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La solitudine di Salvini in Europa

Le alleanze della Lega a Strasburgo sono un manuale su come si resta soli. Ma ci sono altri che ballando inciampano

6 Giugno 2019 alle 06:05

La solitudine di Salvini in Europa

Foto LaPresse

Le elezioni europee sono passate, i sovranisti non hanno vinto anche se dicono di sì, gli europeisti cercano il ritmo giusto per ballare in quattro – conservatori, socialisti, liberali e verdi – senza inciampare: l’alleanza è importante per dare stabilità al Parlamento europeo. Il ritmo in realtà lo stanno cercando tutti, perché in campagna elettorale era facile fare discorsi roboanti di grandi alleanze spezzaEuropa – rubando “buon senso” dal campo moderato, senza poi saper bene che farsene – ma poi quando ci si deve sposare per davvero, gli inviti i posti vicini e tutto quanto, iniziano i ripensamenti. Matteo Salvini che ha occupato copertine e discussioni per mesi come l’uomo da guardare nell’Europa che verrà ha ottenuto un grande risultato in Italia ma fuori dai confini nazionali sta collezionando tantissimi no. Sul più bello, i promessi sposi scappano. L’ultimo in ordine di tempo è Nigel Farage, che ha stravinto nel Regno Unito con il suo Brexit Party (emanazione dell’Ukip, che è stato sterminato) e che per un po’ è stato al gioco del corteggiamento salviniano: sfogliando margherite, ha infine deciso di non presentarsi all’appuntamento. Restiamo amici però, mi raccomando. Anche gli spagnoli di Vox, estrema destra che ha conquistato copertine dopo l’exploit in Andalusia e il buon risultato alle politiche ma che già all’europee ha scontato il disamore, ha detto che non vuole fare alcuna alleanza con la Lega di Salvini. Lo stesso vale per il partito al governo in Polonia, il corteggiatissimo (da Salvini) PiS di Jaroslaw Kaczynski, che alle europee è andato molto bene: il PiS si è sentito lusingato dalla Lega ma è sempre rimasto piuttosto freddino. Come gli amici ungheresi di Viktor Orbán, da questa parte orientale dell’Europa il progetto politico di Bruxelles crea malumori e rivolte, ma nessuno vuol rinunciare al grande bancomat europeo, che dà senza chiedere troppo in cambio (e quando chiede si può sempre dire di no). E così Salvini è rimasto con Marine Le Pen, che in Francia ha vinto di un soffio contro Mr Europe, Emmanuel Macron, ma fuori dai confini non la si sente quasi. Non ci voleva poi molto a capire che il destino degli interessi nazionali era la solitudine.

       

A proposito di balletti.

L’onda è stata più verde che nera e l’arrivo dei Verdi ha sorpreso tutti, sembrava una cotta leggera, e invece. In Francia Europe Ecologie-Les Verts (Eelv) è arrivato al terzo posto, non lo avrebbe detto nessuno, e ora guarda dall’alto in basso antichi alleati dicendo: “I nostri elettori ci hanno chiesto di cambiare il mondo con l’ecologia”. Così la pensa Yannick Jadot, leader dei Verdi francesi che intervistato dal Monde ha detto che le vecchie alleanze non contano più. “I giovani non ci hanno dato il mandato perché ci sedessimo al tavolo con Olivier Faure, Benoît Hamon e Fabien Roussel (partiti di sinistra, ndr), ma per agire concretamente sul clima”. Chi vuole diventare verde lo diventi pure, ha detto Jadot, ma basta con le storie infinite, le unioni impossibili con sinistre più o meno estreme, non ha senso che gli ecologisti si presentino sparpagliati. All’ora dei conti, in Europa i Verdi avranno 74 seggi e Jadot vorrebbe un piano per collaborare con i liberali: “Noi vogliamo uscire dal vecchio mondo”. Per Jadot in questo vecchio mondo c’è anche Emmanuel Macron. Ma anche nei liberali c’è Emmanuel Macron. Anzi tra tutti sarà il più forte e si sta già muovendo per ridisegnare il nuovo volto dell’Europa. Le sue prime attenzioni sono state per Pedro Sánchez, la resurrezione della sinistra. Finita la sorpresa iniziale, le sinistre tutti le davano per morte, in Europa si sono resi conto che Pedro Sánchez era l’uomo da corteggiare, lui assieme al portoghese António Costa. Non tanto perché liberali o popolari vogliono attrarlo nel loro gruppo, Sánchez sa bene a quale famiglia europea appartiene, ma perché è con lui che bisogna trattare per stabilire a chi assegnare le prossime cariche in Ue. Tra un aperitivo con Emmanuel Macron e un tè con Angela Merkel, Sánchez per il momento ha smesso di cercare le alleanze anche in Spagna: Madrid aspetta ancora un governo, lui le sue proposte le ha fatte, ora il dilemma è di Ciudadanos che dovrà decidere con chi stare e chi, eventualmente, tradire.

     

Ma come mi chiamo?

Il Regno Unito è zombie sì, ma non smette mai di incuriosirci (non temiamo contagi, noi). In questi ultimi giorni ha prodotto due bigini opposti: come fare una campagna elettorale e come non farla. Per il primo seguite l’hashtag #Rorywalks e saprete tutto di Rory Stewart, l’outsider della lotta tra i Tory per sostituire Theresa May (l’esito sembra già scritto ed è biondissimo, ma chissà). Per il secondo seguite Chuka Umunna, che è un uomo estremamente tormentato: ha lasciato il Labour perché è contro la Brexit, ha fondato l’Independent Group poi ribattezzato Change UK, è andato male alle elezioni, potrebbe unirsi ai liberaldemocratici che sono andati benissimo ma invece ha lanciato un altro progetto: si chiama The Alternative, ma sembra un appuntamento andato male.

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