La malattia francese

Mauro Zanon

Un viaggio dentro il “mal français” che protesta contro un paese in declino quando i numeri dicono tutt’altro

Parigi. Il recente “Portrait social de la France”, il quadro sulla vita dei francesi dipinto dall’Insee, è un punto di partenza prezioso per analizzare la realtà d’oltralpe mentre chi sciopera contro la riforma delle pensioni scende in piazza e blocca il paese denunciando un sistema sociale al collasso, condizioni di vita indecorose, un potere d’acquisto in declino – c’è tutto l’armamentario del pessimista collettivo. Nonostante le previsioni apocalittiche dei Piketty e le articolesse di Michel Wieviorka sulla “fine dei Trenta Gloriosi”, la Francia, come indicano le cifre dell’Institut national de la statistique et des études économiques, continua a progredire dagli anni Settanta. 

 

Se si esclude la parentesi racchiusa tra la crisi finanziaria del 2008 e il 2013, mischiando indicatori obiettivi riguardanti la mobilità sociale, il tenore di vita e l’aspettativa di vita, e indicatori soggettivi tratti dalle opinioni dei francesi sulle questioni appena citate, il Ritratto sociale mostra un paese che ha un’idea distorta del proprio stato di salute, inutilmente pessimista sul suo presente e sul suo futuro.

 

Prendiamo la mobilità sociale. Nel 2015, stando ai dati raccolti dall’Insee, il 65 per cento degli uomini e il 71 per cento delle donne occupavano una posizione sociale diversa rispetto a quella del loro padre o della loro madre. Altro che immobilità. E ci sono stati enormi progressi anche nella cosiddetta fluidità sociale, ossia il grado di uguaglianza delle possibilità di mobilità degli appartenenti alle varie classi sociali. Nel 1977, le possibilità di diventare dirigenti piuttosto che impiegati o operai qualificati erano venti volte più alte per i figli dei dirigenti rispetto ai figli di impiegati o degli operati qualificati. Nel 2015, lo scarto si è ampiamente ridotto, scendendo a dodici volte. Anche dal punto di vista del tenore di vita c’è stata un’evoluzione netta e favorevole. Il tenore di vita medio ha registrato una progressione del 69 per cento in euro costanti dal 1975 al 2016. Progressione che non è avvenuta a detrimento dei più poveri, così come non c’è stato alcun aumento delle diseguaglianze. Il Ritratto sociale dell’Insee mostra inoltre l’effetto benefico del generoso sistema socio-fiscale francese, che ha permesso di attenuare le conseguenze della crisi del 2008 sulle classi meno abbienti. E per quanto riguarda la salute, l’altra grande preoccupazione dei francesi? La Francia consacra al suo efficiente sistema sanitario l’11,4 per cento del pil, come nessun altro paese in Europa, e fa parte delle nazioni con la più alta aspettativa di vita nell’Ue: 85,3 per le donne, 79,4 per gli uomini. L’aspettativa è aumentata dal 2007 di due anni per gli uomini e di 0,9 per le donne.

 

A distanza di quarant’anni dal saggio capitale di Alain Peyrefitte, “Le Mal français”, nel quale l’ex ministro e intellettuale fustigava la “società bloccata” e il pessimismo diffuso, invocando riforma di società e dell’amministrazione statale profonde, sono usciti diversi libri negli ultimi tempi che raccontano questo eterno mal francese, tra i quali “Comprendre le malheur français”, di Marcel Gauchet, e il più recente “Se sentir mal dans une France qui va bien. La société paradoxale” di Hervé Le Bras. Entrambi, il primo da storico delle idee, il secondo da demografo, delineano lo spaccato di un paese in stato depressivo, che consacra il 34 per cento del pil alla protezione sociale, ma crede di vivere in un inferno dove tutto è privatizzato.

 

“I francesi sono degli insondabili pessimisti”, scriveva il Monde nel 2016, analizzando il rapporto pubblicato da France Stratégie sulla distanza tra la situazione effettiva del paese e la percezione che i suoi abitanti hanno. Oggi, non è cambiato nulla. Come ha scritto Pierre-Antoine Delhommais sul Point, i francesi sono convinti che le diseguaglianze, a causa delle riforme liberali di Macron e dei suoi predecessori, abbiano raggiunto dei livelli intollerabili che legittimano la loro rivolta di piazza, sia quella dei gilet gialli sulle rotatorie, sia quella dei lavoratori sindacalizzati contro il progetto di riforma del sistema previdenziale. “No, le diseguaglianze del tenore di vita, in Francia, non sono fortemente aumentate dalla metà degli anni Settanta in poi, anzi, sono sensibilmente diminuite. No, non c’è sempre meno giustizia sociale nel nostro paese, anzi, l’effetto redistributivo del nostro sistema socio-fiscale non è mai stato potente come oggi”, spiega Delhommais. I sindacati mobilitati contro Macron alimentano questa narrazione del pessimismo, alcuni, come Laurent Brun della Cgt cheminots, non vedono l’ora di rovinare il Natale ai loro compatrioti, in un “sadismo franco-francese”, come lo ha definito Sébastien Le Fol del Point, che non ha eguali al mondo. L’inquilino dell’Eliseo punta sullo sfinimento dei manifestanti per far passare il suo progetto e sbloccare la situazione, ma il rischio, come sottolineato dal Monde, è quello di accentuare il risentimento che una parte del paese prova nei suoi confronti.