Il nuovo Giro, Coppi e Bartali e l’inossidabilità del ciclismo che fu

Più di ogni altra disciplina questo sport è legato in modo ombelicale con le imprese e gli uomini che hanno segnato la storia. Qualcosa ancor più evidente riguardando i percorsi dei grandi giri degli ultimi anni

19 Settembre 2017 alle 17:36

Il nuovo Giro, Coppi e Bartali e l’inossidabilità del ciclismo che fu

La bicicletta è un mezzo a movimento pressoché infinito, non ha bisogno di altro se non di due gambe che la facciano andare avanti, una pedalata dopo l'altra. Non ha bisogno di interventi esterni, la manutenzione è pressoché nulla, si basa quasi esclusivamente sulla buona volontà di chi pedala. È un pezzo di acciaio, o alluminio o carbonio o qualsiasi materiale che la tecnica riesce a trasformare in un doppio triangolo, almeno per i telai da corsa, al quale aggiungere due ruote, due pedivelle che tramite una catena faccia girare quella posteriore.

 

È soprattutto flusso, necessità di un avvio e di costanza. Lo si capisce quando si sale in sella: quando le gambe smettono di muoversi, la bici rallenta, si ferma, altro non può fare. Il suo dinamismo è a due facce, quella che fu, alle spalle, quella che sarà davanti agli occhi, non può esserci uno senza l'altro, perché la fatica nelle gambe è dono della strada fatta, le energie che rimangono sono prerogativa di quella che ci si percorrerà. E' bifronte, un Giano a pedali, dio dei cicli naturali, derivante per radice etimologica dall'indoeuropea ei-, ossia passaggio. Come Giano non ha padri divini, è essa stessa genitrice: primo mezzo che ha liberato l'uomo dal traino animale, primo mezzo ad averlo reso veramente indipendente: bastava a se stessa, non c'era intervento esterno se non quello di chi ci stava sopra. La bicicletta è mezzo, tramutatosi in sport, ciclismo, che era ancora l'Ottocento, che erano ancora pionieri e avventurieri in maglie di lana e baffi a manubrio. E della bici il ciclismo ha mantenuto il senso, quel suo essere bicefalo, la sua dimensione a metà tra un futuro in continuo cambiamento, di uomini, di mezzi, di tattiche e strategie, e un passato impossibile da scrollarsi di dosso, perché legato all'immutabilità dell’oggetto che l'ha generato. La bici, appunto.

 

E questa dimensione riappare ogni volta che una gara viene corsa, ogni volta che un grande giro viene presentato. Ogni novità, ogni nuovo ordito si intesse in una trama lunga quanto questo sport, è una nuova tessera di un puzzle che parte dai Ganna, dai Petit Breton, dai Pavesi e dai Gerbi per diventare volti e personaggi e imprese e parole di oltre un secolo di corse, siano esse di un giorno, classiche, pressoché immutabili, o di tre settimane, che cambiano scenari al susseguirsi degli anni. E più il tempo va avanti, più la storia si ingrossa, più essa diventa impossibile da mettere in un angolo, accatastare in cantina come le cose vecchie.

 

E' il biciclismo, la statua a due facce di uno sport che a ogni nuova stagione porge un tributo alla sua storia, al percorso che lo ha reso prima disciplina di dannati e reietti, di "forzati della strada" a dirla con Albert Londres, poi di emblemi nazionali, sino a tramutarla in nebbia chimica, dalla quale piano piano sta uscendo, come Araba fenice, ritrovando un nuovo ma instabile splendore.

