Erdogan bacia la mano di Biden al vertice Nato di Bruxelles dello scorso anno (foto LaPresse)

Tutto ciò che Erdogan vuole è ricevere una telefonata da Biden

Luca Gambardella

Il presidente turco minaccia e tratta su Svezia e Finlandia nella Nato, ma attende una telefonata da Washington

Non bisogna lasciarsi ingannare dai toni belligeranti a cui spesso si abbandona  Recep Tayyip Erdogan. Per usare un punto di vista più realista,  quello che  in fondo il presidente turco chiede “è avere un rapporto, o almeno una conversazione telefonica con Joe Biden. Erdogan ha bisogno degli Stati Uniti per risollevare l’economia e per avere le armi che chiede”, spiega al Foglio il ricercatore del Washington Institute, Soner Cagaptay. Lunedì scorso, il presidente turco ha annunciato un’operazione militare oltre il confine siriano contro i curdi dell’Ypg, affiliati ai terroristi del Pkk. L’area di interesse, profonda 30 chilometri, sarebbe quella tra Tal Rifaat e Manbij, una striscia di terra attualmente controllata dai russi. Se mai questa operazione dovesse concretizzarsi, servirà un accordo con Vladimir Putin. 

 

  

“I russi sono completamente assorbiti dalla guerra in Ucraina. Le vie dei rifornimenti con la Siria sono sempre più complesse per via del blocco navale sul Bosforo e di quello aereo sulla Siria imposti dalla Turchia. I russi potrebbero non avere scelta se non quella di accordarsi con Ankara – dice Cagaptay – Lanciare adesso un’operazione  contro i curdi in Siria potrebbe essere un’occasione unica che i turchi aspettavano da anni”.     

 

Ma il placet della Nato a un’offensiva turca in Siria è solamente una parte delle richieste di Erdogan in cambio del suo via libera all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia. Ieri, due delegazioni dei paesi scandinavi sono arrivate ad Ankara per “risolvere la questione con diplomazia”, come si è augurata la premier svedese Magdalena Andersson. Non sarà semplice. C’è in primo luogo il problema del tempo a disposizione per le trattative, che è poco: già a fine giugno si riunirà a Madrid il vertice Nato che dovrà decidere sull’ingresso dei due paesi. Poi ci sono le posizioni difficili da conciliare. Erdogan considera Stoccolma e Helsinki porti sicuri per i terroristi curdi responsabili del tentato golpe del 2016, vuole la rimozione dell’embargo imposto alle industrie della Difesa turche e l’interruzione degli aiuti inviati da Svezia e Finlandia ai curdi in Siria. “Non si sconfigge un gruppo terroristico [lo Stato islamico, ndr] finanziandone un altro [il Pkk, ndr]”, predicava ieri un editoriale del Daily Sabah, quotidiano turco filogovernativo. D’altra parte, entrambi i paesi scandinavi ospitano una nutrita comunità curda che detesta Erdogan e che rappresenta parecchi voti. Per Cagaptay, le distanze reciproche potrebbero assottigliarsi con un intervento diretto degli Stati Uniti: “Basterebbe una telefonata di Biden per risolvere tutto”. Martedì la Casa Bianca ha fatto sapere che  “ogni nuova offensiva in Siria metterebbe a rischio la sicurezza nella regione e le forze americane nella coalizione contro il Califfato”. Ma a far capire come la Nato abbia tutto l’interesse a venire incontro alle richieste di Erdogan,  sono state le parole rivolte martedì dal segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg: “Ricordiamoci che nessun altro alleato della Nato ha subìto tanti attacchi terroristici come la Turchia e che nessun altro accoglie tanti rifugiati. Quindi dobbiamo sederci e trovare una soluzione”.

 

La “soluzione” potrebbe essere avallare l’operazione militare turca in Siria. Per Erdogan  avrebbe un significato che va oltre quello della sicurezza. Basta guardare ai precedenti: ogni volta che ha ordinato un’offensiva contro i curdi, il leader dell’Akp ne ha beneficiato alle urne. E’ successo con il referendum del 2017, vinto dal presidente poco dopo avere lanciato l’operazione Euphrates Shield. E’ successo di nuovo nel 2018, quando ha vinto le presidenziali dopo un’altra offensiva anti curda, quella su Afrin. L’anno successivo – ed ecco l’eccezione che conferma la regola – Erdogan decise di accordarsi con americani e russi per interrompere l’operazione anti curda denominata Peace Spring, con la promessa che i combattenti curdi avrebbero lasciato la frontiera fra Siria e Turchia. Risultato: sconfitta alle elezioni locali del 2019 e curdi ancora ai loro posti, a ridosso del confine. Mentre l’inflazione vola oltre il 70 per cento e la lira non è mai stata tanto debole  i sondaggi danno il presidente ai livelli di gradimento più bassi dal 2015 a oggi. Una nuova operazione in Siria potrebbe dare a Erdogan ciò di cui ha più bisogno, in vista delle elezioni del 2023: voti.           

 

Poi c’è il capitolo delle armi. Turchia e Stati Uniti  trattano per una fornitura ad Ankara di caccia F-16. L’accordo è osteggiato da buona parte del Senato americano e anche la Grecia cerca di scongiurarlo. Lo scorso 17 maggio, nel suo discorso a Washington davanti al Congresso degli Stati Uniti, il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto di non foraggiare Ankara destabilizzando il Mediterraneo orientale. “Non ho più nessun Mitsotakis sulla mia agenda. E’ nella lobby di Biden, non lo riconosco più e non lo incontrerò”, ha replicato Erdogan. Offeso,  ma sempre in attesa di una telefonata dal presidente degli Stati Uniti.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it