Gli agenti scrittori nella Francia delle proteste e delle violenze della polizia

Micol Flammini

I libri scritti dagli agenti piacciono agli editori perché vendono. Mentre alle forze dell'ordine servono non soltanto come operazione per ricostruire la propria immagine, ma anche per incuriosire

Roma. Gli scioperi contro la riforma delle pensioni in Francia vanno avanti da due mesi. Anche ieri le città si sono riempite di manifestanti e di manifesti, una delle ultime trovate è l’immagine di Macron vestito come Margaret Thatcher, i capelli, i gioielli, il completo blu: Margaret Macron. Le proteste di questa Francia sempre inquieta e poco ragionevole hanno fatto discutere molto anche per i metodi utilizzati dalla polizia per contenerle. Un problema che era stato sollevato anche durante le manifestazioni dei gilet gialli e, prima ancora, dallo scandalo Benalla, il responsabile della sicurezza dell’Eliseo sorpreso in un video a picchiare una coppia di manifestanti. Le violenze della polizia in Francia hanno raggiunto dei numeri allarmanti: in 14 mesi tra i manifestanti ci sono stati più di duemila feriti (1700 tra la polizia), di questi 318 sono stati feriti alla testa, 25 hanno perso un occhio e 5 persone hanno perso una mano.

 

A inizio gennaio un uomo, Cédric Chouviat, fermato a un controllo stradale della polizia, era stato immobilizzato, è morto per ipossia. Poi a Tolosa, durante un corteo, un ragazzo è caduto a terra, l’immagine è stata ripresa e il video mostra che un poliziotto gli aveva fatto lo sgambetto. Il presidente francese ha preso le distanze, si è anche fatto fotografare con una maglietta di protesta al festival del fumetto di Angoulême, i sindacati della polizia si sono arrabbiati moltissimo, e il ministro dell’Interno Christophe Castaner ha chiesto alle forze dell’ordine di comportarsi in modo esemplare, secondo la deontologia “che non prevede sgambetti”.

 

Una delle prime reazioni della polizia alle accuse è stata quella di curare di più, curare meglio, curare eccessivamente, la propria immagine. Ha incominciato sui social, dove ha deciso di pubblicare video in cui viene attaccata ed è costretta a reagire, agenti che placano i manifestanti senza abusare della forza. Twitter è diventato il posto in cui rimediare ai danni, dimostrare che non ci sono soltanto le pallottole di gomma Lbd, ma c’è anche la protezione e c’è anche il rischio. Oltre ai social, il fenomeno più interessante è forse un altro, ha sempre a vedere con la parola, ma riguarda i libri. Il Monde scrive che i libri appena usciti e quelli che stanno per essere pubblicati scritti tutti da poliziotti autori sono in aumento. Piacciono alle case editrici perché vendono, incuriosiscono, mentre alla polizia servono non soltanto come operazione per ricostruire la propria immagine, ma anche perché hanno bisogno di agenti e sperano che questi memoir possano incuriosire i più giovani.

 

Sono racconti, resoconti, memorie. Alcuni libri sono descrizioni dettagliate di una giornata nella Parigi delle proteste, altri sono confessioni. “Vis ma vie de flic”, “Vivi la mia vita da sbirro”, è stato scritto sotto pseudonimo, Juliette Alpha racconta la sua giornata caotica del primo dicembre del 2018 per le strade di Parigi prese d’assalto dai gilet gialli. Coautore del libro è il ricercatore francese Mathieu Zagrodzki, che al Monde ha raccontato che i libri indicano che c’è qualcosa in movimento tra gli agenti, che c’è una nuova generazione di poliziotti che non si sente più rappresentata dai sindacati e vuole comunicare. Christophe Korell, poliziotto e autore di un libro su un caso di rapina ha detto al quotidiano francese di aver deciso di scrivere un libro perché i suoi colleghi vengono spesso presentati come delle caricature, c’è molto spazio per gli errori e poco per i meriti. La scrittura, ha spiegato Korell, è un modo per creare un terzo canale di comunicazione, diverso da quello istituzionale e fuori dai social. Un canale che racconti, un canale che si prende tempo, come la lettura.

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