Ma dove vai lentezza in bicicletta? Elogio del ciclismo lento

Nessuna fretta per le strade di Ferrara sabato 28 e domenica 29: c'è il Festival del Ciclista Lento. Guido Foddis, che ha ideato la due giorni, e Marco Pastonesi raccontano il senso del ciclismo per l'ultimo posto

26 Ottobre 2017 alle 17:46

Ma dove vai lentezza in bicicletta? Elogio del ciclismo lento

Lento è musica, dai 40 – 108 battiti per minuto, è temporalità, a poco a poco, è soprattutto movimento, passo dopo passo, se si tratta di passeggiata, o meglio, pedalata dopo pedalata, a considerar la bicicletta. Perché se il mondo corre, se i cento all'ora sono stati facilmente raggiunti e poi i duecento e pure i trecento e ancora di più, ci vuole anche chi non si disturba con la velocità, chi si sacrifica a non ricercarla, chi fa passare gli altri e si gode la coda. Lenta è l'andatura di chi si guarda attorno e vede gli altri affannarsi; lenta è la bicicletta che scorrazza per le strade nel trambusto di motori che vogliono accelerare; lenta è quella del signore che va all'osteria o dell'appassionato in fuga domenicale e anche quella dei gregari che si staccano sfiniti dai chilometri di vento in faccia. "Risparmiami la fretta, ho una montagna da guardare e da guardarla al mio passo", scrisse Dino Buzzati alle prese con le Dolomiti; "Non farmi fretta che il mio bicchiere è lento a scendere e la sera ancora lunga a venire", scrisse Luigi Meneghello alle prese con il suo Veneto. Lentezza è una dimensione dello spirito, ma meglio non provar a fare filosofia perché "la lentezza non è un'esibizione stilistica da radical chic, ma è legata alla pigrizia. Perché lento non è filosoficamente bello, ma è solo comodo, la sua bellezza sta nel cercare di fare meno fatica possibile", dice al Foglio Guido Foddis, cantautore, musicista, soprattutto ideatore del Festival del Ciclista Lento che si muoverà al rallentatore per le strade di Ferrara sabato 28 e domenica 29 ottobre.

 

Biciclette a passo d'uomo, perché se anche gli amatori – ormai esperti di watt e vam (velocità ascensionale media) e ftp (functional threshold power, la potenza media che può essere espressa in un’ora) e velocità medie, per cercare di imitare i professionisti – si radunano agguerriti alle Gran Fondo, c'era bisogno di qualcosa per aggregare coloro che alla velocità e agli scatti preferiscono il girar di pedivelle senza fretta, quello fatto per il piacere di farlo e non per tenersi gli altri alle spalle. Perché il "lento è sottovalutato, il ciclista lento è sottovalutato, spesso viene deriso dagli altri, dai primi, mentre dovrebbe essere lui a deridere i veloci, perché non sanno quello che si perdono", continua Guido Foddis.

 

Mondo strano è quello dei ciclisti. Gente che sceglie deliberatamente la fatica, che si siede su una sella per ore, ma senza un motore a spingerli, che sceglie il mezzo meno veloce per poi dannarsi a essere veloce, che sceglie il mezzo più sociale per fuggire dalla socialità del gruppo ricercando la solitudine della fuga. Il ciclismo glorifica i vincitori, i più soli di tutti, perché sempre davanti, sempre da soli, e dimentica i vinti. Ma non sempre. Perché se Fausto Coppi e Gino Bartali sono ancora ricordati e conosciuti da tutti, Luigi Malabrocca e Sante Carollo, Giuseppe Borghi e Lucillo Lievore sono ancora eroi per alcuni. "Il ciclista lento è tifato, ha migliaia e migliaia di appassionati, perché rappresenta tutta una categoria di vinti". E' il popolo della maglia nera, del meglio ultimo che in mezzo, del meglio i salami e prosciutti dei premi ai vincitori (un tempo l'ultimo arrivato era premiato dal popolo del ciclismo con doni alimentari).