 

Negli ultimi giorni questo è apparso ancor più evidente, se mai fosse stato in dubbio. Negli ultimi giorni un nastro di colore rosa ha stretto a sé gli arabeschi del ciclismo nostrano, e non solo, dal Piemonte a Gerusalemme, laggiù, in quel medio oriente che sembra terra altra dai panorami delle imprese e delle fatiche a pedali, ma che altro non è, perché è prossimo per vicinanza di spirito, perché è immagine di un naso lungo come una salita e di zigomi e pelle smussati dal vento delle pedalate, quello di Gino Bartali. Il Giro d'Italia 2018 partirà da Israele perché così ha deciso l'organizzazione, perché per questo si è lavorato per anni, perché Gino Bartali il 23 settembre 2013 divenne Giusto tra le nazioni per l'aiuto offerto agli ebrei durante gli anni delle leggi razziali. Un riconoscimento postumo perché Ginettaccio pedalò in silenzio per anni con nel canotto della sella i documenti che salvarono più di ottocento persone dai campi di concentramento e in silenzio rimase perché "il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all'anima, non alla giacca".

 

Gino e non solo. Perché il suo nome ne riporta un altro, quasi il loro ricordo fosse inseparabile e bifronte anch'esso. Gino e Fausto e basta il nome di battesimo, il resto lo si sa, è conosciuto da tutti, almeno per sentito dire, perché supera i confini dello sport, è storia d'Italia, come il Grande Torino, come MazzolaRivera, come Tazio Nuvolari, come poche altre cose.

 

Fausto Coppi avrebbe compiuto novantotto anni pochi giorni fa. Era nato il 15 settembre del 1919 se ne è andato presto, che ancora era corridore il 2 gennaio 1960. Gino Bartali i cento anni invece li avrebbe superati da parecchio, era del 1914, 18 luglio. Ha visto l'Italia e il ciclismo cambiare sino al Duemila, poi ha detto basta. Il primo da corridore è diventato un mito, non è invecchiato, è considerato tra i più forti ciclisti della storia, il secondo pure, anche se è invecchiato, si è allargato, ha borbottato occupato ammiraglie e poltrone televisive, è diventato memoria, ma sempre viva, mai penosa.

 

Il primo è piemontese, di Castellania, poche case, tre frazioni e un centinaio di persone nei colli tortonesi, in quel Piemonte che suona un po' ligure per inflessione e pronuncia. Poche strade che però accolgono ogni anno pellegrini in bicicletta da ogni parte del mondo, poche anime che però sfidano per notorietà città ben più grandi e rinomate, tanto che nel 2016 "Castellania" è stato il ventesimo comune più cercato su Google.

 


Cimeli dell'Airone esposti a Casa Coppi a Castellania


 

Bartali è invece toscano, di Ponte a Ema, anche lì poche case e nemmeno un comune: metà è Bagno a Ripoli, metà è Firenze, il resto è lo stesso per il borgo di Coppi, un luogo di passaggio e fermata in bicicletta, un luogo della memoria.

 

La stessa a cui non riesce e non può sottrarsi il ciclismo. Perché se i protagonisti cambiano e le bici si evolvono in materiali e tecnologia, ogni tanto pure nella forma, a non mutare è questo filo che lega i luoghi ai suoi protagonisti. E i luoghi del ciclismo sono sì arrivi, sono sì strade, ma sono soprattutto salite e queste storie. Alcune secolari, il Sestriere, altre più recenti, lo Zoncolan, ma ognuna indivisibile dalle facce e dalle storie che le hanno domate. Non c'è alternativa a questo. Ogni nuovo Giro d'Italia dovrà fare il conto con questo retroterra, ogni nuova vittoria o sconfitta si intesserà in una rete di altre vittorie e altre sconfitte, uguali per senso, diverse per svolgimento.

 

Fausto Coppi e Gino Bartali rimangono ancor oggi, a oltre sessant'anni dalle loro imprese fari di uno sport che è riuscito a incamerarne immagini senza dimenticarne alcuna; che è riuscito ad affiancare in uno stesso piano sequenza Girardengo e Coppi e Bartali e Gaul e Anquetil e Merckx e Gimondi e Moser e Saronni e Pantani e altri arrivando a Nibali e Froome attaccato a un cordone ombelicale che è ancora vitale, capace a ogni corsa di parlare ancora di sé.

 

Tra pochi giorni Giro e Tour presenteranno i suoi nuovi percorsi. Sarà un nuovo capitolo con nuovi rimandi, una nuova storia che porta alla stessa conclusione: l'inossidabilità di un'epopea secolare.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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