lo ricordavano tutti. E intanto guardavano seduti al bar la tv e quegli altri di Schio che si erano messi l'impermeabile ed erano saliti sul Passo dello Zovo per vedere passare i corridori, "mati anca quei". Un altro scroscio, un altro vecio che entra, un bicchiere di grappa, "bisogna scaldarsi". Quell'aria, che aria, più che maggio sembra autunno.

    

Sarà per questo che Marco Pantani decide che bisogna a ogni costo fare scompiglio. Salire a tutta per non sentire il freddo e sperare che non ci sia nessuno in cima alle sue spalle. D'alta parte è già la 13esima tappa, mezzo Giro d'Italia è andato e lo svizzero ancora non l'ha mai staccato in salita. E poi ci sono ancora quelle due cronometro che gli stavano sullo stomaco già da Nizza, figurarsi ora. E tutti che dicono che se va bene lo svizzero gli dà cinque minuti. E allora su sui pedali e via a scattare. Uno, due, tre. E resta solo Oscar Camenzind alla sua ruota, che pure lui era svizzero, ma quello sbagliato. E ancora la bici che ondeggia, la strada che diventa sempre più dura, la velocità però non cala. Forza, si dice. Ma a Camenzind si aggiunge pure Pavel Tonkov e se in due erano in tanti, in tre sono in troppi. Quindi ancora su, ancora forza, ancora, ancora. Ma niente da fare, la strada diventa più facile e per uno svizzero che fatica e si stacca, un altro appare e recupera. Gli si mette a ruota, non si stacca più. E quello è lo svizzero sbagliato, quell'Alex Zülle che dicono che gli darà cinque minuti a cronometro e lui ha già cinquanta secondi di ritardo. Pantani scatta, gli altri non perdono un metro, un po' si stanca. Decide di aspettare la discesa.

 

Tre davanti e i veci applaudono il Pirata, ma si chiedono: "E Bartoli dov'è?". Perché non ci fossero stati loro due, Pantani e Bartoli, a movimentare un po' quel Giro, mica sarebbe stato così bello. Bastava una montagnola messa in mezzo al percorso e via, scatti e controscatti, a tentare l'impresa. Era andata male a entrambi. Certo Michele Bartoli si era vestito di rosa un giorno, ma vincere è altra cosa. "Dov'è Bartoli?", si chiedevano al bar e la televisione piantata su quei tre al comando. Nessuna risposta. "Rientra, rientra", dicono da dietro al bancone.

 

Intanto lo Zovo è finito, la cima passata. Pantani si mette davanti, accelera, cade. Il respiro trattenuto, tutti a pensare, "ecco, ancora una volta". Ma Pantani si rialza e lo fa pure Zülle che gli era andato a presso. Tonkov non cade, rimane da solo, può staccare tutti, ma è rigido come un baccalà. "Ti go dito che par saon", grida uno dei veci. E lo svizzero va dritto e Pantani cade ancora e Tonkov è sempre più rigido. C'è un Giro davanti da finire, ci vuole calma, si dicono i tre sfidanti. L'altro dei grandi, Ivan Gotti, si è disperso a salire. Bene così, uno in meno, pensano i tre.

 

Ma mentre Pantani, Zülle e Tonkov preferiscono la prudenza, ci sono al Giro acrobati che cavalcano quel serpentone d'asfalto che scende dal monte per raggiungere Schio. E al bar è un boato, perché c'è Turbo Guerini che scende, Paolo Bettini che è un fulmine, soprattutto Michele Bartoli che supera uno a uno quelli da salita e da classifica. La sua è una planata dolce e precisa, un apparizione. Al bar applaudono. E' una planata di squadra perché con Bartoli ci sono Bettini e Noè. Bartoli è ciclamino, Bettini verde, Noè in blu e Turbo Guerini in giallo. Sembra un arcobaleno che si muove, un treno colorato che si muove verso Schio, che si lascia alle spalle prati e boschi e a Schio entra, accelera, sprinta. Primo Michele Bartoli, secondo Giuseppe Guerini, terzo Paolo Bettini, quarto Andrea Noè. Sedici secondi prima di Pantani e Tonkov, ventiquattro prima di Zülle, più di un minuto prima di Ivan Gotti. E questo basta per un nuovo colore tra le maglie della Asics-C.G.A.: il rosa di Andrea Noè.

 

  

Dice Pantani: "Cadere in discesa è normale specie in una discesa come quella dello Zovo e con la strada bagnata dalla pioggia. Sono caduti tutti o quasi. Era una cosa che avevo messo in conto". Dice Zülle: "Una volta che sono caduto ho perso la fiducia in me. Questione di nervi. Ma ho visto che è stato un problema comune. Prendete Tonkov: quando io e Pantani siamo caduti ci ha superati, ma poi è finito fuori strada a sua volta e ha dovuto rallentare. L'ultima parte della discesa l'ho fatta piano, senza rischiare. Mi hanno passato in tanti, poi e' arrivato Belli e sono giunto fino al traguardo con lui". Dice Pantani: "Il dato più interessante è che Zülle si è staccato in salita, sia pur di poco e, anche se non sono riuscito a realizzare a pieno le strategie che avevamo preparato alla vigilia, questo mi conforta. Andrò ancora all' attacco

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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