 

 

La lentezza è "l'altra faccia della medaglia, l'altra faccia della luna, è la tavola rovesciata di Pablo Neruda, soprattutto un segno di maturità e saggezza", dice al Foglio il giornalista Marco Pastonesi, che a Ferrara parteciperà, leggerà, narrerà ciclismo e biciclette. Racconterà l'altra storia, quella dei battuti del pedale, quegli uomini ai quali il ciclismo non può rinunciare perché immagine stessa di questo sport. I gregari, gente da testa quando la corsa è intramezzo e da coda quando questa entra nel vivo, nomi e cognomi buoni per riempire gli ordini d'arrivo, buoni a faticare per la realizzazione dei sogni altrui, "i miei eroi, le mie stelle comete, uomini che hanno scelto di donarsi alla causa dei compagni, magari per mancanza di alternative. In ogni caso sono quelli che faticano di più perché stanno più di tutti gli altri in bicicletta". Perché la lentezza del correre "non è dettata sempre solo dal non poter seguire gli altri, ma molte volte dalla capacità di sapersi prendere i propri tempi".

 

Sono gli Zanazzi e i Milano, i Carrea e i Campagnari, angeli dei capitani, piccoli diavoli da traino e rincorsa, corridori col pedigree pieno di chilometri in testa e vuoto di vittorie. Gente che i gran galà e gli sponsor non considerano, che i premi non li ricevono. E così "se c'è un'economia di marchi e aziende che insegue e gira attorno ai veloci, con la due giorni di Ferrara cerchiamo di colmare il gap, perché il brand del ciclista scarso avrà un successo superiore a quello del ciclista no limits", dice Guido Foddis.

 

Evviva la lentezza ed evviva i lenti. Evviva Giuseppe Fonzi, ultimo classificato all'ultimo Giro d'Italia a 5 ore 48 minuti e 40 secondi dalla maglia rosa Tom Dumoulin. Ed evviva Giuseppe Poli, ultimo arrivato dell'edizione del 1968, la prima vinta da Eddy Merckx e dal Cannibale giunto a 3 ore 43 minuti e 58 secondi. Saranno anche loro a Ferrara per raccontare, sabato sera, come si vede il gruppo dalla coda.

 

Perché la sera è il tempo del racconto, così è sempre stato. Nel mondo contadino le storie le si narravano nelle stalle al calar del sole, in quello cittadino le si leggono ai bimbi prima di addormentarsi. Il giorno è il tempo dell'azione. E allora tutti in bici. Sabato le prove: sei chilometri in sei ore. Si inizierà con 400 metri, giusto il giro di piazza Ariostea, il luogo del palio più antico del mondo. Pronti via e dopo 10 metri il primo stop, quello per il salame, poi altri venti metri e il secondo stop, quello per il pane, altri cinquanta e il terzo, quello per il vino, "perché senza pane non c'è salame e senza vino non c'è pane e salame", racconta l'organizzatore. Domenica la "gara": trentacinque chilometri per assistere alla lotta per l'ultimo posto, per il bacio della miss, Serena Malabrocca, nipote della più grande maglia nera della storia del Giro, Luigi Malabrocca.

 


Serena Malabrocca


 

In mezzo a tutto questo ci sono i ristori, offerti da ASCOM Ferrara e dal consorzio turistico Visit Ferrara, perché ogni mezzo di trasporto ha bisogno di carburante e la bicicletta, che è il mezzo meno dispendioso di tutti, ha bisogno di pane e salame e qualche bicchiere di vino per fare buon sangue.

 

Perché ad andar piano si andrà pure sano e lontano, almeno a sentir il detto popolare, ma soprattutto ce la si gode di più. "E non solo a tavola, ma soprattutto nell'amore", commenta Marco Pastonesi. "La velocità in amore si chiama sveltina, la lentezza porta invece ad apprezzare chi si ha davanti in modo completo, gustandosi tutto quello che accade, dai preliminari sino a tutto il resto".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi