Dalla pandemia alla Francia, una nuova consapevolezza: l'Europa è un tesoro da difendere

Claudio Cerasa

Prima con la pandemia. Poi con la guerra. Ora con la Francia. Domani con l’energia. È importante capire non solo cosa stiamo combattendo, ma anche cosa stiamo difendendo: la nostra libertà, l’Europa, la società aperta

Prima con la pandemia. Poi con la guerra. Ora con la Francia. Domani con l’energia. Negli ultimi mesi ci siamo concentrati spesso su quale sia il nemico da combattere e salvo rari casi di deliri in purezza, come quelli messi in mostra da tutti coloro che da anni considerano le regole per governare la pandemia più pericolosa della pandemia, riconoscere i pericoli e compattarsi contro essi non è stata un’opera così difficile. Abbiamo capito, tutti o quasi, che in una pandemia il nemico è il virus  e non il vaccino. Abbiamo capito, tutti o quasi, che durante una guerra il nemico è chi invade con i missili e non chi arma chi resiste. Abbiamo capito, tutti o quasi, che quando in un paese si confrontano un candidato che sogna di mettere il proprio paese nelle mani dell’Europa e un candidato che sogna di mettere il proprio paese nelle mani di Putin non è così difficile capire chi sia un amico delle democrazie liberali e chi invece no.

 

Da mesi, forse da anni, ci siamo concentrati su ciò che occorre combattere, per difendere la nostra libertà, ma arrivati al punto in cui ci troviamo oggi, anche alla luce della vittoria di Macron, varrebbe la pena fare uno scatto in avanti e provare a ragionare anche su qualcosa di più importante, di più prezioso, di meno ipocrita: non solo cosa stiamo combattendo ma anche capire cosa stiamo difendendo. Capirlo è importante non solo per provare a chiamare le cose con il loro nome ma anche per rendersi conto che in una stagione come quella di oggi – in cui gli choc, come scrive Nicolas Baverez sul Point, non sono più casuali ma diventano permanenti e in cui la riconfigurazione del sistema mondiale renderà le democrazie più vulnerabili alle minacce esterne – occorre capire con chiarezza quello che in molti sembrano non voler capire: i valori non negoziabili di una democrazia liberale vanno difesi senza fraintendimenti non solo nelle fasi straordinarie, non solo quando le cose si mettono male, ma anche durante le stagioni ordinarie.

 

E capire cosa stiamo difendendo, oggi, significa guardarsi allo specchio e riconoscere che la stabilità delle democrazie liberali, il futuro delle società aperte, il benessere dell’occidente, l’indipendenza delle nostre democrazie dipende dalla difesa di tutto ciò che i populisti combattono da anni. Dipende dalla difesa dell’Europa. Dipende dalla difesa della globalizzazione. Dipende dalla difesa del libero scambio. Dipende dalla capacità di sapere riconoscere chi prova a risolvere un problema e chi invece del problema rischia di esserne una parte. Dagli choc vissuti negli ultimi anni, choc di natura politica, choc di natura economica, choc di natura sanitaria, choc di natura bellica, l’occidente libero, unendosi nella difesa dei suoi valori non negoziabili, è uscito più rafforzato rispetto alle democrazie illiberali.

 

La traumatica stagione del trumpismo ha costretto l’Europa a responsabilizzarsi (è in questa stagione che nascono le missioni autonome degli eserciti europei in Sahel). Il complicato passaggio della Brexit ha costretto l’Europa a passare dalla stagione delle divisioni a quella delle condivisioni (meno peso al Consiglio europeo, più responsabilità alla Commissione). La lotta contro i protezionismi ha costretto l’Europa a rafforzare i suoi trattati di libero scambio (e il nuovo ordine mondiale determinato dall’isolamento della Russia costringerà i paesi liberi ad abbattere ancora di più le frontiere del mercato). La drammatica convivenza con il Covid ha costretto l’Europa a velocizzare il suo percorso di integrazione (il debito comune non è più un tabù).

 

La tragedia della pandemia ha dimostrato quanto i paesi che sanno fare della globalizzazione non un dramma ma un’opportunità hanno più anticorpi per affrontare le crisi. E la guerra lanciata dalla Russia all’Ucraina ha spinto le più grandi economie del mondo (quelle che rappresentano il 58 per cento del pil globale) a trovare un punto d’equilibrio per far pesare la propria forza contro un paese guidato da un criminale di guerra (il cui paese vale il 2 per cento del pil mondiale). Sapere cosa difendere, e non limitarsi ad avere un nemico da attaccare, è il modo migliore per capire il nuovo mondo, per essere più reattivi, per essere più pronti, per riconoscere i pericoli, per non ripetere gli errori del passato e per smascherare quando sarà la stessa truffa che ha provato a mettere in campo Marine Le Pen: provare a dimostrare che il miglior alleato del popolo sono i sostenitori del populismo e non i sostenitori delle democrazie liberali. Per farlo, naturalmente, serve responsabilità e consapevolezza da parte degli elettori (alle prossime elezioni non sarà sufficiente rispondere alla domanda “ehi, da chi volete essere governati, a chi volete dare il compito di spendere i soldi dello stato” ma sarà necessario iniziare anche chiedersi “ehi, da chi volete essere governati nel caso in cui ci fosse un grosso problema da risolvere facendo affidamento più alla competenza che a Wikipedia?”).

 

Ma per farlo, e questo è meno scontato, serve una nuova consapevolezza anche da parte della classe dirigente, che non può accontentarsi di difendere quello che ha solo facendo appello a ciò che non vuole avere. Una classe dirigente che, come ricordano Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle nel loro magnifico libro Molte riforme per nulla (Marsilio), deve avere la prontezza di cambiare registro, avendo  il coraggio di passare dalla fase della globalizzazione come “scelta inevitabile”, dell’Europa come “male necessario” e delle riforme coraggiose da fare solo perché “ce lo chiede l’Europa” a una fase nuova dettata da una consapevolezza diversa: che l’Europa è un tesoro da difendere, che la globalizzazione è parte del nostro benessere, che senza integrazione il nostro continente non ha la forza che potrebbe avere per difendere la libertà e che in definitiva, come da lezione di alcuni vecchi saggi,  la società aperta è preziosa come l’aria: ci si accorge della sua importanza solo quando ci viene a mancare.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.