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Pantani, 20 anni dopo

Il giorno in cui il Tour di Pantani poteva scomparire

La gendarmeria fa ancora irruzione nell'albergo di una squadra. I corridori protestano, si fermano, minacciano di non ripartire. Marco non si oppone e si adegua alla maggioranza

29 Luglio 2018 alle 16:41

Il giorno in cui il Tour di Pantani poteva scomparire

Poteva essere una tappa buona per le imboscate, divenne un lungo respiro trattenuto. A trentadue chilometri da Albertville il Tour de France si fermò e rischiò di non ripartire più. Né verso Aix-les-Bains, né verso Parigi. A trentadue chilometri da Albertville, dopo un'ora di pedalate svogliate, le biciclette si bloccarono, i numeri sulla schiena dei corridori furono gettati per terra e un grido si levò dal gruppo: "Basta". D'altra parte le promesse che l'organizzazione aveva fatto non erano state rispettate, i gendarmi avevano fatto ancora irruzione nell'albergo della TVM e avevano costretto i ciclisti a una notte in bianco: prima lo stato di fermo, il trasporto in questura mentre perquisivano le stanze, infine il rilascio.

 

I volti alla partenza erano tirati, i propositi bellicosi, la minaccia quella di far saltare tutto. Bjarne Riis venne eletto all'unanimità portavoce del gruppo. E in nome del gruppo iniziò a parlare con la direzione della corsa. "Non siamo animali, esigiamo rispetto", la richiesta. "Lo faremo", la risposta. Ma al momento delle garanzie, solo parole e niente impegni scritti. E senza impegni non si corre.

 

Erano le 15,10 quando tutto si fermò. Riis e i corridori da un lato, Jean Marie Leblanc, il patron del Tour dall'altra. In mezzo telefonate verso Parigi, le urla riempivano l'aria: quelle dei corridori per strada, quelle dell'organizzazione alla cornetta, quella del capo della polizia dall'altra parte.

  

Marco Pantani guardava tutto questo fermo a cavalcioni della sua bicicletta. La sua maglia gialla, alla partenza brillante, si stava stingendo piano piano. "Mi adeguo alla maggioranza", disse. "Decidiamo assieme: o andiamo avanti oppure tutto finisce qui. Non mi opporrò alla decisione comune". Non poteva fare altrimenti il Pirata. Se avesse scelto di andare a Parigi a tutti i costi si sarebbe inimicato il gruppo. Se avesse scelto di tornarsene a casa sarebbe passato per il grande boicottatore, quello che aveva paura di poter perdere il Tour. Come se sui Pirenei non fosse stato il migliore. Come se sul Galibier non avesse preso il volo, come se sulle Deux Alpes non fosse arrivato davanti a tutti, come se verso Albertville non avesse risposto colpo su colpo a Jan Ullrich, giustificando il giallo della sua maglia.

 

 

Passò mezz'ora e Leblanc chiamò Riis. La gendarmeria aveva promesso di non fare più irruzioni notturne, per il resto non c'erano state altre assicurazioni. Il danese parlò con Jalabert e Leblanc. Disse loro che per lui si poteva continuare. I francesi dissero di no, che non c'erano i presupposti per farlo. La maggioranza del gruppo però stava con Riis. E così i due francesi fecero fagotto e se ne tornarono a casa. I corridori ripartirono, ma piano piano. Di far corsa nessuno aveva voglia. Si limitarono ad arrivare all'arrivo.

 

Sotto il traguardo si presentarono tutti affiancati. Sotto il traguardo la corsa arrivò. Il giorno dopo forse sarebbe ripartita.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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