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Pantani, 20 anni dopo

Il tempo giusto di Pantani

Nell'ultima cronometro del Tour de France 1998 il Pirata si difende e conquista la terza posizione dietro Ullrich e Julich e la vittoria della Grande Boucle

1 Agosto 2018 alle 15:43

Il tempo giusto di Pantani

Cinque minuti e quarantadue secondi sono trecentoquarantadue battiti di cuore quando si è riposo, sono circa settecento quando si è tutta, sono un sacco di tempo quando si cerca di resistere, sono un attimo quando ci si diverte. Cinque minuti e quarantadue secondi erano vent'anni fa tanti, non troppi. Erano lo spazio temporale tra Marco Pantani e Bobby Julich, il primo anima leggera da ascesa, il secondo ruota potente da cronometro. E pure cinque minuti e cinquantasei secondi erano tanti, non troppi. Perché Jan Ullrich contro il tempo era furia e tempesta, una macchina perfetta, nata per volare. Perché il Pirata oltre sei minuti di svantaggio in una cronometro li aveva già portati a casa. Ma li aveva presi da Miguel Indurain, che era stato corridore spaziale, e soprattutto li aveva presi che mica aveva davanti qualcosa di storico, perché vincere Giro d'Italia e Tour de France in un solo anno non ci sono riusciti in tanti, anzi, proprio in pochi e tutti campioni che basta il nome e vengono in mente epoche intere.

 

Al via erano tutti e tre tesi, tutti e tre in tiro, tutti e tre che sapevano che non era più tempo di pensare, pianificare, immaginare, ma solo di darci dentro e dare tutto e anzi di più. C'erano cinquantadue chilometri da percorre, da morirci su, per provare a utilizzare per rivoltare quello che oltre tremila chilometri avevano detto o per cristallizzare il giudizio delle salite. Perché la sentenza dell'ascesa aveva detto essenzialmente una cosa soltanto: che Pantani era di un'altra dimensione, quella delle Aquile, degli Angeli, dei Gambasecca, quella vaporosa e brillante dei fachiri.

 

Al via erano tutti e tre tesi, tutti e tre in tiro, tutti e tre pronti a regolare i conti con gli altri e con se stessi sfruttando la solitudine del tempo. Il tedesco era partito che era un fulmine, muoveva il rapportone con rabbia e voracità, era un flusso di colore lanciato a oltre cinquanta all'ora per le strade di Francia. L'americano era partito col timore di chi sa che lì, in mezzo a quei due, è un corpo estraneo, ma già che c'era tanto valeva provarci. L'italiano era partito con l'accortezza dell'economo pronto a bilanciare quello che ha o meglio quello che può.

 

Ullrich divorava l'asfalto e si divorava lui stesso alla ricerca della velocità. Chilometro dopo chilometro la sua faccia diventava sempre più tesa, la sua bocca sempre più larga, le sue spalle sempre più strette. Julich non cambiava. Né espressione, né movimenti, pedalava in un tempo congelato, che tanto sarebbe andata bene lo stesso. Pantani aveva lo sguardo perso nel vuoto, come stesse seguendo il filo di qualche Arianna, come se cercasse nell'astrazione la forza per difendersi. Muoveva i pedali e aumentava la velocità piano, lasciando tempo al tempo, trovando il tempo per resistere ai tempi altrui.

 

Ullrich all'arrivo arrivò e il tabellone segnò un'ora tre minuti e cinquantadue secondi. Che significava 48,850 chilometri all'ora di media, che era gran tempo. Ma il tedesco scuoteva la testa, non sorrideva. Guardò il suo massaggiatore e disse: "Non basta". Bastò per vincere, non per rivestirsi di giallo.

 

 

Perché Pantani non volava, ma resisteva e lo faceva bene, talmente bene che il distacco diminuiva invece di aumentare. Lo faceva talmente bene che sotto il traguardo il distacco dal tedesco era di due minuti e trentacinque secondi, meno dei tre che si era messo in testa di perdere, tre minuti e ventuno meglio dell'aggancio. Quello che non ci fu. Marco chiuse gli occhi, si risedette sulla sella dopo aver spinto sempre in piedi gli ultimi settecento metri, sorrise, mentre dagli spalti dell'arrivo di Le Creusot si sentiva un "Pantanì-Pantanì-Pantanì" sempre più assordante, sempre più dolce.

 

Dopo l'arrivo, tra gli uomini Mercatone Uno in festa c'erano due uomini battuti, ma non disperati. Due uomini convinti che almeno quell'anno, almeno quella volta avesse vinto il migliore. Ullrich e Julich erano fianco a fianco. Strinsero la mano a Pantani, si complimentarono con lui.

 

Scrisse Gianni Mura che "questo è il Tour di Pantani e di quelli che sognano ancora, sempre, e che si ricordano di dedicare le vittorie ai morti (Luciano Pezzi) che in un certo senso morti non sono. Questo è anche il Tour del doping, certo, e forse per questo sui Campi Elisi non ci sarà Chirac (alle Mauritius) né Jospen (Cicladi) né il sindaco di Parigi, Tiberi (Baule). Ma ci sarà tanta gente, innamorata di Pantani, e ci sarà un pugno d' ossa, un cardellino in maglia gialla e questo conta. C'è un uomo solo al comando, e un mese dopo le critiche a un' Italia del pallone poco coraggiosa, quasi restia a usare la sua forza, adesso arriva (da lontanissimo, ve lo dico io) questo ciclista pelato che ne ha passate di tutti i colori senza mai smettere (parole sue, parla anche bene ' sto ragazzo) di tenere una finestra aperta sul sogno. E' la vittoria del coraggio".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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