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A Parigi

La mobilitazione transatlantica contro la fatica per l'Ucraina. Parla Haddad

Mauro Zanon

"Siamo in una situazione di emergenza: l’aiuto a Kyiv è minacciato sia in Europa sia negli Stati Uniti", dice con grande preoccupazione il portavoce del partito di Macron: "Rifiutiamo l’idea di una stanchezza degli occidentali"

“Non ne posso più di ascoltare politici che parlano di fatica sulla situazione in Ucraina. L’attacco contro l’Ucraina è un attacco contro tutti noi. Per qualche strana coincidenza, i politici che attaccano le fondamenta della democrazia sono anti ucraini”. Nel suo primo discorso di politica generale da primo ministro polacco, Donald Tusk ha lanciato un messaggio potente sull’Ucraina, invitando tutti a una “mobilitazione totale” in favore di Kyiv, contro l’offensiva della Russia di Putin. È con lo stesso spirito che Benjamin Haddad, portavoce di Renaissance (il partito di Macron) e presidente del gruppo di amicizia Francia-Ucraina all’Assemblea nazionale, ha indirizzato assieme ai presidenti delle commissioni Esteri di Francia, Italia (Giulio Tremonti), Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Irlanda, Danimarca, paesi baltici e altri 138 parlamentari, una lettera ai rappresentanti americani, affinché continuino a sostenere Kyiv. 

“Siamo in una situazione di emergenza, perché l’aiuto all’Ucraina è minacciato sia in Europa sia negli Stati Uniti. Siamo in un momento di svolta della guerra. Da un anno e mezzo gli ucraini si battono con eroismo, ma ora la sfida è resistere sul lungo periodo. Rifiutiamo l’idea di una stanchezza degli occidentali, delle opinioni pubbliche, e mobilitiamoci in quanto europei con i nostri amici americani per continuare ad aiutare l’Ucraina”, dice al Foglio Benjamin Haddad. La scossa è stata il blocco da parte del Congresso americano di un  pacchetto di finanziamenti da più di 106 miliardi di dollari lo scorso 6 dicembre, chiesto con insistenza dal presidente Joe Biden e che comprendeva gli aiuti militari all’Ucraina. L’impegno bipartisan invocato dall’inquilino della Casa Bianca è stato respinto dai repubblicani. “Dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità. In quanto europei abbiamo a mio avviso la responsabilità di mandare un messaggio ai nostri amici americani,  dire che li stiamo guardando. Non siamo qui per dare lezioni di morale, al contrario, siamo riconoscenti verso gli Stati Uniti per il loro sostegno all’Ucraina, ma il nostro compito non è terminato”, spiega il portavoce di Renaissance all’Assemblea nazionale.

Quando gli chiediamo se ha incontrato resistenze  nell’organizzazione di questa iniziativa, ci risponde così: “No, ho riscontrato un’eccellente dinamica europea. E ho voluto lanciare questa iniziativa proprio perché, da un anno e mezzo a questa parte, noto che si è creato uno spazio pubblico europeo”,  e aggiunge: “Sono presidente del gruppo di amicizia Francia-Ucraina all’Assemblea nazionale e ogni volta che vado in Ucraina trovo dei parlamentari di tutti i paesi europei, tra cui il presidente della commissione Esteri della Lituania, Žygimantas Pavilionis, il presidente della commissione Esteri del Parlamento tedesco, Michael Roth, e la vice presidente della commissione Esteri alla Camera italiana, Lia Quartapelle. In alcuni casi veniamo da partiti politici diversi, con visioni differenti su certi temi, ma sulla solidarietà e l’aiuto all’Ucraina credo ci sia una vera e propria solidarietà europea”.

Domani, inizierà uno dei più delicati Consigli europei degli ultimi tempi, perché sul tavolo c’è l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Ventisei paesi su ventisette sono favorevoli, uno no: l’Ungheria di Viktor Orbán. “Sono molto preoccupato ma dobbiamo fare il possibile per spingere l’Ungheria a togliere il suo veto”, afferma Haddad: “Gli ucraini hanno fatto il lavoro necessario per riformarsi, sono in piena guerra, e sarebbe incomprensibile non aprire il processo di adesione. Certo, sarà un processo lungo, ci sono ancora delle riforme da fare sullo stato di diritto, sulla lotta contro la corruzione, sull’indipendenza della giustizia, ma è un segnale politico che bisogna inviare”. 
 

 

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