Si dimette lo zar delle pensioni di Macron. Cosa succede adesso

Mauro Zanon

Se ne va Jean-Paul Delevoye, architetto della riforma che sta surriscaldando la Francia. Le sue “omissioni” e le conseguenze

Parigi. La situazione era diventata insostenibile dopo le rivelazioni del Monde, nel fine settimana, sulle sue tredici omissioni nella dichiarazione alla Haute Autorité pour la transparence de la vie publique (Hatvp): le pressioni da parte dell’opposizione e dell’opinione pubblica erano troppo forti, e così Jean-Paul Delevoye, l’Alto commissario per le pensioni nominato due anni fa dal presidente francese Emmanul Macron per strutturare il progetto di riforma del sistema previdenziale, ha deciso di dimettersi. “Strumentalizzando il mio processo, in realtà, si vuole arrecare danno al progetto di riforma. Questo progetto è essenziale per la Francia. Restando al mio posto, lo avrei reso fragile. Il mio è un errore di colpevole leggerezza. Lo pago. E’ la dura legge della responsabilità, dell’esemplarità e della trasparenza che deve essere applicata a tutti e a me in particolare”, ha scritto Delevoye in un comunicato diramato ieri all’ora di pranzo. Macron ha accettato “con rammarico” le dimissioni dell’ex ministro chiracchiano, che per diciotto mesi ha condotto con solidità le negoziazioni con le parti sociali. Ma non poteva fare altrimenti: è “la dura legge della trasparenza”, appunto, nessun errore viene perdonato. 

 

 

“Decidendo di lasciare il suo incarico, pur di non nuocere alla riforma, applica il principio di responsabilità. Questo ritiro gli consentirà di rispondere agli interrogativi e di chiarire la situazione. Quanto a noi, continuiamo a considerare le sue dimenticanze fatte in buona fede”, ha commentato l’Eliseo a proposito dell’addio del “ministro delle pensioni”. E’ indubbiamente una vicenda molto fastidiosa, perché interviene nella settimana decisiva della riforma del sistema previdenziale, con un’altra mobilitazione nazionale prevista oggi e la volontà da parte dei sindacati oltranzisti a guida Cgt di bloccare tutto anche durante le feste natalizie. Ma le dimissioni di Delevoye sono una brutta macchia per l’esecutivo anche perché si tratta del dodicesimo ministro a dimettersi dal governo dall’inizio della presidenza Macron: un po’ troppo per un presidente che nel settembre 2017 aveva firmato in diretta televisiva i due testi legislativi sulla “moralisation de la vie publique”. Le “dimenticanze”, da un politico di esperienza come Delevoye, potevano essere evitate, sapendo fino a che punto si viene setacciati nell’epoca dell’ipertrasparenza. Era pressoché impossibile resistere al comando di un ruolo così importante dopo la settimana appena trascorsa. 

 

 

Lunedì 8 dicembre, tre giorni dopo la prima manifestazione contro il progetto di riforma, il Parisien ha rivelato che Delevoye occupava la funzione di presidente onorario del think tank Parallaxe, specializzato nel settore dell’istruzione: un posto grazie al quale percepiva più di cinquemila euro al mese, ma che era “incompatibile” con il suo ruolo pubblico di Alto commissario per le pensioni. Il quotidiano parigino ha spifferato che l’ex ministro di Chirac aveva dei legami molto stretti con il mondo dell’assicurazione, interessato alla riforma: Delevoye, fino al 9 dicembre scorso, era infatti uno degli amministratori dell’Ifpass, il principale istituto di formazione nel campo assicurativo. La mazzata, però, è arrivata sabato: con un articolo del Monde in cui veniva messo nero su bianco che gli incarichi “dimenticati” nella dichiarazione di assenza di conflitti di interessi che ogni ministro, dal 2013, è tenuto a sottoscrivere per ragioni di trasparenza, erano tredici (undici non remunerati) e non tre, come inizialmente dichiarato da Delevoye. “Ho omesso di segnalare questi incarichi perché li consideravo come un impegno sociale”, si è giustificato. L’opposizione, dalla Le Pen (Rassemblement national) a Mélenchon (France insoumise) invoca, dopo l’abbondono di “Monsieur retraites”, anche il ritiro della riforma.