Pantani, 20 anni dopo

Pantani e Bartoli all'Argentario e quella fuga che non s'ha da fare

Il Pirata e il toscano si ritrovano avanti a tutti nei chilometri finali della 4a tappa del Giro d'Italia 1998. Ma un Romagnolo e un toscano non potranno mai andare d'accordo. Miceli è lesto nel contropiede e beffa tutti

20 Maggio 2018 alle 06:00

L'Argentario è una pennellata di verde e grigio messo chissà perché a interrompere il Terreno a due passi dalla costa. E' un promontorio ostinatamente attaccato alla terra ferma dal Tombolo della Feniglia e dal Tombolo della Giannella, un'isola che non ha voluto esserlo davvero. L'Argentario è un'erta in mezzo al niente, messa lì a dividere coste e panorami. Per Mario Bava, che all'Argentario diresse l'Odissea a metà degli anni Sessanta, serviva soprattutto a "ripartire le spiagge di competenza dei toscani e quelle dei laziali". Poi aggiunse "che era uno spettacolo da passeggiare", non voleva sembrare scortese.

 

Sulle strade dell'Argentario il 20 maggio 1998 delle spiagge di Bava o delle coste e dei panorami ai corridori non interessava molto. C'era altro da fare, c'era un tappa da portare a termine, la quarta, e quasi una trentina di chilometri (dei 239 totali) da sorbirsi ancora. Il mare era solo un fastidio azzurrino più in basso, i paesaggi un rumore di fondo, colpi di colori non visti accanto al nero della striscia d'asfalto. 

 

E' altro quello che conta i per i ciclisti e questo ha la forma di un telone rosa con su scritto arrivo. Sulle sue strade si ritrovano ancora davanti Marco Pantani e Michele Bartoli, due corridori che sono come le coste e i panorami dell'Argentario: divisi, impossibili da unire. Si rispettano i due, ma sono figli di due umanità marine divise da un Appennino. Michele di Pisa, Marco di Cesenatico. Michele uomo da classiche del nord, Marco che il pavé nemmeno a nominarlo. Michele uomo che vola sulle salite brevi e irte, Marco che preferisce quelle che non finiscono mai. Michele con un'idea rosa in testa, anche solo per un giorno, Marco uguale, ma che quel giorno sia a Milano, a fine Giro. Bartoli sa che bisogna dare tutto per arrivare al traguardo, anche a costo di pagare dazio l'indomani. Pantani sa che il Giro si vince bilanciando le energie spese fisiche e mentali. E lui ha una voglia matta di vincere, ma senza dannarsi l'anima e le gambe.

 

E così, trovatisi davanti a tutti con Enrico Zaina, bisticciano un po', non sfondano, si fanno riprendere.

 

E sì che tutto era partito perché avevano deciso di farlo partire.

 


Giuseppe Martinelli ricorda Marco Pantani e racconta il rapporto che aveva con lui


 

Sul Poggio Fondoni, la Mercatone Uno di Marco Pantani tira il gruppo. Lo fa forte, lo allunga, lo affanna. Lo fa talmente bene che questo si frantuma e davanti restano  Konychev, Fontanelli, Loda, Pantani, Zaina, Bartoli, Cipollini. Prendono vantaggio, arrivano a superare i venti, a sfiorare i venticinque. La strada ritorna a salire, rimangono in tre. Poi l'Argentario diventa Appennino, le scaramucce un argine territoriale. Il gruppo rientra, Nicola Miceli e Luc Leblanc attuano il contropiede, il francese scoppia, l'italiano no. Alza le mani tre secondi davanti a tutti. Fa quello che Bartoli aveva desiderato fare, ma non è riuscito a fare. Dirà: "Ho sbagliato ancora una volta compagni di fuga. Su quei saliscendi più che gli scalatori ci volevano i passisti. Peccato, perché ad un certo punto pensavo che si potesse andare al traguardo. Poi, all' improvviso, hanno smesso di collaborare". Dirà Pantani: "Era un' azione nata per caso; una situazione favorevole, così ho affondato, ma su queste salite così veloci non avevo la gamba per fare la differenza".

 

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Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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