Se Corbyn perde, la sinistra dovrà fare comunque i conti con la sua legacy

Antonio Funiciello

Il leader del Labour inglese ha esercitato una leadership forte e radicale. Ma il suo odi et amo verso l’Europa lo ha penalizzato

Jeremy Corbyn si gioca tutto giovedì e l’impressione è che lo sappia. Due anni e mezzo fa portò il Labour sotto ai tredici milioni di voti, insidiando Theresa May fino all’ultimo giorno. Un balzo di tre milioni di voti rispetto al magro bottino messo insieme dal brownite Ed Miliband nel 2015. E’ il primo grande merito che anche i suoi avversari interni ed esterni gli riconoscono: a differenza del predecessore, Corbyn ha riunito e rimotivato l’elettorato rosso. Le scelte dell’ex premier Tony Blair sulla guerra irachena avevano lacerato il gruppo dirigente del partito e logorato la constituency laburista. Corbyn ha rimesso insieme l’uno e l’altra, mostrando una disponibilità ad accogliere sulla sua linea tutte le correnti interne; sforzo non da poco per lui che aveva combattuto Blair senza alcuna remora. Lo spostamento a sinistra ha prodotto qualche microscissione, per esempio quella di Chuka Umunna, politico piuttosto sopravvalutato (anche dai commentatori italiani). Ma i più, tra cui quasi tutti gli ex blairiani, hanno accettato di essere parte della strategia corbyniana.

 

 

Il secondo merito del leader laburista più di sinistra dai tempi di Michael Foot è stato quello di riorganizzare il partito. Dopo i grandi cambiamenti voluti da Neil Kinnock, John Smith e ancora Blair, la stagione della modernizzazione della membership laburista si era, di fatto, arrestata. Il “giovane” Miliband era parso incapace di ridefinire le forme di partecipazione e mobilitazione sul modello di recente descritto in Italia nel “Principe digitale” di Mauro Calise e Fortunato Musella, edito per Laterza. Corbyn ha preso per le corna il toro dell’organizzazione laburista mostrando, a dispetto dei suoi settant’anni suonati, una grande sensibilità per la rete e per le nuove forme di membership orizzontali che propone. Il mix tra il radicale posizionamento identitario socialista e le innovazioni organizzative compiute ha fatto diventare Corbyn il leader politico britannico più amato dai millennial.

 

 

Ma queste elezioni si giocano tutte sull’Europa, che pur vivendo una significativa crisi d’identità (o forse proprio in ragione di questo) continua a condizionare massicciamente la vita politica sia degli stati che sono membri delle sue istituzioni sia di quelli che non ne sono parte. Un paradosso in sé affascinante che nel Regno Unito conosce il suo esercizio più parossistico. E qui Corbyn boccheggia, per ragioni soggettive e contestuali. Anzitutto Corbyn è un politico di antico convincimento antieuropeista. Il progetto unitario fu d’altronde osteggiato, in origine, da quella sinistra socialista e socialdemocratica che ha spadroneggiato nel continente europeo durante il secondo Dopoguerra. E anche quando un pezzo vieppiù consistente della sinistra riformista, Labour compreso, si è persuaso della bontà del progetto d’integrazione, Corbyn, parlamentare dai primi anni Ottanta, è rimasto sulle sue posizioni critiche. Salvo correggerle negli ultimi anni. Le ambiguità di Corbyn e del suo contraddittorio percorso su un tema come l’Europa, per molto tempo laterale e marginale nel dibattito pubblico britannico, sono letteralmente esplose con la Brexit. Anche perché riflettono le divisioni interne all’elettorato laburista sulla relazione tra la loro amata isola e il continente. E veniamo così ai motivi di contesto che rendono queste elezioni problematiche per il Labour, nonostante tutto il disastro della Brexit sia stato opera dei Tory.

 

 

Boris Johnson ha centrato la campagna elettorale sullo slogan “Get Brexit Done”, convinto di tenere unito l’elettorato conservatore, integrandolo con gli antieuropeisti di diverso credo politico. Corbyn ha, invece, provato a spostare l’attenzione sui temi sociali, perché la Brexit, oltre a mettere a nudo le sue personali debolezze, pesa nei collegi too-close-to-call che il Labour rischia di perdere se tutti i leaver che lì votano si orientano per Johnson o non vanno a votare. A ogni apertura laburista contro la Brexit e magari in favore di un nuovo referendum, i rossi rubano voti agli elettori pro Europa dei Lib-dem. Ma ognuna di queste aperture raffredda i cuori dei leaver annidati nelle fila dell’elettorato laburista.

 

Blair ha provato in varie occasioni a girare il coltello nella piaga europeista, con l’obiettivo di rinfacciare a Corbyn le sue contraddizioni. Circostanza che ha accresciuto però soltanto la confusione, perché tutti ricordano il gelido interesse di Blair per l’Europa, quando era premier, e come non esitò a spaccare il fronte europeo contrario all’intervento americano in Iraq. Blair o non Blair, queste elezioni decideranno il futuro di Corbyn, poiché pare impensabile che dopo una eventuale seconda sconfitta, il leader del Labour possa restare in sella. Eppure con la sua legacy, anche in caso di sconfitta, il partito dovrà fare a lungo i conti. Non sarà affatto semplice.