Boicottare i boicottatori del Giro d'Italia

Giovanni Battistuzzi

La sezione italiana del Bds anti Israele ha organizzato delle pedalate per chiedere all'organizzatore della gara ciclistica, di non far partire la corsa rosa da Gerusalemme. A una bici però non si può chiedere di boicottare un'altra bici

Era il 2013 quando Hamas decise che le donne palestinesi non avrebbero corso la Maratona di Gaza, perché "uomini e donne non possono correre insieme". Era il 2014 quando Hamas, tramite il sottosegretario allo Sport, vietò alle donne di pedalare su di una bicicletta in pubblico in quanto questo rappresentava una “violazione dei valori di Gaza". E' il 2017 e ancora Hamas vieta formalmente alle donne di pedalare e di fare sport. E' il 2017 e la sezione italiana del Bds (Boycott, Divestment and Sanctions), ossia il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, chiede a uomini e donne di scendere nelle strade italiane il 25 e 26 novembre per protestare contro la scelta degli organizzatori del Giro d'Italia di far partire la centunesima edizione della corsa rosa da Israele. Insomma "per protestare contro l’uso di uno sport strettamente associato alla libertà per mascherare la brutale occupazione militare e il regime di apartheid di Israele".

 

E così mentre oltre 350.000 persone, uomini e donne, si muovono quotidianamente in bici in Israele, mentre il governo israeliano ha finanziato nel 2010 un piano di investimenti per il miglioramento della mobilità ciclabile da 30 milioni di dollari (dovrebbe rifinanziarlo nel 2018), e mentre Tel Aviv ha oltre 140 chilometri di corsie e piste ciclabili e il 15 per cento dei suoi cittadini si muove esclusivamente in bici, il Bds Italia dice che Israele non è un posto adeguato dove far partire il Giro d'Italia.

 

Il linguista Noam Chomsky, l'uomo di spettacolo Moni Ovadia, gli europarlamentari Eleonora Forenza, Sergio Cofferati e Luisa Morgantini, che hanno firmato l'appello per il boicottaggio, vorrebbero un ripensamento di RCS MediaGroup, gli organizzatori della corsa, "al fine di escludere ogni coinvolgimento nelle violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti umani dei palestinesi”.

 

C'è un problema però.

 

Il Giro non è un ente umanitario e nemmeno un giudice di una corte internazionale dei diritti dell'uomo. E' una corsa, ha il suo bilancio e le sue necessità, ha i suoi conti e il suo brand da esportare. E Israele è una grande possibilità, sia economica, sia culturale, che di immagine: perché è una prima assoluta, la prima volta che una delle grandi gare a tappe supera i confini europei, l'occasione di portare il grande ciclismo in una nazione all'avanguardia per la mobilità ciclabile. E c'è in più l'occasione del quinquennale del conferimento di "Giusto tra le nazioni" a Gino Bartali. Interessi economici e memoria, come è sempre stato. Perché il Giro va avanti se c'è qualcuno disposto a investire ospitando sedi di partenza e arrivo, se ci sono sponsor, se ci sono televisioni disposte a trasmettere l'evento e gente disposta a guardarlo.

 

E' una cosa complicata lo sport, vive di compromesso, tra economia e passione. Lo era un tempo, anche nel ciclismo eroico, solo che a volte ci pensavano i mecenati offrendo le lire sufficienti a far partire il tutto, lo è stato nel periodo d'oro, è continuato a esserlo per decenni e decenni.

 

E' una cosa talmente complicata lo sport che ogni tanto lo si dimentica, ci si scorda che la passione, volenti o nolenti ha un costo e questo costo prevede scorribande all'estero, perché più viene allargato il bacino di interesse, più si allargano gli spettatori, più crescono gli investimenti e più facilmente potranno arrivare i grandi campioni. E' così da molto, non da ieri. Nel 1980 Vincenzo Torriani per convincere Bernard Hinault a partecipare, concesse spazi pubblicitari alla Renault, sponsor del Tasso, nonostante Fiat fosse quello ufficiale della corsa.

 

Il problema in questo caso non è però la cosiddetta "commercializzazione" dello sport, ma Israele. Lo è nel ciclismo come negli altri sport. Perché gli atleti israeliani non sono considerati al pari degli altri atleti. L'ultimo caso è quello avvenuto a fine ottobre quando la squadra di judo che partecipava al Grand Slam di Abu Dhabi fu costretta a gareggiare sotto la bandiera della Federazione internazionale e a Tal Flicker, medaglia d'oro nei 66 kg, fu negato l'inno. E non è l'unico caso.

 

Il Bds accusa Israele di violare i diritti umani, ma non dice alcunché a proposito di altri paesi, come Iran e Arabia Saudita nei quali i diritti umani sono violati regolarmente. Il Bds se la prende solo con il Giro, perché a loro giudizio è complice di un'occupazione territoriale, e chiede quindi di scendere in bicicletta per le strade in Italia, utilizzando lo stesso mezzo con il quale la corsa rosa si muove per l'Italia, lo stesso mezzo che Pio XII descrisse a Gino Bartali come "un messaggio d'amore, un gesto di concordia"; e che Emmanuel Lévinas elevò a "risolutore di insoluti", perché "pedalare è liberazione, è possibilità di pensiero, è soprattutto prossimità, perché la bici non ha barriere, è vicinanza, fa condividere a tutti i pedalatori le stesse sofferenze e le stesse gioie".

 

A una bici non si può chiedere di boicottare un'altra bici. Ma si può boicottare chi chiede di boicottare. Basta non andare, basta non diventare un numero, una presenza.

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